di Fio Piccolo

Quest’anno il Natale non sarà ricordato per la neve ma per il particolato e le polveri sottili. Le polveri non si sono limitate ad annebbiare le nostre città, ma hanno saturato il mondo dell’informazione e della politica (già in carenza d’ossigeno per innumerevoli motivi) intorno ad uno stanco e inconcludente dibattito tra targhe alterne, blocchi della circolazione e temperature del riscaldamento. Tutte misure che nulla hanno potuto contro la realtà dei fatti: in assenza di vento precipitazioni anche misure draconiane come il blocco del traffico riescono nell’intento di abbattere le polveri. L’inefficacia di questi provvedimenti sul traffico, ha iniziato a far riflettere che i gas di scarico sono solo una parte di un problema ben più ampio.

Se per le emissioni più piccole, il PM2,5 le emissione dei veicoli rappresentano un 30 %, per il PM10 si può arrivare ad uno scarso 10-15 %, all’incirca lo stesso contributo al PM 10 dovuto al riscaldamento domestico. Certo è che in totale il traffico veicolare non si limita a inquinare solo coi tubi di scappamento: infatti a quel 10-15 % dalle marmitte si aggiunge un mostruoso 20 % dovuto al rotolamento dei pneumatici e all’usura dei freni, aspetto che dovrebbe indurre a qualche riflessione: un rombante ed enorme SUV ibrido di ultimissima generazione avrà pneumatici più grandi, quindi maggior superficie di rotolamento, e per la sua massa, freni e superficie d’attrito più grandi, quindi il suo contributo a quel 20 % di PM10 da usura sarà ben più grande di quello di una vecchia Panda 1000 Euro 0, le cui ruote e freni sono quelli di una bicicletta a confronto di quelle dei titanici – ma sulla carta “meno inquinanti” – SUV.

Al contributo del traffico veicolare (il 10 % di emissioni, il 20 % di freni, pneumatici e frizione) si aggiunge un 15-20% dovuto al sollevamento della polvere stradale. Anche qui si potrebbe obiettare che un veicolo di maggiori dimensioni solleverà più polvere di un’utilitaria di 30 anni, ed arrivare alla conclusione che da un punto di vista quantitativo che maggiori sono le dimensioni di un auto, maggiore sarà il particolato emesso e che queste misure basate unicamente sulle emissioni (10 % – 15 % del totale) sono pura demagogia feudale: il signorotto col suo SUV ibrido circola, mentre il proletario/servo della gleba e la sua vecchia e piccola utilitaria devono stare fermi.

Ma per quanto meritevole di sviluppo, anche questo aspetto diventa irrilevante di fronte al fatto che “il particolato” non è un problema in sé per sé, ma è solo un sintomo di un problema ben più grave.

Problema rappresentato da come sono cresciute le nostre città negli ultimi 70 anni, e il cui sviluppo è stato guidato e realizzato perché luoghi nati per gli esseri umani siano diventati habitat per le auto. Non si tratta dell’ironia di Douglas Adams e della sua Guida Galattica per Autostoppisti, dove l’alieno co-protagonista dopo attenta osservazione del pianeta Terra concludeva che le auto fossero la forma di vita dominante. Bensì della realtà architettonica e urbanistica imposta dal demiurgo dell’architettura moderna e contemporanea, l’orologiaio svizzero Le Corbusier.

L’uomo che sognava edifici a misura d’uomo, ma che costruiva città a misura di auto, e che gli studenti di architettura imparano acriticamente ad adorare. Studenti che una volta diventati architetti applicano incosciamente o scientemente i suoi dettami. Dopo aver lanciato questo j’accuse, è doveroso lasciar parlare proprio Le Corbusier:

“Le città saranno parte della campagna; io vivrò a 30 miglia dal mio ufficio, in una direzione, sotto alberi di pino; la mia segretaria vivrà anch’essa a 30 miglia dall’ufficio, ma in direzione opposta e sotto altri alberi di pino. Noi avremo la nostra automobile. Dobbiamo usarla fino a stancarla, consumando strada, superfici e ingranaggi, consumando olio e benzina. Tutto ciò che serve per una grande mole di lavoro … sufficiente per tutti”. Questa l’affermazione contenuta nel suo Ville Radieuse, in cui abitare a quasi 50 km dal luogo di lavoro, e percorrere questa tratta in auto è visto come un sintomo di “radiosa” modernità. Si badi bene che a vivere sotto i pini saranno l’alta e la media borghesia.

Proletari e piccola borghesia vivranno nei cosiddetti grattacieli cartesiani o cruciformi, torri da diciotto piani con pianta a croce teorizzati a partire dal 1922 con il Plan Voisin, grandioso progetto per Parigi finanziato, casualmente, da Gabriel Voisin, pioniere e industriale aeronautico, attivo anche in campo automobilistico. Certo le torri cruciformi sarebbero state costruite a grande distanza l’una dall’altra, consentendo ampi spazi verdi tra i grattacieli, ma l’evidenza che, per quanto ariose potessero essere queste costruzioni, almeno una facciata non avrebbe mai visto il sole, porto nel corso di tre lustri a riprogettare le torri con piante modificate, “a zampa di gallina”.

Ma al di là dei 100 km di pendolarismo giornaliero, che certamente avrebbero fatto alzare qualche sopracciglio anche ai Futuristi che cantavano la macchina, in quel passaggio c’è la concezione di un futuro devoto alla macchina e al suo consumo: l’auto va stancata, la strada consumata, come l’olio e la benzina, gli ingranaggi usurati fino allo sfinimento meccanico. Ecco il 40-50 % del particolato emesso dalle automobili. Profetico.

Certo, questa esaltazione della macchina nascosta da un fine superiore (lavorare tutti per costruire e/o riparare macchine e strade), è solo un dettaglio dell’opera di Le Corbusier. Un dettaglio forse ignorato da chi lo studia, ma che si insinua in tutta la sua opera: un’architettura e un’urbanistica concepita per muoversi e consumare auto. Un dettaglio determinante che fa comprendere come misure per “ridurre” l’uso delle auto diventino irrealizzabili in un mondo in cui l’urbanistica e l’architettura, magari inconsciamente, sono state concepite per massimizzare quell’utilizzo.

Ma il titolo del pezzo è “Il particolato? Colpa di Le Corbusier”, e dalla citazione de la Ville Radieuse si arriva ad un 50 % scarso delle emissioni di particolato. Siamo stati forse ingiusti nel colpevolizzarlo tout-court? In realtà no, perché tra i cinque punti della nuova architettura ce ne sono un paio che sicuramente contribuiscono a tener alto il 10 % del contributo dovuto al riscaldamento, soprattutto per quanto riguarda gli edifici adibiti ad uffici. Il primo punto sono i “pilotis” i pilastri di cemento armato, togliendo il piano terra e sorreggendo il primo piano con l’auspicio di ridurre il contatto e relativa umidità dovuta al terreno. Il secondo la finestra orizzontale, che taglia le facciate per tutta la sua lunghezza, garantendo illuminazione costante in tutte le stanze.

Che queste finestre sovradimensionate realizzate in edificio costruito ignorando le più elementari norme di esposizione solare (come dimostrano i 15 anni per realizzare che la pianta cruciforme era svantaggiosa dal punto di vista dell’insolazione), fossero un problema sia d’estate che d’inverno, allo stesso modo di come un piano seminterrato adibito a cantine/garage fornisca una coibentazione migliore dei pilotis e del primo piano sospeso dovrebbe apparire cosa ovvia. Come appariva a Marcello Piacentini nel 1928 su Architettura e Arti decorative.

“Ne hanno quindi assorbito forme per noi assurde: le pareti continue tutte di vetro, che sotto il nostro sole centuplicherebbero i casi di congestione cerebrale; le finestre larghe, buone per diffondere uniformemente negli ambienti la scarsa luce del nord, anziché alte, come noi abbiamo sempre usato per dar aria pure alle zone superiori degli ambienti dove si ammassa e si ferma l’aria viziata. Niente persiane (addio dolce sollievo di frescura nei cocenti pomeriggi estivi): niente cornicioni o cornici protettrici delle facciate, e degli infissi delle finestre: l’acqua entrerà dalle piattabande e dalle soglie, cancellerà tinte e sgretolerà in pochi mesi intonaci e paramenti. Niente tetti: gli ultimi piani dovranno sopportare il caldo e il freddo in omaggio al razionalismo trionfante (non mi parlate di intercapedini e di camere d’aria, che da vent’anni non ci credo più). Queste sono le nuove droghe internazionali dell’architettura, che da noi si prendono così come sono, e ci si condisce ogni pietanza: dalla chiesa alla scuola, dal mercato al palazzo”.

Semplice buon senso, verrebbe da dire. E invece di finestre proporzionate e attenzione all’esposizione degli edifici che consentono di ottimizzare intrinsecamente il condizionamento sia d’estate che d’invento, ci ritroviamo con edifici costruiti in sfregio a millenni di saggezza architettonica, come se fossero dei radiatori, in grado al contempo di dissipare più calore possibile e facciate pronte a surriscaldarsi quando vi batte il sole. Questo nella migliore delle ipotesi, visto l’ultimo grattacielo inglese, la cui facciata vetrata era a forma di specchio ustore, in grado di fondere gli interni delle auto parcheggiate in determinate posizioni.

Questa è la modernità. Questi sono gli edifici verdi, le cui intercapedini (a cui Piacentini non credeva più), prima che un modo di rendere più efficiente l’edificio, sono un necessario palliativo dovuto a colmare le deficenze di progetti costruiti in base ad una ideologia folle. Ideologia folle per cui il “verde” è quello dei grattacieli di Boeri di Milano, in cui si piantano alberi sui terrazzi.  E quando vi chiederete come arrivare ad un lavoro a 30 miglia dalla vostra casa, in un quartiere dormitorio costruito lontano da Dio e dagli uomini, senza auto perché hanno bloccato il traffico, e quando gelerete nel vostro ufficio in grattacielo di vetro e acciaio perché hanno dovuto abbassare i riscaldamenti, ricordatevi che avrete un solo nome da maledire. Quello di Le Corbusier.