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Secondo diversi sondaggi, sempre più italiani sarebbero favorevoli all’uscita dall’euro, con una percentuale che si avvicina, se non tocca, la maggioranza. Cresce anche il numero di coloro che vorrebbero uscire dall’UE. Il malcontento nei confronti della moneta unica e delle istituzioni europee è sempre più grande. Ma i Capi di Governo dei paesi dell’area euro continuano a sbandierare lo slogan stantio del “ci vuole più Europa” e, riuniti a Versailles, hanno auspicato il proseguimento dell’integrazione, sotto l’apparente, quanto fittizio, cambiamento dell’“Europa a più velocità”. Mario Draghi, qualche giorno fa, ha tenuto a precisare che l’euro sarebbe, a suo dire, irreversibile, non contemplando i trattati la rinuncia alla moneta comune per i paesi aderenti. Ma cerchiamo di soffermarci su questa proposizione. Cosa vuol dire che l’euro è irreversibile? Che non può essere abbandonato, certo, ma in che senso, secondo Draghi e chi la pensa come lui, non è possibile cambiare una moneta? Perché è stato possibile rinunciare alla lira, ma non sarà possibile disfarsi dell’euro, che è una moneta come tutte le altre? I trattati, si dice, non contemplano questa eventualità. Ma il fatto che la contemplino non significa che non tale possibilità oggettivamente non esista. Nemmeno Luigi XVI contemplava l’eventualità di una rivoluzione e di essere ghigliottinato. Supponiamo che il governo italiano decida di ritornare alla Lira. Cosa potrebbe impedirlo? Un’invasione militare? Una guerre nucleare?

Forse, si vuole dire, più seriamente, che non esistono basi giuridiche che possano giustificare il ripristino di una moneta nazionale. Tale interpretazione, però, renderebbe la proposizione errata. Innanzitutto l’Italia è dotata di una Costituzione che, fino a prova contraria, è la legge suprema, prioritaria rispetto a qualsiasi trattato (semmai sono i trattati a dover tener conto delle linee costituzionali, non il contrario). La legge costituzionale stabilisce che la sovranità appartiene al popolo. Vuol dire che il popolo, o meglio l’organismo che la rappresenta, il Parlamento, e l’organo che rappresenta la maggioranza, il Governo, possono decidere di darsi la forma amministrativa che preferiscono in ogni ambito della vita pubblica, compreso, quindi, il corso legale della moneta. Del resto, per circa cinquant’anni è stato così, ed è evidente che se la massima legge permetteva prima l’esistenza di una moneta nazionale, lo permette tutt’ora. Ma l’affermazione di Draghi, secondo l’interpretazione giuridica, è in contraddizione con l’essenza stessa del diritto moderno. Questo infatti, concepisce la possibilità di cambiare la legge senza violare l’impianto legislativo, e predispone procedure legali atte a tale scopo. Pertanto l’impossibilità giuridica di uscire dall’euro è letteralmente un non-senso.

Ma c’è un altro modo di leggere l’asserzione della presunta irreversibilità. Si può dire, infatti, che, data l’attuale costellazione politico-economica, seppure l’uscita dall’euro sarebbe teoricamente possibile, non è di fatto praticabile. Tuttavia, anche in questo caso, sarebbe una forzatura concepire questo, al pari di qualsiasi altro contesto, come immodificabile. Ma se analizziamo la parola usata da Draghi si scopre che egli ha inteso affermare qualcosa di più. La parola usata è “irrevocabile”; essa sta a indicare non solo la semplice impossibilità, ma anche l’inappellabilità di una decisione già presa, paragonabile a una sentenza della Cassazione. Una simile decisione non può più essere rimessa in discussione. Si tratterebbe di una fase, quella della scelta, superata per sempre. Una volta presa una tale risoluzione, essa sarebbe definitiva e non reversibile. In verità quasi tutte le scelte umane – eccetto la distruzione propria o altrui – sono revocabili. Non lo sono in senso fisico, cioè, ovviamente, non si può tornare al momento in cui la scelta è stata compiuta, ma lo sono in senso psicologico e sociale, cioè se ci si accorge che la scelta è sbagliata, per quanti danni essa abbia causato (a meno che, unica eccezione, non abbia provocato il massimo danno, ovvero la morte) si può evitare di reiterare le azioni conseguenti a quella scelta. Invece, sostengono alcuni, esistono scelte irrevocabili e irreversibili. Il concetto di irreversibilità è stato diffuso soprattutto in riferimento all’economia ed è il risultato di uno strano miscuglio di neoliberismo e progressismo di matrice illuministica.

Whatever it takes
All’epoca del Primo Ministro conservatore Margaret Thatcher, ebbe grande successo un acronimo, TINA, che vuol dire “non c’è alternativa”. Con esso i liberisti sostenevano, e tutt’ora sostengono, che non ci sarebbe altra possibilità alle politiche di liberalizzazione dei mercati, per quanto queste possano essere dolorose. Più o meno la stessa cosa si diceva a proposito dell’euro – se si ricorderà il “monologo collettivo” dei media alla vigilia di Maastricht: l’Italia non poteva fare a meno di aderire alla moneta unica, altrimenti sarebbe diventata come il Mozambico, e comunque una simile eventualità era soltanto un’ipotesi per assurdo, non certo una realtà plausibile. Ebbene, una volta che quelle “scelte” obbligate sono state compiute non possono più essere messe in discussione. Ma, dato che messe in discussione non lo sono mai state e non potevano esserlo nemmeno prima, in realtà quello che si sta dicendo è che semplicemente non è data possibilità di decidere. “Non si può tornare indietro!” si sente ripetere. Recuperare la sovranità nazionale? Porre dei limiti al mercato? Imporre dazi doganali? Ripristinare tutele per il lavoro?

“Non si può tornare indietro!”

E’ la identica, corale e ossessiva risposta. Ma che succede se ci si accorge che la strada intrapresa non è quella giusta? Se si è “andati avanti”, ma imboccando l’uscita sbagliata? “Non si può tornare indietro!”. I sistemi umani funzionano in virtù delle azioni umane reiterate e le azioni umane si attuano grazie alla volontà umana. Per quale motivo, quindi, un’azione dannosa, una volta che ci si sia resi conto della sua nocività, dovrebbe essere ripetuta? Dietro il “progressismo” del “non si può tornare indietro, bisogna andare avanti” si nasconde, in verità, il più ottuso e superstizioso fatalismo. Questo fatalismo poggia su due dogmi: uno, secondo cui i sistemi non dipendono dalla volontà e dalle scelte umane, ma da una sorta di automatismo, da una qualche “mano invisibile”, da una qualche strana e oscura forza che fa sì che, per un’ineffabile ragione, gli esseri umani debbano ripetere le stesse azioni pur sapendo che sono sbagliate.
L’altro dogma asserisce che dopo è meglio di prima. Chi asserisce il contrario è marchiato come un eretico, un infedele, un miscredente della Religione del Progresso. C’è un’illogicità in tale assunto, originato da un evidente antropomorfismo che induce a credere che il tempo, che è una categoria fisica, contenga esso stesso un metro di giudizio assiologico, il quale invece può essere proprio solo di una categoria antropologica. Ma, oltre a questo, la combinazione dei due dogmi produce una sorta piano inclinato dell’assurdo: i sistemi sociali sono automatici, le azioni vengono reiterate dagli uomini, per qualche motivo imperscrutabile che agisce sulle loro menti, anche quando questi sono convinti della loro nocività; tuttavia, per qualche altra ragione imperscrutabile, queste azioni automatiche producono sempre il meglio per gli uomini costretti a compierle, perché se dopo è meglio di prima, i sistemi sociali procederanno sempre verso il meglio.

Tutto ciò ha una strana conseguenza: anche quando l’evidenza costringe a riconoscere che dopo è peggio di prima si continuerà lo stesso a sostenere che… “non si può tornare indietro!”.