di Lorenzo Sarri

Come ogni italiano sa, nessun simbolo incarna meglio la Florentinitas del Giglio: in senso culturale, sportivo, finanche nel parlare comune questo nobile fiore è un po’ il palladio della “metropoli toscana”, la civetta di questa nostra Atene sull’Arno che ormai da due anni pesantemente influenza nel bene – non troppo in realtà- e nel male la politica nazionale.

Prima bianco in campo rosso (riferimento alla purezza virginale mariana) dopo la sconfitta di Montaperti contro Siena (etterno inimico acquattato silenziosamente dietro le colline del Chianti) e la presa di potere dei Guelfi fu invertito e divenne come attualmente è, ossia rosso in campo bianco: primo vagito della nota faziosità politica toscana.

Ma questo nostro simbolo contiene un’ambiguità: botanicamente infatti non ci si trova infatti, come è noto, di fronte a un giglio, ma piuttosto a un iris bianco, poi cambiato in rosso allorché la Madonna, come si accennava, favorì Siena in quel lontano 1260: del resto i Senesi le avevano consacrato le chiavi della loro città, da allora detta appunto “La città della Vergine”. Dopo le glorie della “Culla del Rinascimento” e quelle (altalenanti) calcistiche dell’A.C. Fiorentina ecco che il nostro fiorellone si ritrova, povero lui, ad essere posto all’occhiello dei più stretti collaboratori dell’attuale Primo ministro, in molti di origine fiorentina o comunque toscana.

Conformemente a quanto la stampa fa di regola, riciclando e trasmutando continuamente i suoi loci più o meno amoeni il vecchio “Cerchio magico” di bossiana memoria è stato alchemicamente trasmutato in fiore, tra i cui tanti stami si possono annoverare, passim e più o meno vicini al pistillo Renzi, Maria Elena Boschi, Dario Nardella, Francesco Bonifazi e Luca Lotti (che si ritrova il medesimo cognome del compagno –di merende- Giancarlo, più noto alla storia criminale che a quella politica). S’immagini quindi una tale realtà, riplasmata in forma di giglio e affidata al “rottamatore” di Rignano sull’Arno, e si capirà cosa intendesse Guénon per “capovolgimento del simbolo”.

Se ne videro gli effetti già in quella fine 2013 in cui il ministro Boschi di fresca nomina si recò all’inaugurazione della sede fiorentina di “Eataly”, catena di ristorazione e vendita di cibo dell’imprenditore amico Farinetti: essi permangono negli effluvi pestilenziali che colà si respirano, dove l’odore del lampredotto si mescola a quello del bagnoschiuma bio alla ginestra selvatica, o ancora nello sguardo cortesemente spaurito del cameriere, magari assunto con qualche nuova tipologia contrattuale prevista dal Jobs Act.

La “maledizione del Giglio magico” continua poi con Nardella, insindacabilmente designato da Renzi a reggere in sua vece il capoluogo toscano; il giovane sindaco, nel 2015 pensa bene di sospendere il torneo di calcio storico fiorentino perché troppo violento, ignorando forse che tale tradizionale manifestazione, fu creata proprio per incanalare le pulsioni aggressive dell’uomo in uno specifico giorno dell’anno e per lo specifico scopo di difendere la propria terra. Si dimenticava tuttavia il Sindaco di vigilare al contempo anche su Publiacqua, e il concretizzarsi di ciò è stato il crollo di uno dei più bei tratti del Lungarno il 27 maggio scorso.

Per tacere poi della vicenda Banketruria, in cui il cadavere è ancora caldo e vi sarebbe un trattato, non un articolo da scrivere: per la prima volta nella sociale Toscana la banca del padre di un Ministro della Repubblica si appropria previo decreto dei risparmi dei propri correntisti. “Eppur tutto va bene, va proprio tutto bene”: all’acciaio del vecchio PCI toscano, fedelissimo alla linea, si è sostituito il giglio di plastica renziano, fatto di sentimentalismo, accoglienza, appoggio di Coop, banche locali e Chiesa Cattolica.

Su tutto la voce dell’Aedo (sic) Jovanotti, che ci ricorda come sia sempre sabato, pure di lunedì: tuttavia, al netto delle ultime deludenti amministrative, il nostro Giglio forse subodora la resa dei conti dopo il referendum di ottobre, avendo presente che la testa in gioco, a livello di politica comunitaria è proprio il ben vestito Renzi.