In un controverso articolo dal titolo “I professionisti dell’antimafia” Leonardo Sciascia denunciava la tendenza di certi magistrati e cariche pubbliche a usare la bandiera dell’antimafia come mezzo per fare rapidamente carriera. Ad oggi, si può dire che probabilmente Sciascia individuò il problema ma sbagliò bersaglio. Più che ai magistrati il vessillo dell’antimafia serve a giornalisti, scrittori e intellettuali senza idee, senza originalità o desiderosi di riscuotere successo presso il grande pubblico; la mafia raggiunge infatti un “target” molto ampio.

L’antimafia è stato un mezzo di battaglia politica, soprattutto a sinistra, negli anni ’70 e ’80, per poi diventare rapidamente, con le indagini degli anni ’90 e gli eventi tragici delle stragi un tema sempre più diffuso presso la cultura di massa. In particolare le serie televisive e il cinema hanno contribuito ad aumentare la popolarità della questione. Da mezzo di lotta politica (soprattutto di una parte, cui serviva per denunciare, non senza fondamento, le complicità dei governi democristiani con le organizzazioni criminali) l’antimafia è presto divenuta una prassi istituzionale trasversale, per poi essere consacrata dai grandi media come fenomeno “pop” della cultura nazionale.

L’antimafia, dunque, attraversa vari piani, quello politico (può essere usato da una parte contro l’altra), quello istituzionale (che riguarda la prassi burocratica ad essa legata) quello “culturale” (ovvero la diffusione presso il grande pubblico, per mezzo dei giornali, la televisione, il cinema, dal documentario alla finzione cinematografica). Quest’ultimo si può dire racchiuda anche i due precedenti, tramite la rielaborazione narrativa, divulgativa, documentaristica destinata a un pubblico ampio e variegato.

Il motivo del successo del soggetto mafioso (e della inscindibile retorica dell’antimafia) è da ricercare in tutti e tre i piani. Da un lato c’è la trasversalità politica, che permette di distanziarlo dai conflitti politici contingenti e dalle varie fazioni, per porsi su un piano, per così dire, “metapolitico”. Scompaiono le forme di conflittualità politica del passato, anche recente (capitalismo-comunismo come destra-sinistra) per sostituirle con un unico dualismo, quello tra Stato e crimine, legge (o legalità, come ama dire una certa retorica) e disordine, moralità e corruzione. Un dualismo nel quale può riconoscersi chiunque, senza dover mettere alla prova le proprie convinzioni. Un dualismo, per di più, che non richiede particolari analisi sociologiche per essere afferrato. Tutti sanno, a grandi linee, cosa sia la mafia e cosa lo stato. Tanto più, una simile dicotomia, torna di moda oggi, in tempi di disincanto “post-ideologico” nei quali sono sparite tutte le categorie concettuali, eccetto quelle basilari, elementari e astratte. L’antimafia, quindi, si sposa bene con l’“anticasta” degli ultimi anni, perché, in fondo, è sottesa da un analogo intento moraleggiante, dell’onesto e del probo che trionfa sul corrotto e sull’illecito.

L’altra ragione del successo dell’antimafia è quella che potrebbe definirsi la sua “connessione istituzionale” ovvero la capacità di connettersi al discorso istituzionale e alla prassi burocratica, ricevendo da questi sostegno e slancio. Le autorità hanno cercato legittimazione nell’antimafia, e questa ne ha ricevuto a sua volta da quelle. Ricevendo il patrocinio delle istituzioni l’antimafia ha potuto trovare i canali per ottenere riconoscimento nella società.

Infine, il piano della cultura pop è stato forse quello più importante e decisivo, che ha permesso all’antimafia di “svecchiarsi”, di perdere il cipiglio burocratico e diffondersi presso tutti gli strati sociali, dai più colti ai meno colti. Il giornalismo dell’antimafia è passato rapidamente dai quotidiani locali a conquistare, sempre più frequentemente, le prime pagine dei giornali nazionali. Finalmente anche il cinema e la televisione non hanno potuto fare a meno di attingervi a piene mani.

I motivi dell’affermazione dell’antimafia nell’ambito della cultura pop sono da ricercare nella sua essenza basica, persino atavica, eppure di grande effetto e di grande fascino. La dicotomia stato-mafia, in fondo, ripropone quella archetipica legge-caos, che a sua volta si ricollega a quella biblica bene-male. Sono due fattori di immediata comprensione che si scontrano. Come nel cinema western la banda criminale sfida la legge che deve essere riaffermata da uno sceriffo impavido. L’antimafia ripropone lo stesso scenario da western, da un lato le organizzazioni mafiose, dall’altro l’eroe solitario, il magistrato, il poliziotto, il giornalista coraggioso, che sfidano le trame criminali.

Lo scenario cui ci hanno abituato la letteratura e la sceneggiatura dell’antimafia è il deserto civile, in cui si sfidano le forze del crimine organizzato e quelle (meno organizzate, ma eroicamente resistenti) della legge (intesa come categoria dello spirito, ordine, Nous immanente).

Il successo pop dell’antimafia è dunque da ricercare nella essenzialità descrittiva, nell’immediatezza delle dinamiche sociali, che sono facilmente individuabili con un semplice afflato morale ed eroico. In questa sociologia scarna il pubblico può facilmente immedesimarsi, prendendo parte al racconto, schierandosi contro le forze maligne ma allo stesso tempo venendo gratificato dalla consapevolezza del proprio “impegno civile”, senza che questo interroghi le proprie convinzioni politiche e la propria dimensione intellettuale.

Il fenomeno editoriale degli ultimi anni, Saviano, ha, in un certo senso, saputo raccogliere i frutti della diffusione progressiva dell’antimafia presso tutti i settori sociali. La carriera individuale di Roberto Saviano riassume, in un certo qual modo, la storia dell’affermazione dell’antimafia. Saviano, come l’antimafia, mantiene un profilo di “trasversalità” (per quanto solo apparente) distante da partiti e fazioni, con il suo discorso “metapolitico” (ma che forse sarebbe più corretto definire “parapolitico”, oltre che paraletterario). Dopo il rapido successo del libro “Gomorra” il personaggio Saviano ha saputo ottenere riconoscimento dalle istituzioni, nazionali e internazionali, con una sapiente gestione delle “pubbliche relazioni” tesa a ingraziarsi la il favore dei grandi poteri (si ricorderanno, caso più eclatante, le sue parole, che per molti suonarono come deludenti, su Israele). Infine, la televisione e il cinema, che lo accreditarono presso un pubblico di massa.

Lo scrittore campano ricopre bene il ruolo di intellettuale pop, con la sua filosofia per le masse e le sue pillole televisive o giornalistiche pronte a rassicurare il pubblico, a gratificarlo ma allo stesso tempo a dargli la sua dose di “impegno civile”. I libri di Saviano sono costruiti attraverso un miscuglio aneddotico di finzione e realtà, il cui risultato è un impasto che rende impossibile distinguere i due ingredienti iniziali. Questi libri somigliano a inchieste giornalistiche, ma non sono inchieste giornalistiche, hanno qualcosa dei romanzi della narrativa di consumo, ma non sono romanzi. Si tratta di pezzi di articoli, di altri libri, di film, di aneddoti veri o inventati, senza rispetto per le fonti, ma tutti fusi insieme in un potpourri moraleggiante. Non appartiene certo, la scrittura di Saviano, alle letterature verista o realista; il piano della narrazione, in essa, non può essere distinto da quello della realtà, pena il venir meno di tutto l’impianto. I romanzi realisti si basano su personaggi inventati che si muovono in un contesto del tutto reale, che corrisponde alla descrizione autentica dei fatti storici. I personaggi di Gomorra, invece, sembrano fluttuare in una cornice indecifrabile, nel quale i personaggi – forse reali, forse inventati, o forse realmente esistiti ma romanzati – si muovono tra fatti spesso di dubbia autenticità.

Il rispetto per il reale, per il fatto, per la storia e per il contesto è assente. Come è assente il rispetto delle fonti, che gli hanno valso, del resto, l’accusa comprovata di plagio. Realtà e finzione si confondo e si fondono, lasciando emergere un limbo indistinto dove tutto è vero e tutto è falso, o, semplicemente, al di là del vero e del falso, una sorta di “mito” post-moderno. E forse è anche questo il motivo del suo successo editoriale. Non cerca di informare il lettore (contrariamente a quanto dichiara) ma di confermarlo nei suoi giudizi e per far ciò non ha bisogno di una storia vera ma di una storia credibile.

In fondo, che cos’è l’antimafia se non un grande “mito” contemporaneo di una cultura decadente? Fatti e persone non sono autentici, perché non si richiede al pubblico uno sforzo intellettuale per coglierne l’essenza; sono bensì filtrati dalla rappresentazione mediatica che ne fa dei soggetti di una grande fiction replicata e replicabile all’infinito.