In principio fu l’obelisco, l’obelisco non era la Boldrini, e la Boldrini avrebbe voluto essere presso l’obelisco (per distruggerlo). Un anno fa, la sensibilità del Presidente della Camera veniva sconquassata dalla gigantografia di quel “DVX” che le comporta qualche prurito di troppo. La mai paga necessità di attenzione mediatica sbatteva le nocche sui cancelli della ragione, la quale si appellava al beneficio dell’ignoranza, e meditava su un fatto: il garante della legge non può contemporaneamente affilare le lame del livore per sgozzarla, la legge. L’ossessione del “Pericolo fascista!” per la Boldrini bisbiglia all’inefficienza del suo officiare Montecitorio. Un’enorme preoccupazione comincia ad aleggiare anche sull’intero Emiciclo: il timore di un’insurrezione nazista che pregiudichi il decorso degli eventi. La spiegazione diventa plausibile se si adocchiano le votazioni alla proposta dell’introduzione nell’ordinamento del reato di negazionismo: 237 scranni a favore, e una manciata di esternazioni apologetiche. “Si guarda al futuro”, “Pagina storica”, e i turiferari del buonismo sfogano l’odio represso, depurandolo in filtri di limitatezza intellettuale.

La Shoah è stata la prova empirica della truculente natura dell’essere umano, e non v’è nemmeno motivo di ricordare quanto chiunque confuti l’esistenza di una singola camera a gas, sia un’eco per allestire nuovamente gli ospedali psichiatrici giudiziari. Altresì, la doverosa premessa – altrettanto densa di perbenismo – non muta l’inadeguatezza della faccenda. Così come le persecuzioni ebraiche furono il deterrente per ravvisare nuclei di malvagità in un’idea sociale improntata sull’eterna grandezza dell’identità – quale fu il nazionalsocialismo, indipendentemente dai sermoni insulsi dei contemporanei mercenari dell’intelletto -, le pressioni del lobbismo israeliano-sionista oggi tendono a mantecare la solfa, per renderla commestibile ai palati meno esigenti. Il rischio peggiore sarebbe ghettizzare un tema già di per sé intricato e spinoso, esclusivamente per paura di rivangare un trascorso nefasto. Uno specchio delle precedenti polemiche proprio sulla rimozione dell’effige mussoliniana dall’obelisco alla base di Monte Mario, che avrebbe deturpato l’eredità artistica di un’epoca che ha indubbiamente tinto la sua periodicità con fiotti di sangue, ma che è stata in grado, nonostante la ferocia, di instillare dosi di cultura, di previdenza, e di urbanistica, difficili da pareggiare.

Ecco che la condanna al revisionismo dell’orrore è asciutta, anche se ciò potrebbe criminalizzare aprioristicamente il dibattito sul nazismo, a prescindere dal punto di vista sotto cui lo si voglia inquadrare. Pianificare il domani, nell’aspirazione costante e petulante che ci si dimentichi del passato. Magari anche sputandogli addosso. Dalla ipotesi dello scorso anno di abbattere la fascinazione del Foro Italico – a causa della “macchia” didascalica in commemorazione di Mussolini -, alla repressione totale di qualsiasi forma di opinabilità sull’olocausto nazista: la Boldrini e i deputati che preside non smentiscono l’evidenza del loro rancore. Rinnegare le ripugnanti turpitudini dei campi di concentramento, è innanzitutto un crimine contro l’etica – che “è una vittima incosciente della Storia”, parafrasando Battiato -. Rimarcare l’esilità del confine fra la libertà di dialogo e la censura, lo è ancora di più.