Ormai da anni si fa sempre più intenso il tema della flessibilità sul lavoro. In particolare in Italia si è sempre detto che il nostro Diritto del Lavoro ha contribuito a creare un sistema troppo garantista nei confronti del lavoratore, un impianto così protettivo da risultare oramai incompatibile con le nuove esigenze di un mercato sempre più globalizzato e “competitivo”. Quando parliamo di competitività non possiamo però tralasciare quella politica di progressivo adeguamento degli altri Stati membri dell’Ue proprio alle politiche tedesche, le prime ad aver investito su “mini-jobs” e precarizzazione dei contratti lavorativi, creando apparentemente più posti di lavoro ma a discapito dei più importanti diritti dei lavoratori. Se è questo il concetto di competitività cui dobbiamo adeguarci, certamente il nostro Paese sta rispondendo bene ai comandi giunti da un’Europa fondata sugli unici valori del ricatto e del rigore finanziario. D’altronde il golpe del 2011- quello volto a sostituire Berlusconi con quelli che saranno poi governi tecnici presieduti da membri di importanti gruppi come il Bilderberg o la Trilaterale- la dice lunga sui metodi “democratici” che stanno alla base di una Unione che sembra remare contro gli stessi Stati membri piuttosto che unirli.

Per capire il percorso di precarizzazione e di trasformazione del mondo del lavoro, bisognerebbe analizzare la storia di quella che è la prima forma di lavoro precario, ovvero il contratto a termine (la cui differenza oggi dal contratto a tempo indeterminato è pressoché nulla).

Il Codice Civile del 1865 non conosceva la disciplina del contratto a termine poiché l’unica disciplina vigente era quella della locazione delle proprie opere. In quel periodo storico e sociale, era diffusa l’idea che tale locazione non avrebbe mai potuto essere un contratto a tempo indeterminato perché ciò avrebbe quasi significato asservire a vita un uomo, sottoponendolo e legandolo al datore di lavoro come in una sorta di schiavitù. Per questo motivo la concezione del contratto a termine è una concezione storica che però, nel corso degli anni, ha subito enormi trasformazioni ed interventi da parte del legislatore che hanno completamente stravolto l’impianto originario. E’ solo nel Codice Civile del 1942 che viene introdotta la forma del contratto a tempo indeterminato che diventa di fatto il modello dominante nel mercato, lasciando al contratto a termine il margine dell’eccezione. Ciò però nulla toglie al fenomeno dell’abuso- nello stesso e nel periodo che segue- del contratto a termine da parte del datore di lavoro intento a sfruttare soggetti deboli come la donna (per la possibilità di risparmiare per il periodo di gravidanza) e il lavoratore adibito a mansioni pericolose, senza tralasciare il fatto che il lavoratore a termine costava molto meno del lavoratore a tempo indeterminato.

La svolta storica avvenne con l’emanazione della legge 230/1962. Una legge organica che nasce da uno scopo anti-fraudolento teso a tutelare maggiormente quei soggetti deboli di lavoratori, tentando di ridurre l’uso (o l’abuso) del contratto a termine derivante dallo sfruttamento della manodopera femminile e non solo. Combattere la precarizzazione nel mondo del lavoro non era certamente una cosa facile: prima tutto la legge del ’62 introdusse il principio della parità di trattamento tra lavoratori a tempo indeterminato e determinato, cosa che rilevava soprattutto sul trattamento economico previsto; la legge stabilì che il contratto a termine poteva essere utilizzato per le sole esigenze di carattere temporaneo nello svolgimento dell’attività. Più precisamene le sole ipotesi previste per l’uso dello stesso erano quelle della temporaneità e della occasionalità, prevedendo la sanzione della conversione del contratto da determinato a indeterminato nel caso di uso dello stesso per ipotesi non previste dalla legge. Da quell’anno in poi, ovvero fino al 2001, il legislatore italiano non si preoccupa più di disciplinare una materia, ovvero quello del lavoro a termine, cui sembra guardare con sfavore.

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La disciplina del contratto a termine subisce importanti modifiche solamente a partire da quella che fu il pretesto- per l’allora governo Berlusconi- per liberalizzare una volta per tutte il contratto lavorativo a termine e svincolarlo dal sistema delle casuali che prima era tassativo. L’abolizione della legge del ’62 che aveva finora garantito parsimonia nell’uso del contratto a termine, avviene definitivamente a causa di una importante direttiva europea che necessitava di un recepimento da parte degli Stati membri. Si tratta della direttiva 99/70 recepita poi dal governo Berlusconi con il decreto 368/2011: questa impone agli Stati di aggiornare la disciplina del contratto a termine perseguendo due scopi fondamentali:

–          Parità di trattamento

–          Prevenzione degli abusi

Abusi proprio perché questo tipo di contratto veniva molto spesso usato per mascherare e occultare esigenze di lavoro stabili (l’azienda necessitava dello stesso dipendente ma rinnovava continuamente il contratto per esigenze di fatto non temporanee o occasionali). La direttiva europea diventa- come dicevamo- la scusa per la abolizione della legge del ’62 e l’introduzione di una disciplina che prevedeva l’uso del contratto a termine quando “ricorrono esigenze di carattere tecnico, organizzativo, produttivo o sostitutivo”. Esigenze la cui nozione riuscì per alcuni anni a creare confusione. La novità consistette nel rendere più facile l’assunzione a termine dato che fu abolito il limite della tassatività delle ipotesi inizialmente previste (temporaneità, occasionalità). Il contratto non poteva prevedere durata superiore a 36 mesi con possibilità di proroga una volta sola (prolungamento del primo contratto) per le stesse esigenze che avevano giustificato l’assunzione. Venne inoltre stabilito un intervallo di tempo necessario tra la scadenza del primo contratto ed il rinnovo del secondo (10, 15 giorni- poi modificati dalla Legge Fornero). La sanzione prevista nel caso in cui il contratto a termine viene usato in maniera scorretta rimane, in questo caso, la conversione dello stesso a contratto a tempo indeterminato.

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Dunque, dopo il decreto del Governo di Berlusconi che rende un enorme favore al tessuto imprenditoriale italiano, segue una breve parentesi politica con protagonista Romano Prodi. Nel 2007, infatti, la legge 247 cerca di porre un freno all’uso eccessivo del contratto a termine, stabilendo che questo deve rappresentare un’eccezione mentre il contratto indeterminato la regola. Seppur rimane indubbio il fatto che il processo di integrazione europea e tutto ciò che comporta fu agevolato in Italia proprio dalle forze di sinistra, il governo Prodi prova a modificare la disciplina del 2001 soprattutto nell’ambito di un fenomeno ormai usuale che permetteva al datore di lavoro di rinnovare continuamente il contratto di una lavoratore – di cui questo necessitava in maniera stabile- cambiando di volta in volta l’oggetto del contratto, adibendo il dipendente a mansioni ogni volta differenti dalle precedenti (prima cuoco, poi cameriere, poi addetto pulizie ecc..). Quindi il contratto, essendo ogni volta diverso, non era più soggetto al limite di rinnovo e a quello dei 36 mesi di durata. Il principio delle equivalenze delle mansioni ebbe quindi lo scopo di frenare questo atteggiamento del datore di lavoro teso a rendere sempre più precario il mondo del lavoro.

In questo sistema a ventaglio, nel 2008 ritorna il Governo Berlusconi che aggiorna nuovamente la disciplina del 2001: se prima il contratto a termine poteva essere usato per esigenze di carattere tecnico, organizzativo, produttivo o sostitutivo riguardanti la temporaneità dell’attività lavorativa, adesso quest’ultima nozione viene eliminata. Dunque il legislatore fa a meno della temporaneità e stabilisce la legittimità dell’uso di questo contratto anche con riferimento all’attività ordinaria del datore di lavoro, liberalizzando ancora di più lo stesso contratto ed abolendo la discussione sull’equivalenza delle mansioni stabilita dal governo Prodi.

Ulteriore intervento da parte di un governo di centro destra avverrà con la legge 183/2010 o “Collegato lavoro”, con la quale verrà aggiornato un particolare ambito inerente la durata del processo nel caso di risarcimento danni o riassunzione del lavoratore. Una legge che fa un enorme favore alle imprese italiane che, prima di allora e nel caso di impugnazione del licenziamento da parte del lavoratore (quindi di vincita), erano costrette a risarcire il dipendente di una somma che aumentava con il protrarsi del processo e della burocrazia italiana. Accadeva infatti che un lavoratore che dopo 12 anni vinceva la sentenza, aveva diritto ad essere risarcito per tutti gli anni in cui non era stato nel posto di lavoro, con enormi costi per l’impresa interessata. Con la legge del 2010 invece, non solo l’entità del risarcimento viene svincolata dalla durata del processo (minimo 2,5 ad un massimo di 12 mensilità) ma vengono anche introdotti dei termini sia per impugnare il licenziamento (60 giorni) che per depositare il ricorso in cancelleria (270 giorni).

Successiva alla legge del 2010 è proprio la legge 92/2012, meglio conosciuta come Riforma Fornero. Una riforma direttamente imposta dall’Europa tramite l’introduzione di un Governo tecnico (quello di Mario Monti) in un periodo in cui gli schizzi di Spread sembravano essere direttamente controllati da chi aveva interesse a “giustificare” la sostituzione di un governo comunque votato dai cittadini con un altro legittimato da nessuno. L’esigenza era quella di scardinare fin dalle sue radici l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori perché “troppo garantista” nei confronti dei lavoratori. Cominciava a governare, soprattutto nei discorsi politici, la parola “flessibilità” che, tradotto in parole meno politicamente corrette, avrebbe significato aumentare la facilità di licenziamento così da permettere alle imprese maggiori assunzioni. La riforma Fornero fu solo l’inizio di un intento politico rafforzatosi ai nostri giorni grazie al governo Renzi. L’intento, appunto, era quello di abolire gradualmente il diritto del lavoratore alla reintegrazione, sostituendo questo con un’indennità risarcitoria. Se nel caso del licenziamento discriminatorio la disciplina cambia ben poco- prevedendo il reintegro o, in sostituzione, un risarcimento pari a 15 mensilità- nei casi in cui il giudice accerti che non ricorrono giustificato motivo o giusta causa, oltre al reintegro il risarcimento previsto non potrà superare le 12 mensilità (tutela semi-piena). Ma la novità più importante riguarda infatti le altre ipotesi in cui non sussistono giustificato motivo o giusta causa: in questi casi viene abolita la possibilità di reintegro, prevendo la sola tutela risarcitoria che va dalle 12 alle 24 mensilità. Si passa, dunque, da una tutela reale (reintegro) ad una esclusivamente risarcitoria. Questa è la più importante novità della riforma Fornero, la quale stabilisce che il contratto acasuale può avere durata massima di 12 mesi non prorogabile.

Il Presidente del Consiglio Monti illustra la manovra economica

La disciplina subirà leggeri cambiamenti sotto il Governo Letta con la legge 99/2013, la quale prevedrà che il contratto potrà avere durata massima di 12 mesi ma con possibilità di proroga. Letta riguarderà gli intervalli di tempo necessari tra la scadenza di un contratto ed il rinnovo dell’altro, ritornando ai termini di 10 e 15 giorni (mentre con la Fornero erano stati portati a 60 o 90).

Ai nostri giorni, la storia del contratto a termine culmina con il d.l. 34/2014 convertito in legge 78/2014, ovvero la riforma Renzi o Jobs Act. E’ l’intervento politico che più di tutti- e più ancora dei precedenti governi di destra- liberalizza completamente il contratto a termine, adesso acasuale. Grazie a Matteo Renzi e alla riforma del lavoro, il datore di lavoro non necessita più di esigenze di carattere tecnico, organizzitavo, produttivo ecc per stipulare il contratto ma questo si può concludere senza alcuna causa, senza alcuna ragione che sta alla base della stessa assunzione. Il contratto previsto dalla riforma Renzi può avere durata massima di 36 mesi, comprensibile di proroghe (possono essere massimo cinque sempre nel complesso dei 36 mesi), con l’importante novità dell’abolizione del principio della conversione del contratto ( a tempo indeterminato) nel caso di violazione delle clausole di contingentamento: ciò significa che, nel caso in cui il datore assume con contratti a termine superando la percentuale del 20 % rispetto a quelli a tempo indeterminato, questo subirà solamente una multa da pagare allo Stato.

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Ma la riforma Renzi (altro che sinistra!) introduce ulteriori elementi volti a precarizzare sempre di più il mondo del lavoro dietro la scusa della necessità di maggiore competitività per le imprese che invece oggi licenziano ed assumono in altri luoghi per godere esclusivamente degli sgravi fiscali previsti dal jobs act. Innanzitutto precarizzando e svuotando di significato la nozione del contratto a tempo indeterminato con l’introduzione di quello a tutele crescenti (o decrescenti?): entrato in vigore il 7 Marzo del 2015, questo tipo di contratto prevede un’indennità risarcitoria crescente in ragione dell’anzianità di servizio in azienda, togliendo discrezionalità al giudice di decidere l’entità dello stesso risarcimento che adesso è prevedibile e crescente (2 mensilità circa per ogni di lavoro). Con il Jobs Act, inoltre, il demansionamento o “Ius variandi verso il basso”, che lo statuto dei lavoratori aveva vietato, diventa invece legge. Un ritorno al primitivo che consentirà adesso al datore di lavoro di modificare le mansioni del dipendente in negativo senza la necessità di accordi sindacali o ulteriori consensi. Una riforma del lavoro che mira senza dubbio a rendere più docile, povero e ricattabile il mondo del lavoro. Un Paese oramai, quello italiano, che mira a rendere docile e povero anche qualsiasi giovane pronto ad essere sfruttato per miseri salari senza la sicurezza di poter un giorno godersi la stessa vecchiaia. Grazie Renzi, grazie destra e grazie sinistra insieme ed appassionatamente, per aver ridotto un Paese storicamente degno di essere chiamato tale ed una misera entità completamente assoggettata ad asservita al potere dei mercati e della finanza internazionale.