Sempre più controversi sono i dati Inps sul precariato, i quali ben dimostrano l’intento di celare le contraddizioni in merito alla situazione lavorativa italiana. Si parla, infatti, della riuscita di circa 600mila contratti per l’anno 2015, i quali sono per gran parte a tempo determinato, così come della diminuzione del livello occupazionale (35mila in meno), cui tuttavia corrisponde un aumento quasi uguale del lavoro flessibile (36 mila in più). Inoltre, andando a esaminare questo dato “positivo” sui famosi 600mila “posti”, di essi circa 462mila sono a termine, mentre la stabilizzazione dei contratti (precedentemente precari) è pari a 98mila. Ciò va inoltre aggiunto al calo, riscontrato nel mese di settembre 2015, di 1680 rapporti di lavoro, ovvero, 495mila attivazioni di contratti, contro le 497mila cessazioni. Non è quindi possibile affermare che vi sia un miglioramento delle condizioni lavorative, soprattutto nel momento in cui l’occupazione è sempre più concepita come servizio temporaneo e non un lavoro effettivo e stabile, prolungato fino all’età pensionabile. Per non parlare della crescita di un’apatia giovanile, o diremmo meglio, rassegnazione generalizzata riguardo alle possibilità di trovare un impiego, situazione confermata dall’aumento degli inattivi, circa 53 mila individui in più.

Le arti subdole e infernali padroneggiate dai maestri della “stabilità caotica” non si fermano qui. Il Jobs Act rappresenta la più grande e riuscita rivincita “di classe” dell’alta borghesia finanziaria e industriale nei confronti dei lavoratori. Esemplare è la vicenda dei licenziamenti avvenuti nell’azienda cartaria Pigna, contesto nel quale non pochi impiegati erano stati assunti con un contratto a tempo indeterminato. Il solo calo produttivo e la conseguente impossibilità di gestire il sistema turnario di lavoro, ha potuto giustificare il licenziamento dei lavoratori, i quali non si sono rivelati più necessari allo svolgimento delle attività di fabbrica. Il risultato? “Grazie” al Jobs Act, i nuovi disoccupati non potranno più affidarsi all’oramai deceduto articolo 18 ai fini di una reintegrazione lavorativa, bensì essi godranno del generosissimo indennizzo, un contentino economico che sarà assegnato in base al tempo di permanenza nel luogo di lavoro. Una strategia all’insegna dell’umiliazione professionale dell’individuo, dal momento che aziende ed enti statali possono formalmente dichiarare che i propri dipendenti siano stati assunti a tempo indeterminato, sebbene questi ultimi versino in condizioni di piena precarietà.

Ciò ovviamente non basta a screditare il mondo professionale poiché, come ha affermato l’acutissimo uomo e Ministro “dell’ingegno” Poletti, “per 20 anni si studia, per 30 si lavora e poi si va in pensione”, uno stile di vita a suo dire negativo, forse troppo stabile per gli amanti della flessibilità, che di certo non traggono guadagno in termini di benessere collettivo. Aggiunge l’implacabile ministro: “la storia secondo cui c’è un posto dove si va a lavorare, la fabbrica, è finita. Il lavoro non si fa in un posto: esso è un’attività umana, si fa in mille posti”. Per la serie, i lavoratori sognino pure una stabilità geografica in termini professionali, ma noi Mercato del lavoro faremo sì che l’attività lavorativa venga continuamente delocalizzato, che si tratti di un’abitazione o un luogo lontano. Chi lavora lo farà col maggiore spirito individualista possibile, il lavoratore verrà isolato perché non possa unirsi ad altri e acquisire coscienza. Questo era (ed è) evidente nelle dichiarazioni – quelle di Poletti – più significative dell’egemonia liberista e dell’autoritarismo aziendalista.

Di fronte a questi scenari, anche e soprattutto i luoghi dell’intellettualità e della formazione universitaria non sono salvi dal mirino del fucile delle élites tecnocratiche. Motivo per cui, sempre secondo il Ministro, i giovani laureati italiani devono sbrigarsi nel portare a termine  il proprio corso di studi, anche a costo di prendere un pessimo voto, poiché il Mercato del lavoro non aspetta e vi è il rischio di imbattersi in figure più giovani e professionali. Parole che cozzano con lo spirito meritocratico e che incitano i giovani studenti a non essere soggetti lavorativi pensanti o intellettuali, bensì semplici operai ed esecutori, galli in competizione, i quali devono azzuffarsi in una gara clandestina per la sopravvivenza.

Dinanzi a questo scenario, si potrebbe affermare tranquillamente che il girone dei “Dannati” precari e disoccupati sia stato progettato bene, soprattutto per quanto concerne il ruolo degli sfruttatori e degli sfruttati.