Il Movimento 5 Stelle è diventato ciò che è: una forza che, pur coltivando idee anche radicali (non tutte), ha preso posto nel recinto istituzionale. Non ha mai rappresentato un pericolo rivoluzionario, perché antropologicamente pacifico, ideologicamente democratico, e attento persino a non calpestare le aiuole. Quando invece si sa che, piaccia o non piaccia, una rivoluzione è sempre la forzatura terminale, violenta (il che non è detto voglia dire armata) e giocoforza minoritaria (quindi, de facto, anti-democratica) di un processo di disgregazione dell’ordine costituito. I 5 Stelle sono sempre stati un utile agente corrosivo. Proto-rivoluzionari, semmai.

Lo rimangono in un certo patrimonio di idee-forza, a volte soltanto a livello di suggestione o elaborazione parziale. Come il rifiuto del lavoro come valore assoluto (reddito di cittadinanza), o della democrazia delegata che in realtà null’altro è che una truffa assicurata. O della contestazione di fondo alla politica estera da colonia Usa (sia pur condendola di sparate balenghe, come qualche provocazione di troppo di Di Battista, per altro ottimo elemento, con quella sua foga guerrigliera), o ancora con la critica di sistema all’Eurocrazia (ma anche qui monca e scombiccherata, inseguendo le farfalle di un referendum anziché mettersi risolutamente al di qua della barricata).

Il tutto però ha preso in modo definitivo la piega dell’istituzionalizzazione nei modi e nei metodi. Il Movimento 5 Stelle agisce come un classico soggetto parlamentare, che giustamente gioisce nell’aver contribuito a far approvare una legge contro gli eco-reati, ma nient’affatto giustamente si adagia in questo ruolo “riformista”. Con l’obbiettivo, tra l’altro, di raggiungere chissà quando il 51% dei suffragi alle urne: illusione pura.

Il voto ai grillini (sempre meno tali: Grillo è ormai sullo sfondo, e questo è un bene e un male, perché è l’unico con la carica, anche umana, di distruttore creativo) può essere una piccola munizione nell’arsenale anti-sistema. Ma un anti-sistema blando, generico, senza alcuni tabù, restando succubi di altri (il direttorio è troppo poco, serve un’avanguardia interna rigorosamente selezionata), con cui si può simpatizzare o anche appoggiare, ma che è e rimarrà, bene che vada, una levatrice, un pezzo propedeutico, un prodromo a futuri e augurabili movimenti realmente “trasvalutatori di tutti i valori”.