Nelle ultime settimane, dopo il barbaro omicidio della giovane Sara Di Pietrantonio, bruciata viva dal suo ex fidanzato, giornali e televisioni hanno fatto un gran parlare del cosiddetto “femminicidio”, portando nuovamente alla ribalta la discussione su  tale fenomeno. Di nuovo le sacerdotesse del femminismo redivivo e politicamente corretto (il Presidente della Camera Laura Boldrini in prima fila, come sempre) hanno ripreso a starnazzare invocando al più presto una legge che punisca in maniera severa il presunto femminicidio, ormai vera emergenza sociale.

Secondo molti infatti da qualche anno a questa parte si starebbe verificando in Italia un pericoloso crescendo di violenza maschile nei confronti delle donne, che si tradurrebbe in un numero sempre più alto di omicidi di donne, uccise semplicemente “in quanto donne”. Secondo questi stessi soggetti il fenomeno avrebbe raggiunto una soglia talmente preoccupante da essere necessaria una legge che sanzioni il femminicidio come aggravante della fattispecie delittuosa dell’omicidio.

Smentire tutte queste chiacchiere e dimostrarne la totale infondatezza è così semplice che non vi si prova nemmeno una qualche soddisfazione. Basta infatti leggere i chiari e incontestabili dati del Ministerno dell’Interno: nel 2007 i casi di “femminicidio” sono stati 103. Nel 2009 sono saliti a 130, per poi scendere a 115 l’anno successivo. Nel 2011 ne sono stati registrati 124, poi 111 nel 2012 e di nuovo 115 nel 2013. Le cifre sono quindi stabili, sottoposte soltanto a piccole oscillazioni dell’ordine di una o due decine, ed è chiaro che l’entità del fenomeno, su una popolazione di oltre 60 milioni, non lascia intravvedere nessuna apocalisse all’orizzonte. Parliamo di percentuali dello 0,0002%, tanto per rendercene conto.

Ma sempre sfogliando i dati del Ministero scopriamo un altro dato interessante, e molto importante, cioè che sia gli uomini che le donne uccidono entrambi in prevalenza uomini: i primi nel 69% dei casi, le seconde nel 61%. Ne risulta che in Italia 7 omicidi su 10 sono ai danni di un uomo. Abbiamo visto che anche le femminucce si dilettano spesso nell’uccidere maschi, eppure, stranamente, non si è mai parlato di alcuna emergenza “maschicidio”.

Se guardiamo poi all’Europa, per quelli che vorrebbero fare del fenomeno femminicidio una degenerazione di costume prettamente italiana, scopriamo invece che l’Italia si piazza nelle ultimissime posizioni in fatto di omicidi femminili, seguita solo da Grecia, Irlanda e Svezia. Molto più in alto di noi ci sono infatti la Finlandia, la Danimarca, il Regno Unito, la Norvegia, e, incredibile ma vero, addirittura la civilissima e idilliaca Germania.

Ciò che è più grave di tutto questo movimento di opinione è però il fatto che il “femminicidio” secondo le femministe del secondo millennio dovrebbe costituire un’aggravante, da punire in modo più severo rispetto alle altre fattispecie di omicidio. Un ragionamento simile, oltre a essere metodologicamente del tutto sbagliato, risulta essere addirittura, e parasoddalmente, discriminatorio nei confronti del genere maschile. Infatti per quale motivo l’omicida dovrebbe essere punito più pesantemente se la vittima è una donna, e in maniera più lieve se si tratta di un uomo? Per quale motivo una simile argomentazione dovrebbe reggere, soprattutto alla luce dei dati che ci parlano di un 61% di donne assassine che uccidono uomini? Sotteso a una simile logica, ma anche dietro al semplice parlare in termini di “femminicidio” anziché di “omicidio”, ci sarebbe l’idea che la vita di una donna sia più meritevole di tutela di quella di un uomo. È chiaro che siamo davanti a una grave e conclamata discriminazione in base al sesso, espressamente proibita dalla nostra Costituzione.

L’equivoco da cui scaturisce tutta questa messa in scena, e che in queste settimane abbiamo sentito a ripetizione nei talk show, nei telegiornali, nei salotti televisivi pomeridiani, è che le donne vittime di femminicidio verrebbero uccise “in quanto donne”. Eppure i casi di cronaca nera che hanno fatto parlare di femminicidio ci raccontano di uomini che uccidono quella donna, colpevole ai loro occhi di un comportamento offensivo che può essere il tradimento, l’abbandono o altro. Dunque non una donna qualsiasi in quanto rea di essere una donna, ma quella donna, soltanto lei e non altri, in quanto “colpevole” di quel preciso gesto.

Tutto il ciarlare di femminicidio appare a questo punto come un semplice business per raccogliere consensi politici e fare ascolti in TV, sulle spalle di donne che però muoiono davvero. Le nostrane vestali del femminismo dunque farebbero meglio a riporre foulard e teli color porpora e a smettere di soffiare in maniera non disinteressata sul fuoco dell’inesistente femminicidio, impiegando il loro tempo adoperandosi in battaglie più utili alla collettività, magari condannando la violenza in quanto tale, a prescindere dal sesso di chi la compie  e di chi la subisce.