In questi giorni il ministro per la pubblica istruzione Stefania Giannini ha dichiarato, in un’intervista a Radio 24, che la riforma della “buona scuola” non vuole introdurre la “teoria del gender” in alcun modo all’interno dei programmi ministeriali del sistema scolastico. Se si consultasse il disegno di legge relativo all’argomento si scoprirebbe che, in modo esplicito, non vi è alcun rimando alla così detta teoria: si parla infatti di “educazione di genere”.

A prima vista le due espressioni possono sembrare dei sinonimi ma, in realtà, esprimono concetti radicalmente differenti:
-La Teoria del gender è un esotico pensiero che mira a scardinare le differenze naturali tra uomo e donna, insistendo sul fatto che esse siano il frutto dell’educazione che la società fornisce.

-L’educazione di genere è semplicemente la formazione di una cultura di rispetto delle differenze biologiche intrinseche nei due sessi e di uguaglianza nel contesto sociale.

L’obiettivo della seconda dovrebbe essere quello di costruire una società fondata sulle pari opportunità e svincolata da quelli che si chiamano “stereotipi di genere”. Questi cliché riguardano la visione comune del mondo, per esempio “la donna che non sa guidare” o “l’uomo che non ascolta quando gli si parla”, sono difficili da scardinare ed il loro abbattimento è essenziale per vivere in un mondo più egualitario. Ben diverso è, invece, lo scopo della teoria del gender, la quale mira a disintegrare “l’identità di genere” con la convinzione di eliminare le differenze per favorire l’equità, non rendendosi conto di come, appiattendo e riducendo tutto ad una “entità umana” singola, si possa ottenere solamente un’omologazione.

Alcune fazioni politiche si sono scagliate contro la riforma dei libri di testo e l’introduzione di esempi e immagini che incoraggino l’educazione di genere. Il concetto che è stato trasmesso è, però, quello che negli strumenti didattici vengano inseriti disegni di uomini vestiti da donna o di signore che fanno la parte dei mariti, quando invece si tratta di dipingere, per esempio, un mondo fatto di maschi che sanno stirarsi la camicia e femmine che sono in grado di guidare un trattore.

L’ultimo ingrediente del minestrone, è quello composto da “identità di genere” e “identità di ruolo”. La prima riguarda il riconoscersi nella sottocategoria umana di “uomo e donna” a cui si appartiene biologicamente parlando e dalla quale non esiste via di scampo, la seconda, invece, tratta di come il singolo si riconosca nella società (maschio o femmina) pur rispettando il genere a cui appartiene (in sostanza se una persona si senta uomo o donna indipendentemente dal corredo genetico fornitogli dalla natura). La scuola insegna solamente l’identità di genere, l’altra appartiene alla sfera personale del singolo, il quale comprende da solo la sua natura di ruolo.
Tale legge- se si limitasse a quanto esplicitamente previsto dal testo- potrebbe avere lo scopo di portare meno discriminazione tra i sessi. Il guaio è che, molte volte, è più semplice seguire alla lettera ciò che dice il politicante di turno piuttosto che fare la fatica di leggere da soli il testo incriminato.