I mali vanno estirpati alla radice. Stessa cosa per il dissenso. La nervatura critica di un Paese non può che risiedere nel suo sistema scolastico. Basta unire questi semplici postulati per giungere alla conclusione che un sistema, se vuole essere stabile, deve edulcorare i fatti prima che essi vengano sottoposti ad uno studio eccessivamente approfondito. Ragazzi giovani, neolaureati, specializzandi: tutti impegnati a sostenere l’importanza dell’Unione europea . Svariati sono i progetti che permettono a questi giovani studiosi di provare l’ebbrezza dell’impartire lezioni, di passare all’altro lato della cattedra. Roma Capitale ha avviato un progetto di questo tipo in diversi gradi della scuola dell’obbligo; lo stesso stanno facendo alcune università, spedendo per un giorno menti fresche nelle elementari, nelle medie e nelle superiori. Il lessico, il tono del dibattito, la specificità delle tematiche variano a seconda del grado scolastico. Agli addetti sono forniti supporti video da far partire proprio mentre l’attenzione delle menti giovani e leggere tende a scemare.

L’obiettivo primario è quello di creare una coscienza europea, o meglio un sentimento vivo di cittadinanza europea. Come se la lezione dell’unificazione italiana non fosse bastata. Nelle lezioni di storia i fatti relativi all’unificazione del nostro Paese (prima e dopo il 1861, senza sottovalutare l’unificazione amministrativa) vengono proposti come idilli, spinte propulsive da accompagnare con il Romanticismo spiegato nell’ora precedente di italiano, ed ecco che i conti tornano. Il collante linguistico, la religione cattolica: caspita, siamo proprio uno Stato! Perché non creare una cittadinanza?

La sommarietà dei processi derivanti dalla Legge Pica; le atroci repressioni che accompagnavano la messa in stato d’assedio; il mantenimento di una Carta costituzionale redatta 13 anni prima; l’uso del dialetto piemontese nella pubblica amministrazione; l’assoluta noncuranza nei riguardi delle tradizioni giuridiche degli ex Stati peninsulari; tutto ciò nel nome di una cittadinanza unica, sacra, inalienabile. Ma al tempo stesso tremendamente artificiosa. Bisogna dare atto che alla fine il sistema funzionò. Sul Piave le generazioni successive dettero prova di crederci veramente. Ma ora è tutto da rifare, ed il compito si fa più difficile: lingue diverse, religioni diverse. Tenendo a mente le due principali correnti di pensiero che diedero l’impulso alla nascita dello Stato nazione (e quindi dello status di cittadino, detentore di diritto e doveri nei confronti dello Stato) capiremo che la cittadinanza europea non condivide alcuna base con la cittadinanza pregressa propria di ognuno di noi.

Da un punto di vista idealista, specificatamente hegeliano, è lo Stato che fa i cittadini e non il contrario. Uno Stato immerso nella sua dimensione storica. La maggior parte del sudore versato per l’Unione europea risiede nella sua creazione, non nel suo funzionamento. L’ideale di Unione europea non esiste non per le ritrosie nazionali: non esiste perché è semplicemente astorico. L’idea di Europa è storica, l’idea di Unione europea non lo è.

Da un punto di vista contrattualista, e specificatamente lockiano, la cittadinanza europea ha alcune importanti lacune. Il sistema statuale nel contrattualismo non ha basi ideali e trascendenti, ma funge da tutela e garanzia dei diritti naturali. Si mira quindi alla creazione di uno Stato di diritto che salvaguardi i diritti soggettivi dei singoli. Peccato che nel caso europeo si è preferito gerarchizzare i diritti, e non tutelarli, enfatizzando i diritti doganali per poi espungere dagli ordinamenti nazionali i diritti sociali. Vero, ci muoviamo liberamente, sai che scocciatura tirare fuori il passaporto ogni volta. Ma che fine ha fatto l’assistenza sanitaria e previdenziale in Grecia? Perché i salari dei tedeschi dopo le riforme Hartz sono scesi più velocemente di quelli degli Usa in piena crisi finanziaria?

Nel contrattualismo sono i cittadini a fare lo Stato, nel caso dell’Unione europea ? Il deficit democratico dell’Unione europea è indiscutibile: la Commissione e la Bce agiscono senza alcuna legittimazione popolare; solo in pochi Stati l’adesione è stata sottoposta al vaglio referendario. La lieve apertura democratica del 1979, inoltre, è arrivata a giochi quasi fatti, quando l’ossatura comunitaria non poteva essere scalfita. Lo spontaneismo dei cittadini nella creazione dell’U. E è decisamente assente. Essa si basa su un’aggregazione dall’alto, quasi guglielmina. Quanto dall’alto? Basti pensare che già nel 1948 l’American Commette on United Europe, struttura finanziata dalla CIA, promuoveva il progetto di integrazione.

La cittadinanza che ci propongono fa acqua da più pori: non è in linea né con una concezione storico-ideale né con quella funzionale. I diritti di cui possiamo godere con la cittadinanza europea non con cumulativi con quelli della cittadinanza originaria: sono confliggenti. Ne è un esempio della recente sentenza della Consulta sulle pensioni. Si potrebbe concludere con un’efficace proporzione: la bellezza di un pensiero identitario europeo, quello che i ragazzi spiegano nelle scuole, potrebbe essere paragonata all’innovazione e all’energia del pensiero marxista. E’ facile cedere alla fascinazione. Ma mentre tali dottrine vengono spiegate, quello che succedeva nella periferia dell’Unione Sovietica e quello che succede nella periferia dell’Unione europea è molto diverso dall’ideale esposto in classe. Qualcuno è europeista perché gliel’avevano detto; qualcuno è europeista perché non gli avevano detto tutto.