24 aprile 2013, Savar, sub-distretto della Grande Area di Dacca, Bangladesh. Ore 8:45 circa. All’improvviso, nel grande tumulto della città caotica e frettolosa, si sente un suono strano. Poi un boato inaudito, come fosse scoppiata una bomba. Il Rana Plaza  – un edificio commerciale di otto piani che fornisce lavoro a migliaia di persone – crolla rovinosamente su se stesso a giornata lavorativa già avviata. Per ultimare i soccorsi bisognerà aspettare quasi un mese: sotto le macerie rimarranno schiacciate 1.129 persone, e altre 2.500 circa resteranno ferite a vario grado. L’episodio attira immediatamente i media di tutto il mondo. Internazionale, La Repubblica e moltissime altre testate italiane e straniere descrivono quel tragico evento con documentari e reportage; il fotografo bengalese Rahul Talukder partecipa con successo al prestigiosissimo World Press Photo Contest nel 2014 con una foto scattata immediatamente dopo il crollo. Ma di chi sono le responsabilità di questo tragico evento?

Donna soccorsa subito dopo il crollo, Rahul Talukder

Donna soccorsa subito dopo il crollo, Rahul Talukder

La storia

Le fabbriche presenti all’interno del Rana Plaza lavoravano come fornitori per alcuni dei più importanti marchi occidentali  del vestiario, tra i quali Primark, Walmart, Auchan e Benetton. Sohel Rana venne arrestato insieme ai proprietari delle fabbriche crollate, e alcuni ispettori furono sospesi per negligenza. Ma a fronte di  tutto il disordine e lo sdegno generatosi a livello globale, i grandi marchi non sono mai andati incontro a nessuna responsabilità giuridica. Perché?L’edificio prendeva il nome dal proprietario, il signor Sohel Rana, membro di spicco dell’ala giovanile della Lega Popolare Bengalese, un partito nazionalista locale. Secondo Ali Ahmed Khan, capo del servizio della Protezione Civile locale, gli ultimi quattro piani dell’edificio erano stati realizzati abusivamente: il Rana Plaza era stato progettato per ospitare uffici e negozi, non industrie. Le vibrazioni provocate dai macchinari avrebbero dunque eccessivamente sollecitato una struttura pensata per altri utilizzi, determinando così la catastrofe.

 La questione dei risarcimenti e il ruolo di Benetton.

A seguito del crollo del Rana Plaza migliaia di persone hanno visto peggiorare enormemente le proprie condizioni economiche. Si tratta di famiglie che hanno perso parenti e fonti di guadagno, o di persone che sono rimaste irrimediabilmente mutilate e per questo impossibilitate a lavorare. Al dolore per la perdita di un caro, per molti individui si è quindi aggiunta una insostenibile condizione di indigenza. L’Organizzazione Internazione del Lavoro – un’agenzia delle Nazioni Unite – ha istituito nel gennaio del 2014 il Rana Plaza Trust Fund, un fondo a sostegno delle vittime al quale ognuno può liberamente contribuire. Nessuno è dunque obbligato a pagare, ma nonostante ciò diversi marchi – tra i quali Primark, Auchan, Walmart e H&M – hanno in diversa misura sostenuto tale fondo.  Un web-documentario realizzato da Riccardo Staglianò per La Repubblica sottolinea invece come, ad un anno dalla tragedia, Benetton non avesse minimamente accennato alla volontà di pagare.

 Una manifestazione contro il mancato risarcimento da parte di Benetton

 La svolta si è verificata lo scorso 24 febbraio, quando l’azienda trevigiana ha annunciato di voler contribuire al fondo. La notizia è stata accolta con entusiasmo da tutti gli attivisti e le associazioni che hanno sempre lottato in prima linea affinché Benetton si unisse ai risarcimenti. Secondo Dalia Hashad – che al momento dirige Avaaz, una comunità che si batte per la tutela dei diritti umani – «Il contributo di Benetton sarà significativo e le famiglie dei lavoratori del Rana Plaza non resteranno abbandonate a se stesse», ma c’è chi non la pensa allo stesso modo.

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“Final Embrace” rappresenta due vittime del Rana Plaza strette in un ultimo abbraccio. La foto è di Taslima Akhter, e ha ottenuto il terzo posto nella categoria “Spot News” per le foto singole del World Press 2014

Abiti Puliti: “Benetton è responsabile dell’accaduto e deve pagare”

Abbiamo telefonato a Deborah Lucchetti, Coordinatrice della Campagna Abiti Puliti, per capire meglio cosa si celi veramente dietro alla storia dei risarcimenti: «Quando noi proponemmo una definizione comune dei parametri di risarcimento, Benetton non si rese disponibile al dialogo. Questo non ha consentito di raggiungere un accordo predefinito: l’assenza di principii di suddivisione della compensation è un problema loro, non nostro» ha spiegato la coordinatrice.Nel comunicato rilasciato dall’azienda italiana si legge che, nell’ambito di un intervento sviluppato in due fasi, “Una terza parte indipendente e globalmente riconosciuta, sta lavorando per definire i principi per un risarcimento equo e proporzionale da parte nostra, dal momento che per il Rana Plaza Trust Fund non è stato possibile stabilire i principi di suddivisione della compensation tra i marchi”. A replicare è stata Clean Clothes Campaign, l’organizzazione nata nel 1989 nei Paesi Bassi che fin da subito si è occupata della vicenda. Secondo CCC “non c’è alcuna giustificazione per ritardare ulteriormente questo processo”. Gli attivisti della Campagna Abiti Puliti contestano a Benetton 5 dei 9 milioni di euro che attualmente mancano all’ultimazione dei risarcimenti.

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Didascalia alla galleria:  Rahul Talukder è un fotografo bengalese che ha raccontato il crollo del Rana Plaza. Il suo lavoro ha guadagnato il terzo posto nella categoria “storie” del World Press Contest 2014Lo scorso aprile Benetton ha annunciato un rimborso pari a 1,1 milioni di dollari (circa un milione di euro), scatenando un putiferio presso il mondo dell’associazionismo. La stessa Avaaz si è detta insoddisfatta, aggiungendosi al parere negativo espresso da Campagna Abiti Puliti.

Ma per quale motivo i grandi marchi non sono giuridicamente obbligati a pagare i risarcimenti? «Perché purtroppo ancora non esiste una legislazione in tal senso» prosegue Lucchetti, ricordando però che «secondo l’ONU le multinazionali hanno il dovere di assicurarsi che i propri fornitori non creino danni ambientali e sociali per produrre le proprie merci». Dunque nelle parole della coordinatrice:  «non esiste un rapporto esclusivamente commerciale, perché sono le multinazionali a dettare le condizioni di lavoro e di sicurezza nelle fabbriche. La responsabilità di Benetton è dunque etica, morale e anche commerciale. Benetton deve pagare».