In Sicilia qualche giorno fa è crollato un ponte, o perlomeno si è afflosciato quel tanto che basta a distruggere le speranze di chi, dovendo andare da Palermo a Catania, avesse pensato di cavarsela in mezza giornata. Adesso ci vorranno sei ore, e bisognerà pagare: dieci euro e dieci centesimi sulla A 20 da Palermo a Messina, e tre euro e settanta centesimi sulla A 18 da Messina a Catania. Totale, graziosi tredici euro e ottanta centesimi che si aggiungono al comprensibilissimo scazzo di chi magari quel tragitto lo fa per lavoro, e ora dovrà aspettare chissà quanti mesi, chissà quanti anni (diamo tempo al Tempo: ma il Tempo dev’essere pieno di debiti) prima di riavere quel collegamento autostradale diretto tra Palermo e Catania. Che (attenzione!) non era bello, non era buono, non era affatto sicuro ma perlomeno c’era. In questa fatale accettazione dello stato dell’arte si nasconde il vero stigma dell’anima siciliana, altro che Tomasi di Lampedusa, altro che felini di foggia e natura diverse: magari felini ci fossero, magari ci fosse qualcosa da sbranare.

Eppure qualcosa da sbranare ancora c’è, ma qualcosina, poco: proviamo a chiedere al presidente della Regione Siciliana Rosario Crocetta (detto anche il Ciuffo Ribelle, dalla pettinatura assurda che ha adottato da qualche tempo, roba che nemmeno un ragazzino di quattordici anni di Scampia) che fine hanno fatto i soldi della Regione nella Stretto di Messina s.p.a., la società che dal 1981 si occupa della possibilità di costruire il famoso Ponte (come se un dentista si occupasse della possibilità di curare un dente, ma tant’è) posta in liquidazione nel 2013 dal Presidente del Consiglio uscente Mario Monti, con commissario liquidatore quel Piero Ciucci che ha presentato in settimana le dimissioni di cortesia da presidente dell’ANAS al ministro Delrio. Nella seduta del Senato del 26 giugno 2013, il vicepresidente Altero Matteoli (Pdl) esprimeva “rammarico per l’accantonamento della realizzazione del progetto del ponte sullo Stretto di Messina, che non costituisce semplicemente un collegamento tra la Sicilia e la Calabria, bensì un’opera ingegneristica unica al mondo”. Possiamo noi esprimere rammarico per i milioni di euro che la Regione Siciliana, in quanto partecipante della società con quota del 2,58%, ha investito per quasi trentacinque anni in questa impresa? Possiamo augurarci che questi milioni di euro ritornino all’ovile e vengano spesi magari per opere infrastrutturali più utili? Possiamo auspicare che l’ANAS di Piero Ciucci, che della Ponte sullo Stretto controlla oltre l’80% per 315 milioni di euro, utilizzi queste somme per rimpilonare il pilone spilonato?

Possiamo? Sì, possiamo. Ma in realtà dovremmo. Dovremmo premere perché queste somme (il Ponte è soltanto un esempio, molte inutilità ci sono in Regione e ormai sdoganate ai quattro venti da più di una trasmissione televisiva nazionale) rientrino nelle facoltà di spesa dei siciliani. I quali, nonostante assurdamente il Ciuffo Ribelle dichiari che la Sicilia è cresciuta nel 2014 del tot per cento e del tot per tanto, soffrono un momento di frustrazione economica e conseguentemente psicologica tra i peggiori della storia moderna. Immaginate quanto bene farà all’umore già roseo di un autotrasportatore la bella novità del pilone crollato sulla Catania – Palermo. E come sarà contento di fare due ore di macchina in più per andare nello stesso posto. E come porterà questa contentezza a casa dai propri figli. E dalle proprie mogli. Avrà poi senso lo stanziamento dei Fondi Europei in programmi di assistenzialismo familiare? E avranno senso i capannelli di disperati di fronte alle telecamere dei talk show? Il presidente della Regione ogni mattina continuerà a pettinarsi impunemente? Sono domande che risposta non ne avranno, ma che vanno fatte lo stesso. Perlomeno, per non fare la parte dei fessi. O come si dice in Sicilia, dei cornuti e bastonati. Se questo popolo avesse per se stesso il rispetto che ha per il proprio patimento, per il compiacimento della propria disgrazia, per quel fatalismo di pietra il cui vero significato non è che un destino di poveracci, più poveracci quanto più potenti si sentono, se avessimo più rispetto per noi anziché di noi le cose andrebbero diversamente e i piloni non crollerebbero. E saremmo salvi.