di Alessandro Procacci

In data 13 maggio il ministro dell’agricoltura Maurizio Martina ha dichiarato, con chiaro riferimento a Pippo Civati, «le battaglie si fanno dentro il partito, grave errore uscire» . In pieno spirito di partito di massa sarebbe anche ragionevole concordare con il signor ministro su questo punto ma bisogna rendersi conto che le grandi ideologie sono fallite e non si può più impostare un pensiero in questi termini. Quello che sta diventando il partito democratico è un qualcosa di sempre più simile al modello partitocratico americano, costituito da un blob di elettori e non di iscritti (i vecchi “militanti”); se andiamo a guardare i dati relativi alle iscrizioni dell’anno scorso possiamo notare come nel giro di 365 giorni l’aggregato dem abbia perso ben 400.000 associati. Il modello di associazione politica statunitense è, appunto, costituito da un organico molto sottile, i così detti «quadri» . Questi quadri controllano praticamente la totalità dello stesso attore politico e il ruolo dei cittadini è, conseguentemente, relegato e sminuito alla sola funzione di partecipazione elettorale, cioè l’espressione del voto.

Il problema vero non è Pippo Civati che, finalmente, è riuscito a prendere una decisione sua ma il concetto di democrazia stesso: ognuno, dotato di uno spazio di espressione, si inventa un suo proprio ideale di democrazia e, tutte queste elucubrazioni che si vengono a trovare nel medesimo scenario politico, non possono che sfociare in dissenso e separazioni. A voler ben vedere è come un grosso mercato ortofrutticolo dove ogni ortolano cerca di urlare più forte degli altri per vendere la merce, cercando di convincere che sia la migliore.

L’altra sottile differenza tra il partito di massa, con i suoi metodi, e il sistema partitocratico odierno è che si pretende di applicare lo stesso modus operandi del passato a condizioni totalmente differenti da quelle che li avevano consacrare: se prendiamo, ad esempio, il PCI di un tempo non era ragionevole pensare di agire, dentro il partito, per scissioni, in quanto si sarebbe perso, in primo luogo la credibilità come forza politica stessa ed in secondo la credibilità individuale di coloro che agivano come politici. Se consideriamo, però, che gli attori politici contemporanei, pd in primis, sono molto liquidi in termini di contenuti ecco che tutto cambia: se ci si viene a trovare a collaborare con un gruppo che, inizialmente prende una posizione che aggrega dei seguaci, per via dei temi che vuole abbracciare, e che poi la cambia radicalmente è sciocco insistere sul concetto di coesione in quanto la scissione è già, ufficiosamente avvenuta.

Questa già nominata liquidità dei partiti porta inevitabilmente all’autodistruzione degli stessi! Immaginiamo per un momento di svuotare una bottiglia in un catino con un buco: mano a mano che il tempo passa sempre più sostanza fuoriesce dal contenitore attraverso i fori e ne resta sempre meno fino a che il recipiente non si sia svuotato completamente. Tutto quello che è defluito si rimescola in una massa informe in quanto non travasata da nessuna parte. Ecco questa è più o meno la situazione politica attuale: il Pd è la bacinella bucata e Pippo Civati solo una parte del contenuto fuoriuscito attraverso i fori della dissidenza.