Per Kulturkampf s’intende battaglia culturale. O meglio, battaglia per la civiltà. Nella storia ha una collocazione precisa: il conflitto tra Stato e Chiesa Cattolica divampato nella Germania di Otto Von Bismarck. Il Cancelliere di Ferro (col Reich nato nel gennaio 1871) mirava a rinsaldare l’unità morale del popolo tedesco, vedendola minacciata dalla formazione del neo-partito cattolico del Centro e dalla presa di posizione del papato al Concilio Vaticano. Pio IX aveva fatto marcia indietro, chiudendo a ogni apertura liberale e mal sopportando il concetto di nazionalismo allora in procinto di essere definito. O quanto meno di trovare conseguenze politiche. Ma al di là della secolarizzazione ormai in atto, in ballo c’era dell’altro. Bismarck aveva paura: senza una presa di posizione netta, credeva, la Germania di Guglielmo I rischiava di nascere zoppa; di non ritagliarsi quel ruolo di potenza egemone che, invece, alla fine ottenne. «Col sangue e col ferro» l’Impero divenne l’ago della bilancia dell’Europa, ma con la Chiesa, negli ultimi anni, si dovette scendere a patti (anche per via delle spinte socialiste che minavano la stabilità costruita). Il significato del Kulturkampf però rimase. Era uno scontro per il progresso, in senso lato, per la sopravvivenza. Per l’edificazione di un Governo all’altezza. E mutuando il termine, anche oggi in Italia abbiamo il nostro Kulturkampf, probabilmente senza saperlo. La battaglia contro la corruzione.

L’ultima polemica, che tiene banco sulle pagine dei giornali e nel calderone dell’opinione pubblica, è scoppiata perché si è toccato un nervo scoperto: l’attitudine truffaldina e immorale della politica italiana. Renzi straparla, il magistrato Piercamillo Davido affonda, il Premier risponde, tutti sentenziano. C’è una certezza: nel Bel Paese si ruba. E tanto. Ma c’è anche una strategia di comodo: si insiste solo sui politici. Certo, l’attuale classe politica è forse quanto di peggio si sia mai visto nella storia della Repubblica; e nemmeno chi si fa beccare con le mani nel sacco ha il coraggio di invertire la rotta. Molto più facilmente si cambia partito. Però, andando oltre la diatriba infinita sull’estensione delle prerogative della magistratura, non si centra il punto: qua, vuoi o non vuoi, rossi o neri, alla tentazione servita dalla corruzione si cede. Chiudere gli occhi allora non serve: la corruzione è per eccellenza il problema italiano. E’ la radice di un male che aggredisce sempre di più la qualità della vita. Tende la mano a tutti, e tutti ne approfittano. Non vedendo le conseguenze: distruzione del libero mercato, stravolgimento della competizione economica, servizi scadenti per i cittadini, infrastrutture inefficienti e, spesso, incomplete (attualmente, ce ne sono 868).

Il prezzo pagato dalla collettività per ogni singolo che per trovare una scorciatoia, farsi raccomandare o vedersi concesso un favore, accetta o propone una tangente, è altissimo. Per Raffaele Cantone (presidente Anac) la cifra si aggirerebbe intorno ai 60 miliardi l’anno. C’è chi urla per l’esagerazione (sarebbero 40-50); e chi parla di calcoli a ribasso (magari addirittura 90). In ogni caso denaro pubblico, soldi che riassesterebbero il Paese. Unimpresa, l’associazione nazionale delle piccole e medie imprese, c’è andata pesante: dal 2001 al 2011 sarebbero cento i miliardi di euro divorati a scapito diretto del PIL. Un’enormità. Eppure i numeri non bastano. Si preferisce deplorare gli stipendi gonfiati dei politicanti e l’attitudine – connaturata – all’intrallazzo. Vero: secondo la Costituzione (art.54), chi ci rappresenta deve anche rispettare e onorare il proprio ruolo. Ma così la si fa troppo semplice: si attaccano i piani alti per non guardarsi allo specchio. Gherardo Colombo, altro eroe di Mani Pulite che oggi erra per le scuole della penisola, è sempre stato chiaro: «Perché sia corrotto il vertice è necessario sia corrotta la base». E ancora: «Siamo incapaci di rispettare la legge, siamo corrotti nelle piccole cose, non si crede nella legalità». L’esempio lampante viene proprio da Tangentopoli. Quando si arrivò al sottobosco, a dover correre dietro la classe media, coi nomi grossi finiti già in Tv a tenere banco in lunghi processi dal carattere mediatico, l’inchiesta si fermò. Gli stessi che inneggiavano Di Pietro e compagni – scalpitanti contro i fautori della partitocrazia – cessarono di sostenere quel processo di rinnovamento allora avviato. Alle belle parole si sovrapponeva la cruda realtà: e guai a chi avesse toccato gli interessi, bollati d’innocenza, di un popolo di onesti mariuoli. Più di 20 anni dopo nulla è cambiato, anzi. Progressivamente, a livello legislativo, ogni passo fatto in avanti è stato ripercorso a ritroso. Non a caso in Italia ci sono pene più dure per i furti comuni (fino a 22 anni) che per le mazzette (massimo 12, poi ridotti tra attenuanti, condoni, indulgenze). La corruzione non si combatte, oppure si fa finta di farlo.

Le soluzioni ci sarebbero. Prevenzione, repressione, rivoluzione culturale. La prima perché anche se una condanna giungesse, il danno comunque sarebbe già fatto (l’appalto ottenuto, il posto fisso regalato, la concessione elargita, il denaro sperperato, ecc.); la seconda perché senza sanzioni severe (come in molti altri Paesi non migliori ma più onesti), affinché si crei quella deterrenza necessaria per imporre la legalità, sarebbe uno scontro impari; infine, un radicale cambio d’atteggiamento, nella vita di tutti i giorni: perché l’essere avvezzi alla furberia non sia un vanto, ma un peccato. Finché il medico accetterà la bustarella per visitare a nero o far saltare la fila, finché il vigile alla multa prediligerà la mancia, finché l’imprenditore per aggirare la burocrazia (macchinosa stampella della corruzione) pagherà sottobanco, il Paese sarà schiacciato da un torpore che, presto o tardi, lo condurrà verso il baratro. Per questo il nostro Kulturkampf si gioca sul terreno a noi più familiare: il malaffare. Ma questa volta, in tutt’altra epoca, la sconfitta non rientra nel novero delle possibilità. Bisogna quindi intendersi: limitarsi a sbraitare contro il marcio della politica, considerandolo il propellente che alimenta la corruzione, non funziona. Servono medicine, non ulteriori alibi.