La riforma Boschi va avanti. Durante quest’ultima settimana la discussione degli emendamenti in Senato è proseguita, non senza difficoltà. 165, 144, addirittura 143, su a 180 e poi di nuovo 155: questi alcuni dei numeri ottenuti da una maggioranza che appare sempre più striminzita e spaccata; maggioranza che in alcuni casi in questi giorni è diventata virtualmente minoranza. Una danza intorno alla quota 161, al di sopra e al di sotto della cifra che costituisce il limite della maggioranza assoluta del Senato. Gli articoli della riforma costituzionale sono tutti passati, anche quando il governo è sceso di quasi 20 punti al di sotto della maggioranza, poiché tra chi abbandonava l’aula e chi era assente il numero dei no agli emendamenti è stato sempre superiore a quello dei si.

Tecnicamente dunque il  Governo regge e rimane in sella, e l’esame della riforma Boschi prosegue. Sul piano giuridico tutto perfettamente in regola e secundum constitutionem. Il dato politico che emerge però è un altro, quello di un governo che pretende di portare avanti una delle più profonde ed estese riforme costituzionali della storia repubblicana da solo, senza nessun tipo di apertura al dialogo con le altre forze politiche, con una maggioranza puramente virtuale di appena 140 senatori.

Guardando all’articolo 138, che nella nostra Costituzione regola l’iter per l’approvazione delle riforme costituzionali, e che prevede tutta una serie di maggioranze qualificate, la ratio a esso sottesa è quella di far sì che alla Costituzione si metta mano soltanto quando vi sia un consenso forte e trasversale alle singole forze politiche, in modo da mettere la Costituzione stessa al riparo dagli sbalzi di umore di questa o quella maggioranza. Per capire meglio ricordiamoci che l’articolo 138, insieme a tutta la nostra Carta, fu approvato avendo come riferimento meccanismi elettorali di tipo proporzionale, in cui il solo partito di governo non avrebbe mai potuto raggiungere certe soglie da solo, rendendo obbligata la ricerca di un consenso più ampio, che andasse oltre le sole forze governative.

Oggi con il nostro sistema maggioritario (e incostituzionale, giova sempre ricordarlo), tutto ciò non è più così valido e un partito di governo forte ben potrebbe tranquillamente approvarsi le proprie riforme costituzionali in maniera del tutto autoreferenziale. Ecco perché oggi più che mai la logica dell’articolo 138 andrebbe seguita fino in fondo, anche se il PD da solo con i suoi numeri ce la può fare, poiché l’interesse del legislatore costituzionale non stava nei banali numeri, ma in ciò che quei numeri rappresentavano. Per questo il 161 di oggi evidentemente è molto diverso dal 161 del 1948.

Qualcuno obietterà che un dialogo c’è stato: si pensi ad esempio alle vacche verdiniane, confluite in alpeggio nel grande – e ben fornito di foraggio – steccato renziano. Ma è forse questo il dialogo e il consenso ampio che intendeva chi scrisse la Costituzione? Una decina di senatori rubacchiati all’opposizione in cambio probabilmente di qualche favoritismo personale, per spostare l’ago della bilancia un po’al di sopra del fatidico 161 (e neanche troppo)? Certamente no. Il disegno dell’articolo 138 era quello di favorire un dialogo vero tra le varie forze politiche del Parlamento, non intese personali che tenessero la maggioranza a galla per il rotto della cuffia.

Come succede sempre in Italia, anche qui pecchiamo di formalismo, rispettiamo (non sempre tra l’altro) i requisiti elencati dalla Costituzione senza analizzare dal punto di vista sostanziale ciò che quei requisiti vogliono significare, fermandoci a una visione miope e utilitaristica della politica. Renzi già gongola e dopo aver acquistato all’ingrosso la stalla del signor Verdini pensa di aver eliminato tutti gli ostacoli tra lui e l’approvazione della sua personalissima riforma. Però l’articolo 138, seppur non compreso fino in fondo e oltraggiato da tutti, c’è ancora, e prevede il tassativo passaggio referendario nel caso che la riforma passi con meno dei due terzi dei voti. Clausola questa che potrebbe rivelarsi un enorme problema per Palazzo Chigi. Se infatti diamo uno sguardo ai sondaggi più recenti le forze di opposizione, assommate insieme, raggiungono quota 60%, abbastanza per far naufragare nel nulla la riforma della simpatica – si fa per dire – e sorridente signorina Boschi. Questo il Primo Ministro deve tenerlo in conto. Matteo, non dire gatto se non ce l’hai nel sacco!