La schiavitù è una particolare forma di sfruttamento. Nelle società premoderne il padrone si appropria non solo del lavoro dello schiavo, ma della sua stessa vita, di cui può disporre arbitrariamente, anche al di fuori della sfera produttiva. La condizione servile definisce l’intera vita e l’identità dello schiavo, che deve obbedienza al padrone non solo durante le attività lavorative, ma nel corso della sua intera esistenza, a meno che non si affranchi e abbandoni il suo stato di schiavo.

Con la rivoluzione industriale e il capitalismo la schiavitù arcaica scompare, perché vengono meno i rapporti personali di potere, sostituiti dai rapporti economici impersonali del mercato; la schiavitù viene abolita formalmente, sostituita da una nuova forma di sfruttamento, il lavoro salariato, attraverso il quale il capitalista si appropria del lavoro dell’operaio, cui corrisponde un valore in denaro in uno scambio che assume la forma contrattualistica. Quest’ultima sancisce la proprietà del lavoro da parte del capitalista, ma non determina la restante esistenza del lavoratore che resta formalmente libera. Tuttavia se nei rapporti giuridici l’appropriazione di plusvalore da parte del capitalista è distinta dall’esistenza extra-economica del lavoratore, nel concreto essa continua a determinarla. La vita dell’operaio non è più vincolata a rapporti personali, ma dipende dai meccanismi impersonali del mercato e dall’appropriazione capitalistica. L’intera esistenza biologica e socio-culturale del lavoratore appare così votata alla produzione di merce per lo scambio. La schiavitù, quindi, pur formalmente abolita, continua a persistere nella realtà concreta, perché il rapporto di sfruttamento, fattosi impersonale, non si limita al tempo del lavoro, ma si estende all’intera vita dello sfruttato. Il salario garantisce solo la sussistenza e la riproduzione della classe operaia, che non si dà al di fuori del processo di produzione. Lo stato servile non configura tutte le fasi e le attività dello schiavo come nelle società premoderne, ma l’intera esistenza del proletario viene schiacciata sulla sola funzione produttiva (anche quella riproduttiva che deve solo garantire la rigenerazione della forza lavoro).

La borghesia, invece, conserva rispetto al lato socio-economico una dimensione autonoma, elemento costitutivo dell’ideologia borghese. Questa sfera privata riguarda in particolare la sessualità e la famiglia. Una tale dimensione si costituisce come sfera privata dell’individuo, nel quale le esigenze di socializzazione sono ridotte. Ma l’autonomia della sfera privata borghese non riguarda, nel concreto, l’operaio, la cui esistenza tende interamente a schiacciarsi sulla fase produttiva. Secondo la teoria marxiana, infatti, il capitale tende ad accrescere il plusvalore allungando la giornata lavorativa, il che vuol dire che restringe l’esistenza personale extra-lavorativa del lavoratore. Tuttavia, in particolari condizioni, può avvenire il processo inverso; ad esempio un aumento della produttività può permettere la contrazione del tempo di lavoro del lavoratore.

Successivamente nel capitalismo avanzato l’autonomia della sfera privata viene stabilmente estesa al lavoratore, perché il tempo del lavoro individuale si riduce e i salari aumentano, in virtù dell’effetto combinato del conflitto di classe organizzato e della necessità del capitale di incrementare i consumi.

Inoltre, nel nuovo sistema, subentra un nuovo agente, ovvero lo Stato, che riveste il ruolo sia di mediazione politica tra le classi che di compensazione economica degli squilibri del mercato: lo Stato non è più mero “arbitro” ma si inserisce pienamente nel processo produttivo, sia per esigenze economiche che politiche. Da una parte usa le finanze pubbliche per compensare i vuoti produttivi lasciati dal mercato incrementando l’occupazione e dall’altra regolamenta politicamente e limita lo sfruttamento del lavoro.

In queste mutate condizioni fattori economici e politici determinano con sempre maggiore evidenza (portando al culmine un processo già cominciato in modo discontinuo attraverso le rivendicazioni sindacali) una differenziazione tra sfruttamento e schiavitù impersonale. Le tutele giuridiche e sindacali di cui gode il lavoratore nel capitalismo statalista, l’elevata produttività raggiunta e motivi socio-culturali consentono di sganciare in parte l’esistenza personale del lavoratore dal processo produttivo. In questo modo solo una porzione della vita del lavoratore viene sottoposta alle esigenze produttive, nella fase extra-produttiva egli può costituirsi una sfera privata autonoma.

In questa sfera privata si possono dispiegare gli affetti, la sessualità, l’espressione controllata delle pulsioni, la gestione del tempo libero. Ma questa sfera viene anche a costituirsi come momento del consumo, necessario all’esplicazione dell’autonomia individuale. In questo modo, la dimensione extralavorativa rientra in quella produttiva, ma non come tempo di lavoro, bensì come consumo. In un certo senso, il singolo lavoratore si riappropria, in parte e in modo alienato, del tempo di lavoro che gli è stato sottratto durante la fase produttiva. Se, dunque, ciò emancipa il lavoratore da una forma schiavistica di sfruttamento, d’altro canto reinserisce nuovamente la sua intera esistenza nella catena produttiva e nei meccanismi di mercato, a cui deve ancora accedere  dopo il lavoro come consumatore per disporre della sua autonomia privata.

Con la transizione al capitalismo postmoderno si assiste a un processo di spoliticizzazione che vede una contrazione delle prerogative dello Stato, una deregolamentazione giuridica dei rapporti economici e una conseguente riduzione delle tutele e del salario per il lavoratore, di cui il Jobs act rappresenta il caso emblematico. Le esigenze del mercato pressano sempre più l’esistenza individuale (tanto borghese quanto proletaria, ammesso che sia ancora possibile una netta distinzione) che deve adattarsi alle mutate e mutevoli condizioni. L’autonomia della sfera privata è nuovamente minacciata, perché si richiede il mantenimento di un certo livello di consumo e nello stesso tempo una flessibilità esistenziale. L’individuo postmoderno deve sviluppare un notevole adattamento al mercato, che gli impone di spostarsi in continuazione, di viaggiare, di non “mettere radici” e quindi di non instaurare rapporti umani durevoli. Egli può dare sfogo alle pulsioni nel divertimento coatto e disordinato, come richiedono le esigenze di consumo, ma poi deve scattare sul lavoro ovunque gli sia richiesto, essere “appetibile” per le aziende, non avanzare eccessive richieste e mostrare grande “flessibilità” e adattamento. I giovani non devono essere “choosy” come disse l’ex Ministro Fornero, non devono avere eccessive pretese, apparire “adattabili”.

Nel mutato paradigma per il lavoratore precario-disoccupato (che oscilla continuamente tra le due categorie) non è più possibile programmare la propria esistenza extralavorativa. Oltre a non disporre del tempo di lavoro (che tra l’altro va sempre più riducendosi per il nuovo ciclo di disinvestimento e di riduzione dei costi delle aziende) non dispone come primadella sfera privata. I progetti non possono essere a lungo termine, perché bisogna sempre essere pronti a disfarli, a “reinventarsi” all’occasione. Tutto questo indica una tendenza alla commistione del privato e del sociale dell’individuo. La sfera di autonomia extraproduttiva salta, perché il mercato si estende su tutti i momenti. Una disponibilità permanente dell’individuo alla mercificazione, una conformazione della vita extralavorativa alle esigenze del valore di scambio e dell’auto-pubblicità subentrano in luogo dell’autonomia del privato. La sessualità e la riproduzione, funzioni tradizionalmente ancorate alla sfera privata dalla morale borghese, devono “socializzarsi”, mentre le prerogative politiche si privatizzano.

Ciò lo vediamo nel caso della tendenza alla liberalizzazione della prostituzione, fenomeno non più tollerato e marginalizzato, ma esposto pubblicamente nei quartieri a luci rosse delle metropoli cosmopolite europee, dove i corpi femminili sono mostrati nelle vetrine come merci in un supermercato. In Italia, recentemente, si discute della pratica del cosiddetto “utero in affitto”. Questa pratica, pur essendo sempre esistita, seppure pubblicamente rinnegata, era in passato strettamente legata alla prostituzione sessuale (che assumeva una forma, per così dire, differente). Negli ultimi anni la tecnica ha permesso di sganciare la funzione riproduttiva da quella sessuale. Si viene così a creare una nuova forma di prostituzione, di tipo puramente riproduttivo. In entrambi i casi, però, sia per quanto riguarda la liberalizzazione e pubblicizzazione della prostituzione sessuale, come per la nuova prostituzione uterina, l’individuo non può disporre del proprio corpo, della sessualità e della riproduzione, che tradizionalmente nella società moderna venivano assegnati all’inviolabilità (a volte solo formale, altre anche sostanziale) della sfera privata.

La precarizzazione del tempo lavorativo e la conseguente in-disponbilità del tempo privato (che non è più privato), come, in modo più estremo, la liberalizzazione della prostituzione sessuale o uterina e la sottrazione dell’ambito sessuale-riproduttivo dal controllo individuale, testimoniano di un ritorno tendenziale di forme neo-schiavistiche di rapporti sociali.

Riemerge la schiavitù impersonale del primo capitalismo che sembrava definitivamente superata, ma che si riaffaccia minacciosamente alle porte dell’epoca postmoderna, con la liberalizzazione dei rapporti di lavoro e la mercificazione del tempo privato individuale.