In molti argomentano di questa riforma non come se fosse la migliore riforma, ma una riforma “perfettibile”, che taglia di netto il Senato e che produce risparmi evidenti alle casse pubbliche e che semplifica i passaggi legislativi parlamentari. Ora, comprendiamo l’audacia di diversi ed anche eccellenti interlocutori, che sbattono come dei forsennati nel sottolineare quanto spendaccioni siano stati e continuino ad essere questi senatori e sul quanto siano esosi gli emolumenti introitati dagli inquilini di Palazzo Madama, ma la questione “costi risparmiati” – in relazione a questa riforma della Costituzione – non esiste e non è supportata da alcun fatto oggettivo. Per andare al sodo: la riforma della Costituzione targata Renzi-Boschi non abolisce il Senato ma i senatori, che è cosa ben diversa ed è giusto precisarlo ove possibile. Se passasse il Sì al Referendum del prossimo 4 dicembre, verranno soppressi definitivamente 315 parlamentari eletti dal Popolo, un fatto giudicato enormemente grave e che non andrà in nessun modo ad incidere significativamente sul bilancio del Senato, che è poi l’obiettivo maggiormente propagandato proprio dai sostenitori della riforma. Si parla inoltre di un taglio di “due poltrone su tre”, evitando forse consapevolmente di riportare a quanto ammonta il risparmio economico reale rispetto al taglio di tali poltrone ed i vantaggi ad appannaggio delle casse pubbliche.

Lo diciamo noi: risparmieremo più o meno 48 milioni di euro, vale a dire una sforbiciata in percentuale dell’8,8% alla mastodontica cifra di 540 milioni di euro che, stando all’ultimo bilancio di previsione, il Senato spenderà nel corso di tutto il 2016 per mantenere le sue funzioni. Il “ritocco” ai costi diminuisce ulteriormente se si considera che i 48 milioni di euro di indennità eventualmente non erogate sarebbero calcolate al lordo delle imposte. Andrebbero infatti sottratti ulteriori circa 14 milioni che rientrerebbero nelle casse dello Stato sotto forma di imposte sul reddito, con un risparmio al netto di circa 28 milioni di euro (vale a dire il 5,18% dell’intero bilancio del Senato). Evidentemente una diminuzione della spesa del tutto risibile. A questi vanno aggiunti altri circa 20 milioni di costi per il mantenimento delle cosiddette “spese di mandato”. Per non contare che i senatori a vita manterrebbero intatti i propri status giuridici con i relativi benefit.

E’ una leggenda metropolitana anche la questione riferita all’ingovernabilità del Paese e del Parlamento. Nel 2008 infatti, con una maggioranza virtualmente imbattibile allora rappresentata dal centrodestra in larga parte costituito da parlamentari del Popolo della Libertà, l’Esecutivo governò senza alcun particolare impedimento le Camere ed il Paese fino alla crisi e le contestuali dimissioni del Governo nel 2011, per il semplice motivo che numerosissimi parlamentari (più di un centinaio) passarono dalla maggioranza all’opposizione, essendo stati eletti “senza vincolo di mandato”, cioè senza dover tenere conto del mandato elettorale relativo la lista/partito/movimento di provenienza. Norma, quest’ultima, che resta intatta anche nel provvedimento targato Renzi-Boschi, i cui effetti metterebbero eventualmente in enorme difficoltà qualsiasi Esecutivo anche dopo il 2017 con in vigore la legge elettorale cosiddetta “Italicum”, ed anche se vincesse il Sì e la Costituzione venisse cambiata.

Se ne deduce che la vera riforma della Costituzione Renzi avrebbe potuto scriverla in soli cinque sintetici punti: 1) Abolizione della norma che garantisce l’elezione dei parlamentari senza vincolo di mandato: gli eletti, una volta in Parlamento, sono così obbligati a mantenere le proprie posizioni all’interno della lista che ha contribuito ad eleggerli, pena la decadenza del seggio. 2) Abolizione del bicameralismo perfetto con differenziazione netta e specifica delle competenze: materie di interesse nazionale alla Camera, di interesse regionale (federale) al Senato. 3) Se il problema è il costo dei parlamentari, tagli i costi e non i rappresentanti eletti dal Popolo. Quindi taglio non dei senatori eletti, ma delle indennità a tutti i membri di Camera e Senato: dagli attuali circa 20 mila euro mensili ad un tetto massimo di 5 mila euro (e contestuale taglio di benefit). 4) Aumento dei poteri del presidente del Consiglio, con possibilità di revocare i ministri, dirigerne la politica non più coordinando l’attività ma determinandola in modo sostanziale. 5) Elezione diretta del presidente della Repubblica, per far fronte ad una sempre più forte astensione dei cittadini dal recarsi alle urne e consegnare per la prima volta al Paese un presidente eletto realmente dal corpo elettorale, cioè dal Popolo.

Per quanto riguarda la riforma nel suo senso strettamente politico, non è affatto vero che il provvedimento fu scritto in identica formula da Berlusconi, poi bocciato dal Referendum confermativo nel 2006: anche questa è una leggenda metropolitana. Quella messa in campo dall’allora Governo di centrodestra sarebbe stata certamente una riforma migliore dell’attuale, in special modo per quanto riguarda la parte relativa un taglio sensibile anche alla Camera dei Deputati oltre che al Senato della Repubblica (riduzione del numero di deputati da 630 a 518 e senatori da 315 a 252, contro l’attuale riforma che mantiene intatto il numero di deputati e taglia totalmente i senatori). Inoltre, esistono ulteriori discrasie sul cosiddetto “Premierato”, non meglio definito nel testo sostenuto da questo Governo. E che la riforma di Renzi è in realtà una riforma discutibile in molte sue parti non lo sostiene chi scrive, ma un gruppo ampio composto da 56 costituzionalisti di alto profilo che ha firmato un manifesto in cui vengono esposte nero su bianco tutte le perplessità relative il nuovo impianto costituzionale.

Infine, la questione relativa la presunta legittimità popolare ed elettorale di Renzi. Sappiamo bene che l’Italia è una Repubblica Parlamentare in cui il presidente del Consiglio dei Ministri è incaricato dal presidente della Repubblica e non eletto direttamente dai cittadini (almeno dal governo Monti in poi). Una questione, quest’ultima, parzialmente arginata negli anni passati anche per tramite della legge elettorale che elesse questo Parlamento, vale a dire il “Porcellum”, poi dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale. Una legge che eleggeva il Parlamento e non il presidente del Consiglio, ma che dava alle coalizioni costituite la possibilità di indicare un “Capo della coalizione”, fornendo così ai cittadini un’indicazione più precisa circa chi avrebbe poi guidato la delegazione dei vincitori delle elezioni al colloquio con il presidente della Repubblica in sede di nomina del capo del Governo. Nel 2006 Romano Prodi per il centrosinistra e Silvio Berlusconi per il centrodestra, come anche l’analoga sfida politica tra lo stesso Berlusconi e Walter Veltroni del 2008. Sappiamo questo, come sappiamo anche quanto Renzi rifiutasse l’idea – da candidato alle primarie del Pd solo qualche anno addietro – di salire a Palazzo Chigi senza legittimazione popolare, salvo poi agire in tutt’altro modo.

Nessuno strappo alla legge, senza dubbio, ma il voto degli italiani deve tornare ad avere una incidenza definitiva come per Prodi e Berlusconi. Matteo Renzi, nel suo percorso da capo del Governo, avrebbe in realtà dovuto tenere un profilo basso da Esecutivo di scopo: una compagine che scrivesse una nuova legge elettorale e che riconsegnasse al Paese la possibilità di scegliersi una maggioranza nuova e certa. Eventualmente anche a sua guida, dopo regolari elezioni Politiche che lo vedessero candidato almeno al Parlamento. Invece, con un Parlamento composto da più di cento membri dichiarati incostituzionali dalla Consulta, e senza un mandato degli elettori che abbiano contestualmente decretato una maggioranza elettorale a suo sostegno, Renzi amministra l’Italia da circa due anni senza porsi il problema di avere o meno ottenuto un mandato vero da parte degli elettori, salvo poi trincerarsi dietro competizioni diverse dalle Politiche (vedi le Europee del 2014, o lo stesso Referendum costituzionale del 4 dicembre. Oltre a quanto fin qui detto, va sottolineato che Renzi ha inopportunamente personalizzato questo Referendum costituzionale confermativo, legando a doppio filo la sua stessa permanenza nell’agone politico al risultato che verrà fuori all’indomani del voto. Se ne deduce che, in aggiunta ad alcune delle più significative argomentazioni di merito fin qui esposte, esistono delle ragioni del tutto politiche per esprimersi in modo incontrovertibile in occasione del Referendum. Ovviamente votando No.