In Italia sta per scoppiare la miccia ‘Unioni civili’ per via del progetto di legge Cirinnà che il prossimo 28 Gennaio farà ingresso in Senato per la sua esamina. In realtà la miccia è stata accesa da tempo ma è un’esplosione che tarda ad arrivare mentre si consuma quello che invece è un vero e proprio scontro televisivo tra favorevoli (al progetto di legge) e contrari. I primi che auspicano il riconoscimento delle unioni civili per le coppie gay contestualmente allo stepchild adoption, ovvero alla responsabilità genitoriale sul figlio del partner (Art. 5 Ddl); i secondi che già intravedono il rischio di una successiva completa assegnazione dei diritti di filiazione alle coppie omosessuali, anche attraverso il ricorso all’istituto dell’Utero in affitto, attualmente vietato in Italia dalla legge 40/2000 ma praticamente eluso grazie al ricorso alle trascrizioni.

Il dibattito è dunque aperto e tale resterà finché nei Palazzi del potere la decisione non verrà presa. Tema all’ordine del giorno? Diciamoci la verità: il ‘diritto’ ad avere un bambino. Dietro al riconoscimento delle coppie omosessuali si cela infatti l’unico obiettivo che è quello di permettere ad una coppia composta da due persone dello stesso sesso di adottare un bambino ed aver riconosciuta la potestà genitoriale, seppur adesso limitata al solo figlio biologico di uno dei due.

Ciò che però merita attenzione è il fatto che ogni discussione, ogni dibattito, così come ogni opinione si aprono nell’unica prospettiva rivolta al diritto (o non diritto) della coppia a poter avere un bambino. Mai o quasi mai invece, viene sottolineata la posizione del soggetto passivo, il bambino. Soprattutto in quei casi in cui, riprendendo Kant, ‘l’autodeterminazione degli adulti si esprime come diritto del più forte sul più debole’, il nascituro. L’attenzione mediatica rivolge principalmente i suoi riflettori su coloro che vogliono, pretendono, ottengono; non su colui che viene procreato, messo al mondo e spinto tra le braccia di un perfetto sconosciuto.

Il rischio, di per sé innegabile, è che l’approvazione della legge Cirinnà spingerà molte coppie omosessuali (come già fanno quelle eterosessuali) a ricorrere all’uso dell’utero in affitto in tutti quei Paesi che lo riconoscono. Dall’America all’Ucraina, dall’India al Nepal: il mondo è pieno di donne pronte a vendersi per puro guadagno o di centri specializzati pronti ad offrire veri e propri “pacchetti” di bambini come fossero offerte telefoniche. Mai nessuno però a soffermarsi sul diritto dell’unico soggetto che invece diviene oggetto di un “capriccio”. Non un dono che, come tutti i doni, se non arriva ci induce a farcene una ragione. Ma un capriccio bello e buono avanzato da chi necessita di appagare una mancanza, un vuoto, un bisogno della propria vita. “Abbiamo pensato che sia l’ORA di avere un bambino”, oppure “Entro i 40anni voglio un figlio” (cit. Tiziano Ferro).

Avete pensate a cosa direbbe quel bambino strappato dalle braccia di sua madre nel momento più traumatico della propria esistenza? Un bambino che non sa, che non si esprime, che non ha colpe, ma che in quella manciata di minuti che lo dividono dal grembo da cui viene partorito, esprime il solo istintivo desiderio di riposare sul petto di quella donna ‘sconosciuta’ ma che sente già sua. Un contatto vitale che diventa armonizzazione dei due battiti del cuore, delle due temperature corporee, di due esistenze che per ben nove mesi sono state una sola. La natura non ha bisogno di parole, di spiegazioni. Perché la natura ha un suo equilibrio, lo stesso che l’uomo moderno vuole spezzare, controllare, distruggere, mercificare. A nulla è dunque valso l’imperativo categorico kantiano che imponeva di agire trattando l’umanità sempre anche come un fine e mai unicamente come un mezzo.

«Ma l’uomo considerato come persona è elevato al di sopra di ogni prezzo, perché come tale egli deve essere riguardato non come mezzo per raggiungere i fini degli altri e nemmeno i suoi propri, ma come un fine in sé; vale a dire egli possiede una dignità (un valore interiore assoluto), per mezzo della quale costringe al rispetto di se stesso tutte le altre creature ragionevoli del mondo ed è questa dignità che gli permette di misurarsi con ognuna di loro e di stimarsi loro uguale». 

Kant «Dottrina della virtù» 11 (A 93)