di Emanuele Mastrangelo

Se vuoi un’immagine del futuro, pensa a un aeroporto internazionale. Non è un’idea originale. L’ha già detto Michel Houellebecq in Piattaforma. Nel centro mondo e l’aveva suggerito ampiamente Marc Augé con la sua teoria del non-luogo. Ma quando si arriva a una conclusione e si scopre tempo dopo d’essere stati anticipati da teste pensanti di un certo calibro, da un lato si ha un po’ di delusione, dall’altra ci si sente sollevati per aver scoperto di non essere paranoici.

Il futuro è un aeroporto internazionale: tu sei dentro l’aeroporto e l’aeroporto è ovunque. “È questo il mondo che stiamo preparando, Winston”. Le scene di degrado a cui abbiamo assistito in questi giorni con lo scandaloso blocco di Fiumicino dovrebbero farci rabbrividire non meno delle distopie immaginate da Orwell o rappresentate in film come “Snowpiercer” e “Elysium” (film mediocre, ma la cui prima mezz’ora è agghiacciante e terribilmente futuribile). Migliaia di persone gettate in terra, senza riguardo per donne, malati, vecchi e bambini, abbandonate in un non-luogo dove ogni minimo bene di conforto è a pagamento, privi di informazioni sul proprio destino a breve termine e circondati da poliziotti pronti a sedare eventuali rivolte. Rivolte isteriche quanto inutili, poiché prive di una base ideologica e dettate solo dalla necessità di sfogarsi.

L’aeroporto internazionale è il mondo che ci stiamo apparecchiando: un mondo dove non esistono leggi (in quanto espressione diretta della volontà del popolo), bensì regolamenti che assumono la forma di un tacito contratto che l’utente si trova ad accettare nel momento in cui mette piede nell’aeroporto. Questi regolamenti sono dettati da “superiori esigenze di sicurezza”. Ovviamente tutti sappiamo che non sarà il metal detector a impedire a un terrorista o a un pazzo di portare a bordo un’arma impropria, cosa che a mezza bocca dicono pure gli addetti alla sicurezza. E per giunta in fondo in fondo non ci ha mai abbandonato il sospetto che il terrorismo aeronautico sia stato se non inventato, quantomeno cavalcato dal potere perché è quello che va a scuotere le paure più ancestrali. E quando si terrorizza qualcuno fino a privarlo della sua capacità di analizzare i fatti razionalmente, si può suggerirgli qualunque soluzione. A una persona che ha il terrore di esplodere a 10.000 metri di quota si può chiedere anche di farsi fare un’ispezione rettale prima di salire a bordo, e questi troverà la cosa ragionevole. Magari si lamenterà, ma non vi si opporrà. E comunque non potrebbe opporvisi, perché se lo facesse si schiererebbe contro quelle “superiori esigenze di sicurezza”, violando il contratto ed entrando automaticamente nel novero di coloro che legittimamente e d’ufficio devono essere sottoposti a repressione.

L’aeroporto internazionale diventa dunque il non-luogo dove qualunque regolamento può essere proposto e poi imposto, comprensivo di clausole vessatorie che l’utente non può rifiutare (anche perché spesso non le conosce), dettate dalle suddette “superiori esigenze di sicurezza”. Esso dunque è un banco di prova su scala planetaria, dove, esempio, sperimentare gli effetti di una determinata innovazione sulla massa e vedere se è possibile esportarla anche all’esterno. Oppure dispiegare l’esercizio del potere per verificarne l’efficienza: far togliere scarpe e cintura al metal-detector è una procedura che ricorda in maniera inquietante le regole militari in zona di combattimento per l’arresto e il concentramento dei prigionieri. Non serve solo a rendere fisicamente impotente il soggetto, ma anche a colpirlo moralmente, umiliandolo, costringendolo a tenersi su i pantaloni con le mani. Si tolgie la bottiglietta d’acqua non solo perché poi viene rivenduta dentro a due euro mezzo litro, ma anche perché si priva la persona di qualcosa di vitale, indispensabile e palesemente del tutto innocuo e questo viene fatto con un arbitrio assoluto e irresistibile. “Ci sono superiori esigenze di sicurezza”. E si sa benissimo – è un re nudo – che quel mezzo litro d’acqua non è un pericolo, mentre per esempio con una bottiglia da un litro di Glen Grant legittimamente acquistata al duty-free e un fiammifero (non individuabile dal metal-detector) si può causare un incendio gravissimo a bordo di un aeroplano. Eppure, l’arbitrio che si ha di fronte non è appellabile. Sono le regole, decise a livello planetario da gente non eletta, di cui non si conosce l’identità e per quelle “superiori esigenze di sicurezza” che di devono accettare come un dogma di fede.

Come pure occorre che si accetti un mondo dove fra la persona e le decisioni prese c’è un diaframma chiamato “front desk” il cui scopo è rendere impossibile all’utente qualunque rimostranza che vada oltre lo sfogo verbale nei confronti dei poveracci impiegati in questo lavoro. Un diaframma che – come ha dimostrato l’incidente di Fiumicino – alla bisogna può essere puntellato dalle forze dell’ordine. Fino a 20 anni fa gli uomini in divisa avrebbero agito per alleviare i disagi dei cittadini. Oggi sono stati dispiegati solo per tenere a bada i bollenti spiriti degli utenti, non più cittadini, gente buttata per terra giorni interi senza poter sapere nulla del proprio destino. Vi ricorda qualcosa?

Il mondo dell’aeroporto internazionale ha così ricondotto le forze dell’ordine a quel ruolo ottocentesco di guardie della classe dominante che lo Stato nazionale aveva temporaneamente elevato a “servitore della collettività” nel nome del Diritto (Ius). E d’altronde l’aeroporto internazionale è il non-luogo del classismo elevato a sistema. Nell’aeroporto internazionale tu vali esattamente quanto sei in grado di spendere. Sarebbe interessante una statistica su quanti viaggiatori in business class o in prima classe durante l’incidente di Fiumicino hanno ricevuto un trattamento alternativo per raggiungere in treno o tramite altro aeroporto le proprie mete, rispetto a quello di chi viaggiava in economica. Oppure a quanti di costoro è stato fornito l’albergo fino a soluzione dei problemi mentre i viaggiatori in economica venivano lasciati a bivaccare in terra senza riguardo per la condizione umana in cui versavano.

Il classismo dell’aeroporto internazionale si vede fin da quando si varca il “gate” e si entra finalmente nel molo dove ad attendere i viaggiatori c’è l’esibizione del capitalismo consumistico globalizzato: il “duty free”. Là i ristoranti si dividono gli utenti in base alla loro disponibilità di spesa: in ogni caso si tratterà di cibo che andrà dalla mediocre qualità (tanto, in regime di monopolio, anche chi è ricco sfondato o mangia quella minestra…) al “fast-food” per chi è meno abbiente. Ovviamente si tratta di cibo globalizzato, tanto quanto è globalizzato il mondo dei “duty free”, dei negozi di ricordini, delle catene di boutique di moda, come si addice al non-luogo per eccellenza. Gli appartenenti alle classi superiori seduti nei ristoranti più costosi, quelli delle classi subalterne e inferiori sulle panche, a sgranocchiare gli “snack” distribuiti dalle macchinette automatiche o il cibo-spazzatura dei fast-food. Si potrebbe facilmente obbiettare che anche all’esterno dell’aeroporto internazionale chi non ha soldi mangia in trattoria e chi li ha in una terrazza vista Piazza di Spagna. Eppure all’esterno esiste la libertà di scelta fra comprare il cibo e portarselo appresso, mangiar fuori casa o cucinarsi da soli, scegliere fra menù tradizionali, moderni o cibo-spazzatura. Nell’aeroporto internazionale non esiste altra opzione che fra quella della gamma classista di proposte dell’aeroporto e il digiuno. Il modello perfetto per il capitalismo consumistico.

Regolamenti imposti come vincoli contrattuali e non leggi eticamente decise nel nome del popolo dai rappresentanti del popolo; cittadini ridotti a utenti; diaframmi burocratici fra gli utenti e i centri di decisione; decisioni prese nel nome di imperscrutabili tecnicismi, blindati da “superiori esigenze di sicurezza” e dall’incubo del terrorismo; classismo elevato alle sue estreme conseguenze, con le classi inferiori private d’ogni dignità se non possono pagare; cibo globalizzato distribuito e gestito con criteri monopolistici; architetture, ambienti, commercio privi di identità e di radicamento nelle tradizioni locali. Insomma, il mondo ideale per il capitalismo consumistico e finanziario. Una distopia perfetta, dove non c’è bisogno di manganelli e psicopolizia per imporre la volontà del potere alle masse, ma le si distrae con le luci sfolgoranti dei “duty-free” e con la tensione del viaggio e la burocrazia estenuante e tentacolare. Con tutto il rispetto per Bryan Eno e il suo tentativo di rendere meno angoscianti gli aeroporti con la musica ambient, quei posti sono effettivamente molto più terrificanti di qualsiasi distopia finora sognata da scrittori e sceneggiatori. E non certo per la paura del volo…