E’ fatta. La riforma costituzionale che porta il nome di Maria Elena Boschi e che ridisegna profondamente l’assetto istituzionale italiano giunge al termine del suo iter parlamentare. Di una cosa va dato atto a Matteo Renzi: nel suo spasmodico e reiterato sforzo di dare l’impressione di essere sempre in movimento, qualcosa alla fine fa davvero. Che nessuno gli abbia effettivamente chiesto questa riforma fatta coi voti di Bersani e Verdini è fuor di dubbio, ma almeno ha il merito di affrontare due grandi problemi che avvinghiano da lungo tempo le nostre istituzioni. Che la strada imboccata sia quella giusta, di nuovo, è tutto un altro discorso.

Sul primo problema, forse il più grave, il legislatore è coerente, pur scatenando giustificati allarmismi. Si tratta della cronica debolezza dell’esecutivo che, storicamente, si configura come il portato di una costituzione antifascista, dunque di reazione a quella che fu una ventennale ipertrofia dell’esecutivo medesimo. Onde evitare i rischi di pericolose ricadute, i nostri padri costituenti puntarono tutto sulla centralità del Parlamento, garantendo da un lato una certa stabilità all’assetto liberal-democratico nonostante una situazione internazionale incerta ed una interna ancora più convulsa; dall’altro esposero il fianco ad una sicura instabilità dei governi (che infatti si sono avvicendati a velocità-luce per tutta la storia repubblicana) e ad una pericolosa forma di partitocrazia, che a sua volta ha portato al secondo grande problema, esploso in tutta la sua virulenza negli ultimi anni: l’incolmabile distanza che separa il cittadino comune, l’elettore, dall’eletto, sempre più espressione di una oligarchia di partito (che poi si è vista espropriata delle sue prerogative da Mani Pulite e dal prepotente emergere di una borghesia finanziaria transnazionale, ma questo diventa un altro discorso).

Il problema della corretta ripartizione del potere nelle democrazie liberali affligge i pensatori politici da quasi due secoli. Già Max Weber, guardando alla sua Germania, non esitava a definirla una “democrazia acefala”, stigmatizzandone alcune caratteristiche cardine: 1) l’impossibilità in essa di selezionare una classe politica capace e competente, e la tendenza a privilegiare figure legate agli apparati di partito, persone dotate di prestigio socio-economico e tutta una variopinta schiera di personaggi privi di autentica “vocazione alla politica”; 2) il ruolo predominante dei partiti che tendono sempre più a costituire un potere oligarchico scegliendo e imponendo una classe politica che il popolo non controlla; 3) la debolezza del potere esecutivo limitato da un parlamento dai poteri troppo ampi.

Difficile sostenere, con onestà intellettuale, che l’Italia repubblicana non sia afflitta dai medesimi mali della Germania weberiana, nonostante il secolo e mezzo di distanza. Più complicato, specie dopo il secondo conflitto mondiale, sostenere la soluzione che Weber propose a suo tempo, la “democrazia plebiscitaria”. Nella sua concezione è infatti il “capo carismatico” la chiave di volta, il solo in grado di porre in atto qualunque disegno etico-politico con coerenza. Basilare diventa dunque la sua legittimazione, che non può che venire direttamente dal popolo, attraverso il voto, ponendo elettore e leader in rapporto diretto. A questo si dovrebbe aggiungere una revisione costituzionale che favorisca un governo monocratico, con una concentrazione dei poteri nell’esecutivo e un sistema elettorale maggioritario. Renzi ha preferito il premio di maggioranza, ma si è scordato il punto cardine: il rapporto diretto tra capo e popolo, la cui scelta rimane saldamente nelle mani delle segreterie di partito (va da sé che servirebbe anche una nutrita schiera di papabili al ruolo, e al momento l’Italia offre ciò che offre).
Resta il fatto che in un mondo che si muove sempre più rapidamente verso la multipolarità e l’instabilità avere un disegno coerente in politica estera e un governo dotato degli strumenti e delle capacità per portarlo avanti sia ormai una necessità improcrastinabile. Sia l’integrazione (o la dis-integrazione) dell’Eurozona che le problematiche che la globalizzazione ha posto sul tavolo lo richiedono come condizione necessaria anche solo per una sopravvivenza dignitosa. Dunque una legittimità di fondo, un sostengo concreto al concetto di premierato forte, al di là della sua manifestazione particolare, esiste.

Tuttavia la politica è bifronte ed al fianco di quella estera esiste anche quella interna. Da questo punto di vista l’accoppiata Italicum-ddl Boschi pone seri problemi di rappresentatività democratica, come accuratamente evidenziato dall’ampio e variegato fronte del no. Mancano reali contrappesi oligarchici o popolari allo strapotere del governo. Soprattutto, neanche una badilata viene gettata nel fossato che ormai separa la maggioranza da chi conta davvero: il processo decisionale rafforza la sua verticalità discendente, localizzandosi nella segreteria di un solo partito econfermando i suoi aspetti misterici. L’istituto referendario vede il quorum abbassarsi solo qualora aumentino le firme dei richiedenti, le leggi di iniziativa popolare dovranno essere discusse obbligatoriamente ma da una Camera a senso unico, il meccanismo di elezione dei senatori e dei deputati pecca decisamente di trasparenza. Né il Presidente della Repubblica potrà essere eletto senza perlomeno un forte consenso da parte della maggioranza. Che esista un rischio per la democrazia è lapalissiano.

Un sospetto che affiora rapidamente riguarda l’Unione Europea. Travolta com’è dalla crisi economica e dai migranti, insidiata dall’euroscetticismo che sempre più si va facendo neonazionalismo, la presenza di governi autoritari in grado di garantire “stabilità” nelle aree più delicate, sarebbe garanzia di repressione del dissenso. Inutile ricordare la famosa lettera Draghi-Trichetdi berlusconiana memoria per immaginare quanto possa essere pericoloso avere un governo forte, anzi fortissimo, in un Paese a sovranità ultra-limitata come l’Italia, che deve rispondere direttamente a Bruxelles e indirettamente a Washington. Forse il deficit di esecutivo, da questo punto di vista, è più una tutela che un male.

In ogni caso sarà decisivo l’ultimo scoglio, il referendum, unico reale momento di democrazia in questo processo di revisione istituzionale. Fondamentali per Renzi saranno sostanzialmente due cose: la comunicazione e l’eventuale aiutino europeo. E’ evidente che se Bruxelles, per “incoraggiare” gli italiani al Sì, dovesse aprire i cordoni della borsa concedendo un poco di flessibilità in più, il Premier gradirebbe molto il ricostituente. Sarà dunque la comunicazione ad indossare i panni della protagonista. Sicuramente Renzi è partito col piede giusto. Alla Camera il disegno di legge è stato presentato per quello che non è, o è solo marginalmente, cioè come: “disposizione per il superamento del bicameralismo paritario, riduzione del numero dei parlamentari, contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, soppressione del Cnel e revisione del titolo V della parte II della costituzione”. Si cerca di far passare una rivoluzione istituzionale neanche tanto piccola per una riduzione dei costi della politica, fingendo di far proprie le istanze pentastellate più forti. Questo non vuol dire che una riduzione effettiva (e marginale) dei costi non ci sia, ma chiaramente non è il cardine della proposta. In ogni caso è molto triste.

Un’altra carta giocata dal Governo è quella della “retorica del nuovo”, che in un momento storico in cui tutto ciò che sa di tradizione, ambito culinario a parte, puzza di vecchio, ha un potere persuasivo notevole. Neanche questa è una novità, e la Boschi è stata paradigmatica in conferenza stampa: “Si confronteranno due idee dell’Italia: la nostra, che è l’espressione di un Paese che ha voglia di correre, di andare veloce, di proiettarsi nel futuro; dall’altra avremo un’Italia che cerca di restare così com’è, che si accontenta di camminare”. Sull’eventuale distopia del futuro previsto non ci si può neanche interrogare, l’importante è guardare avanti anche quando in realtà si sta guardando indietro. E se ci volteremo, probabile che “ce lo chieda l’Europa”, di tornare a guardare e rigare dritto.

Infine ci sarà, e c’è già, la personificazione del voto: il referendum sarà un plebiscito su Renzi, e questo rischia di essere il suo primo grande sbaglio. Nel 2006 ci provò già Berlusconi a dare una sterzata verso il premierato forte: i cittadini non gradirono e si compattarono per il no. Difficilmente ad ottobre andrà diversamente. Renzi non può pesare il 50% da solo, e la scelta di non cercare sponde parlamentari rischia seriamente di compattare contro di lui, perlomeno per una singola tenzone, quell’opposizione che trova nella sua estrema frammentazione la propria debolezza più grande (e nella quale sta la forza del Premier). Avrà dunque bisogno di far correre a pieno regime la macchina propagandistica, sfoderando tutte le sue doti di affabulatore, e l’esito rischierà ugualmente di rimanere incerto. Dovesse fallire, potrebbe dover terminare più precocemente del previsto la sua parabola politica.

Un’ultima, fantapolitica, considerazione: dovesse passare anche lo scoglio del referendum, la riforma istituzionale renderebbe le elezioni del 2018 esiziali, e neanche l’esito di quelle pare essere così scontato. Matteo ha scelto di percorrere una strada rischiosa e gli italiani si ritroveranno a dover estrarre dal mazzo degli imprevisti molte carte.