Dopo due anni abbondanti di Renzismo, viene da chiedersi perché. Perché nei ridondanti proclami colmi di ottimismo per un’Italia sempre in procinto di ripartire (e poi sempre col freno a mano tirato) il Sud-Italia sia stato declassato a problema di serie B. Con la Questione Meridionale la netta separazione tra narrazione reziana e Paese reale, emerge e spaventa. Eppure, proprio lì si gioca la partita nazionale. Ed è una partita che sembra non volersi né vincere né perdere, ma evitare. A oggi sul Sud pesano due giudizi: da una parte Renzi in lotta contro i «professionisti del no» colpevole di «piangersi addosso»; dall’altra il tragico rapporto Svimez (associazione per lo sviluppo dell’industria nel mezzogiorno), la criminalità dilagante e le promesse di un Masterplan dal contenuto già sospetto. Se si vuole risollevare il Paese non si non considerare un fatto: a queste condizioni, con questi numeri, le regioni meridionali sono una zavorra. Un peso schiacciante per una Nazione dalle spalle piccole. Dunque, rilancio economico e ripresa del Sud non solo corrono sullo stesso binario, ma si intrecciano. Ed è necessario che lo facciano.

I dati non lasciano dubbi: un individuo su tre è a rischio povertà (nel Nord uno su dieci); il 62 per cento della popolazione guadagna meno di 12mila l’anno; il tasso di disoccupazione al 20 per cento è più del doppio della media nazionale (quello giovanile supera il 30 per cento); più del 17 per cento delle famiglie ha difficoltà nell’approvvigionamento idrico. In Regioni come Sicilia, Sardegna e Campania la percentuale degli studenti che non terminano il quinquennio dell’istruzione superiore si aggira intorno al 40 per cento (la media nazionale, pure altissima, è di circa il 25). Il gap economico tra Lombardia e Calabria è maggiore di quello tra la Germania e la Grecia (colpita a cannonate dall’Ue). La «desertificazione industriale» non è incombente, c’è già. Esistono due Italie quindi: e la prima, per quanto forte, non può trainare per sempre l’altra. Anzi, ne è condizionata. Questo lo si apprendeva nel luglio del 2015, e Renzi, con la miopia di chi il problema preferisce aggirarlo, attaccava il vittimismo. Non a caso, Ernesto Galli della Loggia, dalle colonne del Corriere, si chiedeva se «al Presidente è mai capitato di trascorrere più di una notte in qualche città dell’Italia meridionale, se conosce appena un poco quella parte del Paese»; scrivendo subito dopo: «Penso che la risposta a tutte queste domande sia no, e credo di non sbagliare».

Ora, dopo pungenti sollecitazioni, dal novembre 2015, Renzi dal cilindro ha tirato fuori il “Masterplan per il Mezzogiorno”. Un piano da 95 miliardi di euro, da qui al 2023, da sottoscrivere con una serie di patti con le singole regioni. Poche pagine, condite di buoni propositi e servite come panacea di ogni male in puro stile leopoldino. Fondi strutturali (FESR e FSE), Fondi di cofinanziamento regionale e Fondo Sviluppo e Coesione(Fsc) sarebbero i pilastri su cui si fonda l’operazione. Si legge: «Non sono le risorse che mancano (…) Il Mezzogiorno cambi passo e diventi un’area di crescita che interagisca positivamente con l’economia». Chi si chiede se dell’ennesimo “contentino” si tratti, messo lì per far tacere i gufi, non ha però tardato ad avanzare riserve. Il trucco sembrerebbe emerso nell’ultimi giorni, mentre – con mesi di ritardo – arrivano le firme dalle giunte regionali. Diversi giornali (dal Mattino alla Gazzetta del Mezzogiorno) non mancano di sottolinearlo quotidianamente. Il rebus sarebbe legato ai fondi FSC. Già ridotta, con manovre poco chiare, da 54,8 miliardi di euro a 38,8, secondo la Legge di Stabilità 2014, l’80% della dotazione del Fsc deve essere investita nel Mezzogiorno. Si parla di circa 31 miliardi di euro. Ma dal documento del Masterplan, di questi, risulterebbero impiegati solo 13,4 tra 2014 e 2020. Con una differenza di capitale di ben 17 miliardi e mezzo dalla stima iniziale. Inoltre, la paura sarebbe quella di vedere via via assottigliata e posposta la cifra stanziata, in un cavilloso giro al ribasso, tanto da non garantire le risorse necessarie per operare concretamente: in primis sulle infrastrutture. Documenti alla mano è difficile accantonare i dubbi sull’inaffidabilità dei provvedimenti presentati. E già sindacati e organizzazioni si mobilitano per alzare la voce.

Certezze? Poche. Eppure ce n’è una granitica. Assente dalle favole somministrate da Palazzo Chigi, dimenticato dal Parlamento mentre continuava a languire nell’isolamento in cui Mafia e negligenza (e infine corruzione) l’hanno relegato, il Sud negli anni è rimasto fermo: seppellito dai moralisti della prima e seconda ora. Perseverare nel considerarlo spina nel fianco di un corpo sano, che prima o poi s’abituerà alla ferita, porterà il Mezzogiorno a un livello regressivo tale da trascinare con sé tutto il Paese. Perché si torni a considerare il Sud non come un’inguaribile covo del malaffare ma come terra a cui garantire un futuro, l’addio – prima culturale, poi ideologico e politico – sancito negli anni dalla classe dirigente e dagli stessi italiani va revocato. Un Premier che fa del riformismo un cavallo di battaglia, e della spavalderia un suo puntello, non può non agire in questo senso. Altrimenti sarebbe un’altra cosa: l’ennesimo furbo che ha imbrigliato un popolo di fessi.