Le prime pagine dei principali quotidiani nazionali hanno dato risalto, in questi giorni, all’assunzione, da parte di Fiat, di nuova forza-lavoro da impiegare nello stabilimento meridionale di Melfi. Circa trecento i nuovi operai; oltre a questi, sono attese le assunzioni di altre unità lavorative. In questo senso, grande attenzione è stata mostrata da Federico Pirro che, dalle colonne del Corriere del Mezzogiorno, ha scritto in maniera entusiastica che il Sud non è un deserto. Naturalmente, l’autore si riferisce al settore industriale meridionale, e traccia un giudizio che è assolutamente sbilanciato e troppo parziale. Particolarmente importante, nell’articolo citato, è stata l’attenzione rivolta a due fattori: in primis, alla formula del cosiddetto contratto a tutele crescenti; inoltre, viene messa in luce l’avanguardia tecnologica della produzione Fiat nel Mezzogiorno: gli impianti di Melfi e di Pomigliano — lo ricordiamo a chi parla solo di «cimiteri industriali» nel Sud — hanno visto introdotte le innovative soluzioni tecnologiche organizzate secondo i principi del World Class Manufacturing finalizzate a migliorare la produttività e a ridurre la fatica fisica degli operai addetti alle linee.

Dopo aver esaltato, quindi, le scelte della casa automobilistica riguardo alla bontà delle nuove assunzioni e alla spinta nelle innovazioni produttive degli stabilimenti meridionali, l’articolo di Federico Pirro si conclude con un monito: a nostro avviso — in un contesto di espansione aziendale «aggressiva» di produzioni ed esportazioni — il segnale del top management del grande gruppo automobilistico ormai multinazionale è chiaro: è un messaggio di fiducia nel Paese e in uno strumento del tutto nuovo come il contratto a tutele crescenti che sta per entrare in vigore, pur fra dubbi e timori diffusi sui luoghi di lavoro. Ma per rilanciarsi nel mercato mondiale, con nuovi prodotti e politiche sempre più espansive occorrono nuovi strumenti per il mercato del lavoro. Ci si misuri allora tutti, in fabbrica e fuori, su questo terreno. A questo punto, è necessario sottoporre a critica le valutazioni espresse fino ad ora. Innanzitutto, è necessario chiarire i punti salienti nella discussione sulle nuove assunzioni di forza-lavoro. E’ importante mettere in luce che, ai nuovi assunti, verrà somministrato un cosiddetto contratto interinale: sarà la precarietà lavorativa, in ogni caso, a contraddistinguere la nuova avventura di coloro i quali, in questi giorni, stanno varcando, per la prima volta, i cancelli degli stabilimenti Fiat. Ciò è possibile soprattutto per via dell’attuazione di quei tanti tentativi nel programma generale di imperialismo contro i salari portato avanti a livello europeo, necessario a ridare spinta ai processi di accumulazione capitalistica.

L’attuazione del Jobs Act non potrà che confermare la strada già intrapresa per quanto riguarda il mercato del lavoro, che sarà sempre più precarizzato e flessibile; e ancora maggiore rilevanza assumono questi interventi nel contesto socio-economico del Mezzogiorno, caratterizzato da altissimi tassi di disoccupazione e da un alto tasso di generale precarietà lavorativa per quanto riguarda le classi subordinate. Resta da sfatare, in ultimo, l’affermazione che da il titolo all’articolo di Pirro. Contrariamente a quanto affermato dall’autore sulle pagine del Corriere, il Mezzogiorno, oggi, è un vero e proprio deserto industriale. Affermare ciò non equivale a fare del vittimismo, ma a prendere coscienza della realtà, primo passo necessario verso il cambiamento. Il Mezzogiorno, dal punto di vista industriale, ha subito, negli ultimi sette anni di recessione, una gigantesca ecatombe. Se nel resto del Paese si sono verificati soprattutto processi di ristrutturazione dei sistemi produttivi, a Sud soltanto un elemento sembra svolgere il ruolo di protagonista: la stagnazione economica. Il Mezzogiorno attuale ha molte meno imprese industriali e manifatturiere rispetto ad alcuni anni fa e, soprattutto, le logiche del sottosviluppo (che caratterizzano la formazione sociale meridionale) non hanno permesso e ancora adesso non permettono la possibilità che si verifichino processi di ristrutturazione tali da poter sostituire ciò che è andato perduto. In questo senso, le tecnologie all’avanguardia degli stabilimenti Fiat sembrano rappresentare uno scenario più negativo che positivo. Infatti, nel generale declino produttivo, che costringe ormai le regioni meridionali ad una situazione di vera e propria impossibilità d’azione, emergono delle ristrette isole felici in cui la produttività è alta e il livello tecnologico è molto avanzato.

Una scena tipica delle realtà del sottosviluppo, sembra di poter dire: in un universo praticamente caratterizzato dalla mancanza di strutture produttive, l’esistenza di tali “cattedrali nel deserto” non può che far pensare ai cosiddetti circoli viziosi che impediscono uno sviluppo autocentrato e autosostenuto. Il Mezzogiorno, oggi, non è altro che una landa desolata; a Fiat non interessa, né è mai interessata, la possibilità di mettere in pratica un rilancio della situazione meridionale. A Fiat interessa una costante accumulazione di capitale, e sembra essere in grado di sfruttare la struttura socio-economica meridionale al meglio e di riuscire al meglio nei propri obiettivi.