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Il tutto si consuma di domenica, il cinque marzo per l’esattezza. Siamo in una casa di campagna, una di quelle belle casette della provincia di foggia, e una bella famigliola è riunita attorno alla tavola per consumare il pranzo domenicale. Si mangia un bel piatto di “torchi” – tipica pasta fatta in casa – col sugo di seppie ripiene e tra le mura risuona l’edizione del TG3 delle quattordici e venti. TG3 non è certo quello di una volta, tuttavia guardarlo costituisce una scelta che ancora oggi lascia intravedere tante buone intenzioni: per carità, non sarà Radio Londra, ma manco Studio Aperto insomma (si fa per scherzare, che nessuno si incazzi). E il papà è un personaggio perbene, pacifico e tendenzialmente pacato, un tizio di sinistra che la barba la porta da quarant’anni: le barbe non sono tutte uguali, quelle più recenti trasmettono molta meno affidabilità. In questo contesto, che definiremmo sopportabilmente borghese, gli amici del TG3 stanno raccontando che l’8 Marzo, per celebrare la festa della donna, i musei nazionali resteranno gratuiti per le femminucce e a pagamento per i soli maschietti. In relazione alla notizia, magari comprensibilmente, si fanno venire la brillante idea di intervistare una certa Cristiana Collu, Direttrice della Galleria Nazionale D’Arte Moderna e Contemporanea della capitale. La Direttrice, tutto sommato, è la prova del fatto che le donne di valore in questo paese abbiano la possibilità di arrivare a ricoprire ruoli di responsabilità e prestigio: dopotutto ella stessa esercita la sua professione nel comune guidato dalla Sindaca Raggi. E quindi, masticando la seppia, il tizio barbuto guarda lo schermo e gli rivolge un sorriso che presagisce un commento equilibrato, tranquillo, il classico commento che generalmente ci si aspetta da una tizia che non nessuno conosce e che dopo aver detto due robe torna nell’oblio dal quale è uscita. E invece che ti tira fuori la Collu? Alla domanda della conduttrice che in buona fede le chiede di commentare l’iniziativa dell’8 marzo, cui si faceva riferimento sopra, con una vocina soporifera e dal sapore stucchevolmente dolce risponde (citiamo testualmente!):

«Si questo è interessante. Da una parte ho una posizione critica. È senz’altro bello celebrare l’8 marzo, mi pare poi che ci sia una grande mobilitazione, ma che vuol dire che non solamente c’è da celebrare con una festa, ma con una giornata che debba comunque rilanciare questo strumento per dire molte delle cose che riguardano le donne per una situazione che ha bisogno di riprendere in mano un’idea di sovranità femminile».

Intervento di Cristiana Collu al TG3 domenica scorsa.

Adesso, per carità, magari il signore con la barba poteva anche evitare di bestemmiare e di lanciare le seppie contro la TV, ma davvero abbiamo provato a rileggere tante e tante volte la dichiarazione senza riuscire a comprendere il senso di quelle parole e soprattutto quello del concetto di “sovranità femminile”. Ora, a parte gli scherzi, qui si pone una roba seria: bisogna chiedersi, una volta per tutte, se esista ancora in Italia e in Europa una “questione femminile” oppure no. Qualora si giunga poi a una risposta affermativa in tal senso, c’è da chiedersi come affrontarla, una volta tanto in maniera seria e credibile. È stato indetto per oggi uno Sciopero Globale organizzato dalle donne di 40 paesi. A prescindere dalla riuscita o meno dell’evento, se si è arrivati a tanto probabilmente un problema ancora persiste. Qualche giorno fa, al Parlamento Europeo, il conservatore polacco Janusz Korwin-Mikke ha dichiarato di ritenere opportuno che le donne guadagnino meno, dal momento che sarebbero più deboli, più piccole e meno intelligenti degli uomini, probabilmente ignorando che il poeta cantava:

“Anche lui curiosamente come tutti era nato da un ventre ma purtroppo non se lo ricorda o non lo sa”

ll conservatore polacco Janusz Korwin-Mikke dice la sua sulle donne

Le dichiarazioni minoritarie di un esaltato, penserà qualcuno, e senz’altro è così. Eppure vorrà dire qualcosa. Nessuno più di un polacco dovrebbe comprendere quanto pericoloso possa essere il germe della discriminazione, soprattutto quando esso inizi a germogliare nei campi di una società avvelenata dalla conflittualità tra poveri, dalla miseria, da una carsica insoddisfazione diffusa. Il tema si pone eccome: le donne sono ancora oggi vittime di violenza, nel mondo civile come nelle regioni più arretrate del pianeta; le donne guadagnano mediamente meno degli uomini a parità di mansioni; le donne molto più difficilmente raggiungono posizioni apicali e dirigenziali nel pubblico, come nel privato; le donne raramente ricoprono il ruolo di Capo di Stato e di Governo; le donne spesso subiscono l’umiliazione della firma delle dimissioni in bianco, per “tutelare” il padrone da una loro eventuale maternità; le donne spesso sono costrette a compiere scelte, come quella tra famiglia e carriera, alle quali gli uomini non sono generalmente tenuti. E allora il punto esiste e si pone, ma come affrontare la questione resta il tema campale. Quando v’è una discriminazione è d’obbligo un intervento del legislatore, ai sensi del comma due dell’art. 3 della Costituzione, affinché vengano rimossi gli ostacoli al compimento della c.d. eguaglianza sostanziale. Pertanto resta assolutamente necessario richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica perché a sua volta prema sul sistema politico. Da questa prospettiva, anche la questione delle quote rosa, per quanto resti fortemente controversa, forse trova ancora un senso. Come mantenere però alta l’attenzione dell’opinione pubblica, con quali strumenti, con quali argomenti? Davvero pensiamo che questa retorica demenziale dei nomi al femminile sia la soluzione? La stucchevole retorica pseudo femminista (pseudo perché in realtà finisce solo per minare la credibilità delle istanze che invece crede di supportare) che ci costringe a parlare di Ministra, Sindaca e compagnia bella non può essere la miglior risposta che si sia in grado di elaborare: sarebbe perlomeno avvilente. E fa bene Sgarbi a prenderla per il culo.

Sgarbi attacca la Boldrini sul tema delle cariche istituzionali al femminile

In qualsiasi battaglia il pericolo maggiore è sempre nel fuoco amico. Bene, quello appena citato è il fuoco amico nella causa femminista oggi. C’è ancora chi si indigna quando per esprimere apprezzamento per una donna di spessore si dica che “ha le palle” perché sarebbe maschilista pensare che, per valere, una donna debba essere provvista di attributi genitali maschili. A costo di apparire impopolare, è il caso di sottolineare che anche tutto il dibattito attorno al tema del femminicidio ha una ratio comprensibile, ma lascia perplessi: introdurre una nuova fattispecie di reato relativa all’omicidio di una donna rischia di creare una cesura ancora più profonda tra i due sessi, senza contare che andrebbe a rafforzare la concezione deleteria di “sesso debole” che le donne si portano dietro, concezione dimentica peraltro del fatto che sotto la soglia di sussistenza ci siano migliaia e migliaia di uomini divorziati che dormono nelle auto.

Furioso scontro alla Zanzara sul tema del femminicidio

Lo Stato ha il dovere di intervenire e proteggere in tutti quei contesti dove si affermino violenza e sopraffazione. Questo è valido sempre e comunque e il genere sessuale non rileva. Proviamo a puntare sul merito e sull’esempio piuttosto. Al Parlamento europeo qualcuno avrebbe dovuto ricordare Rosa Luxemburg, una polacca straordinaria. Non c’è bisogno di andare tanto indietro o tanto lontano: parliamo di Valeria Solesin: una brillante studiosa italiana, morta durante i recenti attentati in Francia. Aveva pubblicato un lavoro ben fatto sui livelli occupazionali delle donne in Francia e in Italia dal titolo: Allez les filles, au travail!”. Il tema si pone, lo abbiamo detto, va affrontato nel modo giusto e con gli argomenti giusti, prestando la massima attenzione a diffidare da chi, esaltato dalla pochezza dei propri argomenti e dalla povertà dei propri contenuti, opini che la priorità sia oggi quella di rivendicare il diritto delle donne a pisciare in piedi e costringa qualcuno a rimarcare a questo punto quanto più giusto per un uomo sarebbe parlare di pediatro, patrioto, atleto, astronauto o sindacalisto

Il Dilemma di Gaber esprime in maniera sublime il rapporto tra uomo e donna