Ape e Rita, così il governo ha battezzato i due nuovi strumenti finanziari che vedranno la luce dalla contrattazione coi sindacati. Sono il frutto dello sforzo di sciogliere il nodo pensionistico, aggredito da interessi contrastanti. Da un lato c’è il mondo del lavoro, bloccato in entrata, per cui secondo gli esperti per alleviare il dramma della disoccupazione giovanile è necessario favorire la flessibilità in uscita. Dall’altro c’è il rigore nei conti pubblici, ce l’hanno ripetuto allo sfinimento, condendolo alle volte con qualche lacrimuccia come la Fornero: è in gioco la sostenibilità del nostro sistema pensionistico. Dunque, prima prolunga la gradita permanenza nel mondo del lavoro dei nostri compatrioti di maggior esperienza, poi si deve studiare un modo per mandarli in pensione comunque, ma risparmiando qualcosa.

Il Governo Renzi si è dunque trovato in una situazione scomoda. Volendo da un lato ammansire il popolo elettorale, che ha la tendenza ad imbufalirsi assai quando gli si tocca la pensione, e obbligato dal suo dinamismo riformistico, che gli impone di far sembrare che metta mano in ogni settore dello Stato, ha dovuto ricorrere a tutta la sua fantasia per poter far qualcosa all’interno dello strettissimo spazio di manovra lasciato dall’interpretazione bruxellina del bilancio pubblico. Ape e Rita dunque in via di definitiva definizione, per volare con l’ape Maya o per andare in pensione con uno spritz, a seconda dei gusti. Rapidamente, il primo è l’acronimo, in neolingua, di Anticipo PEnsionistico, il secondo di Rendita Integrativa Temporanea Anticipata. Il primo è un prestito, concesso dal sistema bancario, al pensionando anticipato per permettergli di ricevere qualcosa ogni mese, fino al momento in cui subentrerà l’Inps nei tempi previsti dalla Fornero. A quel punto, il fresco pensionato potrà saldare il suo debito, vedendosi decurtata la pensione di una percentuale variabile in base al reddito percepito e ancora in via di definizione nei particolari. Pare siano previste tutele per le categorie più deboli (disoccupati, redditi minimi, ecc). Il secondo prevede la possibilità per il lavorate che abbia sottoscritto un fondo pensionistico privato, integrativo, la possibilità di usufruirne al momento del prepensionamento, per ridurre l’ammontare del debito contratto o integrare l’assegno. Di nuovo, all’interno dell’accordo complessivo si discute per l’inserimento di alcune, magre per la verità, misure di sostegno alle minime. Se Tito Boeri è stato bravo, qualche giorno fa, a sottolineare come il problema del nostro sistema pensionistico, più che la sostenibilità, sia l’equità, vedremo quanto il Governo avrà recepito il messaggio, nei limiti imposti dai Trattati.

Se buona parte dei cittadini possono essere interessati ai particolari della questione, del quanto e del come dovranno pagare per poter terminare la propria vita lavorativa in lieve anticipo, dopo essersela vista prolungare ob torto collo, a spaventare è il quadro generale che ha suggerito al Governo questa strada. La manovra in questione è solo un sintomo di quella che è già una tendenza di lungo periodo, che coincide con l’imposizione del neoliberismo nel nostro Paese per interposta Europa: la progressiva finanziarizzazione, e concomitante privatizzazione, dell’economia italiana, perché là sta la crescita, là il futuro. E’ dai primi anni Ottanta che i Governi sentono come imprescindibile l’esigenza di accrescere continuamente la mole del sistema finanziario nazionale, sia come massa di capitale che come quantità di strumenti finanziari disponibili e di investitori coinvolti. Ecco dunque il ricorrere alle banche, ben liete di trovare una nuova fonte d’introiti di fronte al progressivo disimpegno del pubblico, sempre per interposta Europa. Alla leva del debito, vero segreto alchemico della finanza, se ne aggiunge un altro, altrettanto pericoloso: l’individualismo. Il ricorrere sempre più a sistemi pensionistici privati, all’allocazione in proprio del tfr a scopo integrativo, separa il lavoratore dagli altri lavoratori, il cittadino dagli altri cittadini. E’ un sintomo del progressivo ritiro dello Stato da uno dei suoi settori storici di intervento. E se lo Stato si ritirasse perché effettivamente esaurita la propria missione storica sarebbe un conto, ma se il dato fattuale ci dice il contrario, cioè che si disimpegna perché “non ce la fa più”, lasciando i cittadini in condizioni peggiori, allora è un problema, anzi, il problema. Dunque ognuno deve arrangiarsi da solo, diventare un altro ingranaggio di quel meccanismo perverso di redistribuzione della ricchezza verso l’alto che il neoliberismo crea, diventare il sottoscrittore di un fondo pensione.

In sintesi, prima si alza l’età pensionabile per problemi di costi, poi si dice al lavoratore che se vuole andare in pensione prima (il ché sarebbe auspicabile perché i giovani non trovano), allora deve pagare; per pagare, non c’è problema: lo Stato non sborsa una lira, c’è il sistema finanziario che è lieto di creare una nuova rendita dal nulla. In più, passa il messaggio che iniziare a tutelarsi da soli sia meglio, fornendo altro carburante al Moloch (basti pensare che negli Stati Uniti i fondi pensione sono i principali investitori istituzionali, letteralmente dirigono il mercato).

Questa è la tendenza in cui si inserisce l’opera del Governo, non certamente nuova, anzi. Intanto l’Istat ci dice che la natalità è sempre più un problema, e che, al contrario, la tecnologia espellerà sempre più l’uomo dal mercato del lavoro. Di fronte a questo paradosso post-moderno, forse accendere un debito per guadagnare l’unica cosa che non si può comperare, il tempo, non è neanche un’idea così terribile.