Lo dicono tutti che è bella, ma solo chi ci abita riesce a comprenderla pienamente; la Sicilia, è come quella donna riconosciuta da tutti come bella ma considerata anche una puttana, per la quale è meglio solo tessere le lodi ed esaltarne le doti ma ‘da lontano’, lasciandola sola ed evitando di darle molta confidenza.

E come ogni donna bella ma sola, la Sicilia ha tanto altro da offrire rispetto a quel che semplicemente mostra; un’isola bella ma incompresa, una terra che affascina ma snobbata dai suoi stessi giovani, i quali non ritengono oggi molto ‘cool’ abitarla e che a bassa voce dicono di studiare a Palermo, perché si vuol emulare il compagno di banco liceale che nello status di Facebook può orgogliosamente scrivere ‘Milano’ o ‘Pisa’ od ancora ‘Roma’ nella voce ‘città di residenza’. Da siciliano, se c’è un qualcosa che mi fa paura non è la crisi economica, né la mania divoratrice dei dinosauri politici, ma è la costante perdita dell’identità siciliana. Si prenda proprio il caso dell’esempio degli studenti universitari: passo successivo al liceo, era quello di cercare casa a Palermo (o a Catania per i connazionali della Sicilia orientale); nel bene o nel male, si formava una classe dirigente siciliana: la manodopera spesso emigrava, ma medici ed avvocati siciliani si formavano sull’isola.

Oggi Palermo, da molti e non da tutti comunque, non viene vista più come capoluogo della propria terra, ma come una città poco ‘trendy’; si va a Milano, si va a Roma, c’è chi addirittura va a Londra: sì perché andare fuori oggi va di moda, perché la Sicilia è ‘terra disgraziata’ e la tavola la si vuole apparecchiata, guai a sporcasi le mani per l’isola che ha dato i natali. Paradossalmente oggi Palermo ospita una marea di studenti erasmus, che dall’estero la vedono come una città appetibile per la sua storia, la sua indole culturale e per un fermento che pochi anni fa mancava, ma per i suoi giovani no, ‘Palermo è davvero provinciale’. La stragrande maggioranza dei giovani siciliani che oggi fanno i selfie davanti il Colosseo o in piazza Duomo a Milano, fra 10 anni sarà nuovamente sull’isola; poche opportunità oramai anche al nord, si conoscono bene le condizioni della penisola, ma torneranno senza quell’orgoglio di appartenenza necessario ed utile per capire e cercare di migliorare la martoriata Sicilia. Ma venendo alla Sicilia di oggi, la situazione è una vera polveriera; l’isola, è bene ricordarlo, ha uno statuto speciale e questo la rende de facto uno Stato nello Stato: in realtà i partiti sono gli stessi di Roma, il suo statuto stracciato e reso inapplicabile in materia finanziaria, però la Sicilia mantiene ancora delle funzioni tutte sue ed è ‘datrice di lavoro’ di migliaia di siciliani.

Un default della Regione, vorrebbe dire l’esplosione della polveriera sociale siciliana; se ne parlava ad inizio aprile: mancavano 700 milioni di Euro per chiudere il bilancio, roba non da poco ed il rischio di una bancarotta della Sicilia era molto concreto. A pochi giorni dalla chiusura dell’esercizio finanziario (il 30 aprile), niente bilancio e niente finanziaria, dunque spesa congelata e lavoratori senza stipendio e regione senza servizi. Poi forse a Roma qualcuno ha fatto notare che a maggio si voterà in molti comuni siciliani importanti ed allora ecco spuntare 2 miliardi di Euro che serviranno a chiudere il 2015. E gli altri anni? Ciò che emerge dalle finanze siciliane è drammatico: la Sicilia non potrebbe più avere i fondi per i servizi, i teatri, la cultura, i musei, gli Enti Parco, le scuole d’eccellenza, per non parlare della sanità pubblica. Una scellerata mossa di Crocetta mesi fa, ha fatto sì che Palermo accendesse un altro mutuo da un miliardo e mezzo di Euro senza ancora uno straccio di bilancio; debito su debito, una mossa condannata anche da molti economisti dell’Università di Palermo: “E’ come se un padre di famiglia indebitato – è il commento di uno di loro – invece di sfamare i figli con il pane che c’è già a casa, va a comprare il mangiare con altro debito’.

Forse forse la Sicilia riuscirà a tirare a campare ma solo perché (al momento, poi chissà) a Roma non conviene mostrarsi con parte del suo territorio ‘grecizzato’; ed allora, via al riconoscimento di debiti pregressi o ad esborsi miliardari finché lo stato centrale se lo può permettere. Ed ecco che un grande obiettivo perseguito da Roma si sta realizzando: togliere del tutto l’autonomia. Non che fosse un bell’esempio l’autonomia made in Sicily; lo statuto del 1946, che sulla carta dava all’isola più autonomia della Catalogna da Madrid e della Scozia da Londra, come detto prima è stato sempre reso carta straccia con la complicità della politica siciliana e dei siciliani. Le stanze del potere di Palermo, poste in quei palazzi normanni così ‘aurei’ e talmente fastosi da dar l’impressione di essere quasi inavvicinabili ai cittadini, sono sempre servite come bancomat per milioni di siciliani: ‘mamma Regione’ (come molti la chiamano) finanziava tutto, senza però che i cittadini mettessero becco sulle politiche intraprese in questi anni. Ed i nodi vengono al pettine: la scelleratezza con cui la classe politica siciliana ha governato dal 1946 in poi, la quasi totale mancanza di controllo civico, la convinzione che mai sarebbero finiti i tempi delle vacche grasse, sta portando alla paralisi della Sicilia.

La Trinacria mai come prima d’ora forse è stata così in bilico: ed anche la natura vuole avvisare i cittadini. Basta fare un giro sulle autostrade dell’isola, per rendersi conto di dissesti presenti ovunque, di frane ed avvallamenti frutto sì di tanta acqua avuta negli ultimi mesi, ma anche e soprattutto di totale mancanza di manutenzione e controllo. Ed ecco, che da qui esce fuori anche la vicenda del viadotto Imera: un nome, che evoca una gloria della Magna Grecia sicula, ma che oggi rappresenta il crollo della vergogna, che taglia in due la Sicilia.

Congiungere Palermo e Catania, oggi è quasi impossibile: bisogna fare chilometri di deviazioni, l’autostrada è in balia dei piloni del viadotto in bilico come la Trinacria. Non è soltanto il cedimento di una carreggiata: è il segnale di una Sicilia appesantita da anni di soprusi, che oggi si piega quasi rassegnata ed implora pietà. Che sviluppo può avere un territorio in cui le sue due metropoli principali non sono collegate? Si pensi ad una Grecia senza autostrada Atene – Salonicco o ad una Francia senza la Parigi – Lione oppure ancora, ad una Spagna in cui non partono più aerei da Madrid a Barcellona.

Ma forse, il segnale è da prendere in altro modo e sotto altra prospettiva: dalla Sicilia, non si può uscire, l’isola non vuole ulteriore abbandono. Il fato taglia via nel giro di pochi giorni tutte le principali arterie siciliane (sì perché anche la Palermo – Agrigento e tante altre statali interne hanno visto ponti ed asfalto essere spazzati via da frane e smottamenti) e scoraggia molti ad intraprendere viaggi; quella ‘puttana’ della Sicilia sbarra le sue vie di fuga ed allora appare questo il momento di restare: dinosauri, corrotti, mafiosi, massoni, servizi segreti deviati, negli ultimi anni sull’isola non è mancato nulla e forse è giunto il momento adesso di ricostruire da zero, pilone dopo pilone, viadotto dopo viadotto.