Ha ragione Sgarbi, sui funerali di Vittorio Casamonica si è fatto un enorme clamore, per nulla. Banalmente tutta questa ribalta per chi non c’è più, semmai, doveva esserci quando i nomi dei protagonisti sono balzati alle cronache per fatti giornalisticamente rilevanti. O rilevanti per altro. L’indignazione postuma non serve veramente a niente. Tanto più se proviene dalla politica, la quale sembrerebbe fingere di controllare ancora il territorio tanto da pensare di poter comportarsi da far trasparire di non essere necessitata a passare anche per tramite di certe famiglie per procurarsi voti. Perché non parrebbe necessario ribadire che la politica o gran parte di essa non si farebbe problemi, quando si tratta di pacchetti di preferenze, ad avere a che fare con persone per cui poi, in ambiti diversi, tende a scandalizzarsi. E allora la collera pubblica per il funerale “barocco”, come lo ha definito qualcuno, appare essere quasi giustificativa per la mancata rabbia per eventuali interconnessioni tra famiglia e istituzioni. precedenti ,però, a questa ribalta mediatica. E potrebbe valere per un cognome come per tanti altri. Ci si potrebbe anche chiedere, al limite,a chi sta decidere come e con quali regole può svolgersi un funerale. Alle istituzioni laiche? Forse la famiglia del defunto ha qualche diritto in più di pronunciarsi sulle modalità. Prescindendo dal defunto se è vero, come è vero, che la morte è uguale per tutti.

Le distanze, insomma, andrebbero tendenzialmente prese in vita e non dopo. A cose fatte sono capaci tutti. Però il fatto ha tenuto banco per settimane sui quotidiani e tant’è vero che nella società dell’informazione l’unica cosa che conta realmente è la notizia, quella che ti fa vendere, che produce ascolti, che porta introiti, che capita, allora, di accendere la televisione di Stato un martedì sera qualunque e di ritrovarsi proprio i Casamonica nel salotto di Vespa a difendersi contro le oltranziste argomentazioni un po’perbeniste, perchè tardive, di molti.

Tempo fa venne teorizzato il cosiddetto Stato Etico, speculazione filosofica mal interpreta e mal riuscita, morta e sepolta dal e nel 900′, che pensava lo stato come finalizzato a se stesso e agli esseri umani da cui era composto. E in se stesso trovava le sue regole giuridiche e la sua morale. Dai bagliori di questa concettualizzazione nascono e rimangono attuali alcuni corollari, tra di essi, il servizio pubblico radiotelevisivo statale.

Ora non è tanto utile chiedersi se per mezzo dei soldi dei contribuenti italiani che pagano il canone la Rai possa o non possa invitare i Casamonica. Questa è una questione che sta a monte e non può riguardare un singolo episodio. Bisognerebbe chiederselo ogni volta che la televisione di stato ospita indagati o condannati per cimini contro lo stato stesso. Non solo oggi dopo che l’abbuffata mass-mediatica della vicenda-funerale ci ha inebriato tutti con la voglia di ciarlarne a più non posso. Altrimenti anche qui si casca in un caso d’indignazione postuma e difficilmente giustificabile. Il tema, semmai, è un altro. Davvero si vuole far passare questi signori come privi di potere su Roma? Davvero si vuole dimostrare che chiunque può accedere a due ore di trasmissione televisiva per potersi raccontare e/o giustificare? Veramente siamo disposti a subirci la qualunque dissertazione pur di stare al gioco degli ascolti? In televisione tutto può essere mostrato come si decide che possa e debba essere mostrato. Questo, però, è un gioco pericoloso poiché, genericamente, può far assimilare chi ci propina candide discolpe a chiunque altro venga a motivarsi o a raccontarsi in pubblico. In questa circostanza, forse, non era conveniente. Ma, come detto, la faccenda è deontologica: bisogna chiedersi al principio a chi è concesso l’accesso al servizio pubblico e a chi no. Solo così, forse, si sarà legittimati a chiederne un filtro. Tutto il resto è indignazione vuota e intempestiva.