In un mondo che, forse, non saremo mai destinati ad abitare, i grandi manager si recano a colloquio con i presidenti per rassicurarli, non il contrario: questo sancirebbe il primato della politica, il riconoscimento della superiorità dell’amministrazione sull’economia, la constatazione che di fronte alla fecondità del dibattito pubblico l’economico non è che uno strumento funzionale, un sottocodice. È solo sotto il controllo politico transnazionale e nazionale che l’economia può funzionare, pertanto le grandi aziende non possono fare ricatti e, anzi, discutono con i vari premier su come trovare comuni intese per il benessere collettivo. Non si deve immaginare per forza una nuova URSS, basterebbe un’inversione del monoteismo del mercato. Questo, tuttavia, non è il nostro mondo, Matteo Renzi deve fare discorsi ossequioso sapendo di avere il fucile puntato da parte dell’élite dell’aristocrazia economica. La cosa paradossale è che questo pare la normalità. Non può certo vantare nessun diritto o avanzare qualche pretesa, anzi, può solo sparare qualche annuncio rassicurante per il futuro. Rassicurante non certo per il cittadino medio, che di derivati e futures sa ben poco, ma che ha a cuore un sistema sociale funzionante. I suoi annunci (probabilmente cadranno nel dimenticatoio come molti altri, ma vanno notati) fanno venire l’acquolina alla platea: detassazione e deregolamentazione, a significare che non c’è nessuna proposta costruttiva ma solo un –de, un’ulteriore restrizione dello spazio d’azione politico per slegare le ultime briglie all’economico.

L’economia ha saputo rendersi mondiale, globalizzarsi, mentre il politico no. L’Europa, ad esempio, non può mettere Tobin Tax incisive o applicare simili strumenti, gli investitori non arriverebbero. La volontà politica di applicare una tassa globale non si troverà a breve, forse mai, per questo l’economia ha una forza globale autentica. Se mai si riconosceranno delle istituzioni politiche forti, mai si arriverà al controllo. Renzi, anche se non per questo va giustificato, non può nulla. Il premier italiano non può che piegare il capo ai grandi manager, se non vuole rischiare la loro fuga. Valutiamo le proposte e le dichiarazioni: riforma del sistema banche, nonostante l’economia reale muoia; calo del costo del lavoro, anche se rimangono misteriose le coperture; garanzie di governabilità ottenute in assoluta autonomia dispotica; riforma della VIA, magari per allentarne i vincoli che “frenano la concorrenza”; riforma dei fondi pensione, giusto per dare un ulteriore sforbiciata alla previdenza pubblica e incoraggiare quella privata. Insomma, si all’economia sfrenata, no a quella reale, si a liberismo, no alla regolamentazione, si alla carneficina sociale, no al controllo e alla redistribuzione, in un’ottica di sottomissione assoluta ai meccanismi economici. Non occorre cercare nell’arsenale filosofico-sociologico per parlare di alienazione del sistema capitalistico o simili concetti, la miseria si palesa da sola in modo autoevidente. E cos’è quel “capitalismo di relazione” a cui si è alluso? Una rivendicazione di trasparenza e correttezza? Forse, o forse si vuole propagandare il libero mercato senza limiti. Bastava criticare le evidenti storture e i punti oscuri del sistema italiano, perché parlare di relazioni? Forse dietro soggiace un’idea molto più fondamentalista: l’economia deve essere svincolata come macchina perfetta e autoregolantesi, non deve avere relazioni, non è falsificabile. L’economico deve correre su un binario separato dagli altri, come se poi il prezzo delle crisi e dei salvataggi bancari non venisse pagato dai cittadini.