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Si fa un gran parlare dell’ondata populista che starebbe travolgendo l’ordine costituito in Occidente. Prima venne la Brexit, poi Donald Trump. I prossimi appuntamenti da cerchietto rosso sarebbero il referendum italiano e la ripetizione delle presidenziali austriache, entrambi previsti per il 4 dicembre, prima di un 2017 cruciale. In primavera si voterà in Olanda, col PVV dato in grande ascesa dai sondaggi, poi in Francia, dove il Front National è il primo partito, infine dopo l’estate in Germania, dove la Merkel dovrà resistere all’attacco da destra di Alternative Fur Deutschland. Vediamo di analizzare brevemente questi movimenti per capire che cosa li leghi e cosa li differenzi, prima di passare alla situazione casalinga.

Definizione di populismo per Garzanti

Definizione di populismo per Garzanti

I media mainstream affibbiano l’etichetta “populismo” a questi movimenti facendo leva principalmente sulla seconda definizione, quella spregiativa, ed è per questo che, come direbbero gli americani, “they didn’t see him coming”. Non hanno visto arrivare Donald Trump perché non sono stati capaci, o più probabilmente è mancata la volontà, di capire le cause reali e concrete del fenomeno, di prestare attenzione a chi ha trovato la propria voce in quel megafono dai capelli improbabili. Non è la prima volta che la categoria del populismo viene usata per indicare un atteggiamento demagogico volto alla conquista del potere, mescolando però in un unico calderone movimenti politici che poco hanno a che vedere l’uno con l’altro. È dunque necessaria una distinzione tra il populismo-strumento e il populismo-sostanza. Vediamo in cosa consiste il primo, che sembra avere alcuni tratti caratterizzanti di base. Primo: è necessario un capo carismatico nell’accezione weberiana del termine. Una voce, una figura capace di catalizzare lo scontento delle masse, bypassando i mezzi normalmente utilizzati per incanalare questo dissenso. Da qui la seconda caratteristica fondamentale: il rapporto diretto tra il leader e le masse, anche se forse sarebbe più corretto dire la sua massa, quella parte di popolo di cui egli farebbe l’interesse finora trascurato dalle élites. Per questo, spesso, il populismo come strumento di conquista del potere si traveste da antipolitica, intesa non come rifiuto del Politico come categoria (che viene anzi esaltata dall’immediatezza volontaristica impersonata dal capo carismatico), ma come rifiuto della classe politica al potere (suonano familiari ora i vaffa di Grillo con quelli di Trump?). Preso in quest’accezione, il populismo diventa strumento universale, che avvicina Masaniello a The Donald. Gli anticorpi dello status quo, chiaramente, sono soliti reagire bollando il populista del crimine di vendere sogni irrealizzabili e cercando di demonizzarne la figura.

Per realizzare il proprio progetto di conquista del potere, il populista deve dunque armarsi di una estetica pratica, in grado di scardinare queste resistenze sistemiche. La retorica è semplice, basata su slogan chiari e massimalisti, in grado di fare facilmente presa sullo scontento popolare. L’intermediazione tecnica dello “specialista” viene rifiutata, delegittimata dal conflitto d’interesse esistente tra il suo ruolo e il mantenimento dell’ordine costituito. È il parere del popolo, impersonato dal capo carismatico, l’unico ad avere peso politico. Questo tratto è esacerbato nella società contemporanea dal ruolo della Rete, colpevole o meritevole a seconda dei punti di vista di aver abolito le intermediazioni. Come vanno scomparendo, o ridefinendosi, le agenzie viaggi, così proliferano siti e blog di controinformazione, a fianco di milioni e milioni di voci singole che profetano nel deserto delle certezze. Come sempre il rapporto è biunivoco: la richiesta di un’informazione diversa ne stimola la nascita, l’offerta di questa promuove domande alle quali i media tradizionali non sanno o non vogliono rispondere. Col senno di poi, è evidente quanto la campagna diffamatoria montata dal fronte unito dei media mainstream americani contro Trump lo abbia in realtà favorito, perché gli americani a quei giornali non credono più. Questo dunque per quanto riguarda il populismo inteso come estetica della politica, come forma che essa può assumere per tentare un improbabile assalto al potere, all’establishment. Ma quale sostanza riveste? La definizione più calzante del populismo contemporaneo l’ha data il sociologo Carlo Formenti: è una risposta politica ad una serie di domande e richieste rimaste inevase.

“Il populismo in quanto conflitto alto-basso è la forma che assume oggi la lotta di classe, spuria certo, perché spuria è oggi la composizione di classe. Non si costruisce più la classe, ma si costruisce il popolo, ovvero quel soggetto fatto di tante stratificazioni basate su domande e richieste rimaste inevase, non accolte. Può andare tanto a destra quanto a sinistra. C’è un elemento di contingenza molto elevato.”

È conflitto alto-basso, avendo perso qualunque riferimento contingente le categorie destra-sinistra. Ma davvero “si costruisce il popolo”? Chi scrive ritiene che il popolo di riferimento in molti casi preceda il populismo. Si è andato costruendo piano piano negli ultimi trent’anni per opera della globalizzazione e, come sembrano essersene accorti ora anche i giornali, è il popolo degli esclusi, di quella grande fetta di corpo sociale occidentale che con il neoliberismo ha perso. L’aggravante è che sono le stesse persone, le stesse categorie, che sostanzialmente votavano a sinistra e si sono ritrovate senza rappresentanza, perché la sinistra è scivolata a destra scambiando l’internazionalismo proletario col cosmopolitismo borghese. È cambiata la composizione degli interessi: Masse popolari, ceto medio impoverito compreso, occidentali da una parte, élites tecnocratiche globali e involontariamente masse popolari del Terzo Mondo dall’altra. Ecco dunque che la forma concreta e contingente del populismo non può che essere quella di destra, perché questa aveva già dentro di sé le categorie concettuali attraverso le quali leggere il presente e dare voce agli esclusi. La sua visione del mondo, depurata dei residui post-fascisti e post-nazisti più estremi, è venuta a coincidere con gli interessi di buona parte dei cittadini occidentali. La sinistra viceversa ha visto mutare il contenuto delle proprie categorie senza essere in grado di svilupparne di nuove anzi, aggrappandosi alle vecchie.

Il caso francese è quello più evidente. Marine Le Pen è stata bravissima nella sua strategia di dédiabolisation del Front National, ma il nucleo dell’ideologia del partito è rimasto il medesimo, per quanto reso accettabile nel mondo del politicamente corretto. Mancava la domanda, che oggi invece pesa il 30% dell’elettorato francese. In Russia domanda e offerta sono andate invece di pari passo, partorendo Putin come risposta al travaglio eltsiniano, così come per la Brexit. Improvvisa invece la cavalcata di Donald Trump, accompagnata tuttavia da quella infruttuosa di Bernie Sanders a sinistra, segno comunque del gran bacino potenziale di scontenti che si è andato formando anche in America. Se si va ad analizzare il voto di Brexit e Trump si troveranno realtà molto simili. Campagna contro Città, autoctoni contro immigrati, lavoratori manuali contro specialisti della tecnocrazia. E infatti il messaggio politico che gli elettori hanno voluto consegnare alle élites è stato sostanzialmente lo stesso. Esso si basa su di un solo concetto cardine, declinato in modi differenti, localizzato potremmo dire secondo le diverse esigenze e tradizioni politiche nazionali. Questo concetto è: basta globalizzazione. Ci sono già stati momenti nella Storia in cui i mercati si sono integrati e merci-persone-capitali si sono spostati a velocità crescente (anche se mai velocemente come oggi) e ci sono già state fasi di chiusura, di richiesta di protezione, di appello al confine come elemento ordinatore. Per forza di cose, data la storia culturale degli ultimi trent’anni, questo appello non poteva che venire colto dalla destra, che è così riuscita ad invertire le categorie politiche classiche del mondo anglosassone: i conservatori sono diventati i veri progressisti ed i rappresentanti del “basso”, i progressisti i tutori dello status quo. Ne è in un certo senso dimostrazione l’odio manifestato dagli studenti delle due coste americane che, in una spaventosa attualizzazione di Orwell, bruciano bandiere e teste cartonate di Trump al grido di “LoveTrumpsHate” (l’amore distrugge l’odio, esempio di neolingua). Loro, destinati a diventare i nuovi tecnocrati della globalizzazione, sono di fatto le forze della reazione padronale, la manovalanza dell’<alto>.

Se questa è la situazione internazionale, a che punto è l’ondata populista in Italia? Come al solito la nostra derelitta penisola si dimostra laboratorio politico in grado di anticipare i tempi. La categoria del populismo è dunque ipertrofica ma indefinita. La favola dell’imprenditore di successo che “scende in campo” per il bene del Paese l’abbiamo già vissuta, ma Berlusconi vestiva i panni del liberale. Renzi stesso utilizza il populismo-strumento. Lo ha impiegato per “rottamare” i vetusti vertici emiliani del Pd e continua ad utilizzarlo nel tentativo di rottamare la democrazia in Italia. È intrinsecamente un capo carismatico, a modo suo ma consono al suo elettorato conservatore, ricorre al plebiscito (referendum costituzionale) per appellarsi direttamente al popolo, gode dell’emergenza continua per tentare di rafforzare il suo potere. Non è però sostanzialmente populista, anzi. Le due risposte politiche similari a ciò che sta avvenendo nel resto dell’Occidente sono dunque chiaramente Lega e 5Stelle, infatti spesso etichettate denigratoriamente dai media come populiste. Salvini ha annusato il vento d’oltralpe e cercato di trasformare un partito secessionista nel Front National italiano. Ha potuto contare sul razzismo istintuale di parte della sua base, un’avversione intima allo Stato centrale, compreso il suo establishment, solitamente espressa nella guerra fiscale, e sul comunitarismo di certe vallate del Nord. Paga, tuttavia, le origini anti-meridionaliste della Lega. Se anche avesse potuto sperare, per un momento, di sfondare al Sud, ormai appare evidente come il suo messaggio sia stato rispedito al mittente. Troppo radicato l’odio (reciproco) per sperare di unire gli italiani sotto il sole delle Alpi. Il secondo grande problema di Salvini è costituito da Grillo, il primo forse a vedersi affibbiare l’etichetta di populista. Il Movimento 5 Stelle è un’anomalia nel panorama internazionale, l’unica forza di rilievo paragonabile è probabilmente Podemos in Spagna. È, se vogliamo essere capziosi, l’unico esempio di populismo di sinistra di successo. Come afferma giustamente Formenti, data l’estrema complessità della stratificazione sociale in Italia, si è dovuto costruire il popolo. Grillo rappresenta il momento necessario di verticalizzazione di un movimento altrimenti orizzontale, come ad esempio Occupy Wall Street. Invece di disperdere la rabbia dopo qualche giornata di protesta, gli indignati italiani hanno trovato un leader capace di non voler essere veramente tale. Il problema di Grillo quindi è invece Salvini, che raccoglie l’altra parte di scontento. Il problema di Renzi, infine, è esser riuscito, novello Cameron, ad unire gli opposti populismi col Fronte del No al referendum costituzionale. Non sarà una risposta politica unitaria, ma sarà un nuovo stop per la globalizzazione per interposta Europa.