Il recente confronto televisivo – rigorosamente attorno alla tavola rotonda della Gruber, la pistola del giornalismo italiano che “spara a salve” (Giampaolo Pansa dixit) – fra Zagrebelsky e Renzi è servito a definire un passaggio cruciale: ha smascherato ulteriormente tutte le contraddizioni del Presidente del Consiglio, che ha celato l’inconsistenza dei suoi proclami dietro la retorica del nulla. Che è stato il marchio di fabbrica dei suoi quasi tre anni di governo. Inoltre, il dibattito ha stroncato l’idea che qualcuno – meglio se Renzi, o un suo accolito – debba spuntarla: anche questa è degenerazione perversa della dottrina renziana, secondo cui deve sussistere ad ogni costo la palliativa necessità di decretare un trionfante.

Malgrado ciò, la propaganda a sostegno di un positivo esito al referendum del 4 dicembre prosegue a vele spiegate, incurante degli inciampi – a tratti, ridicoli – del promotore a capo di Palazzo Chigi. Stavolta, è il principale alfiere della Costituzione a schierarsi a favore di un dirompente “Sì”. O forse sarebbe meglio definirlo ex gendarme della identità legislativa italiana, data l’ormai accertata propensione allo stravolgimento griffato Renzi. Roberto Benigni pone da parte l’astio al riformismo di matrice berlusconiana, ed esalta l’attività della Boschi ed affini. “Se vince il No, sarà peggio della Brexit“: la confusione del – non tanto – comico toscano è tangibile. Premettendo che le due questioni siano diametralmente opposte, gli effetti sortiti dalla vittoria anti-europeista in terra britannica si pongono agli antipodi del fantasioso ed apocalittico scenario da lui pronosticato.

Se evidentemente una bocciatura della riforma coincidesse con una massiccia ripresa produttiva, commerciale, ed economica – come sta avvenendo oltre la Manica -, sarebbe da augurarsi una cospicua presenza di simpatizzanti contro la rivoluzione all’ordinamento della Repubblica, alle urne di inizio dicembre. La barbina ruffianeria di Benigni meriterebbe di essere inondata dalle pernacchie della saggezza popolare: l’unica che gli ricordi la sua totale incoerenza politico-culturale e la sua stucchevole spocchia da intellettualoide da quattro spiccioli. Proprio lui che, meno di qualche anno fa, peregrinava da un proscenio teatrale all’altro, decantando la magniloquenza della Carta Costituzionale del 1948, e rimarcandone a grana voce l’inalterabilità, oggi è disposto a svendere quel briciolo – mai sfoggiato – di onestà intellettuale, semplicemente per restare allineato alla parata del pensiero unico e per non essere escluso dal circo mediatico al quale deve la maggior parte del suo successo. Anche se gli andrebbe riconosciuto un merito: la costante ed intellettivamente servile fedeltà alla corte patronale di Matteo Renzi.

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