L’errore più grave che si possa commettere, nel brandire un proposito, è di polarizzarlo nel fanatismo. Cioè cercare forzatamente di facilitare la metempsicosi di un pensiero, in un’ideologizzazione cervellotica e senza ritengo. L’esatto opposto di quanto Tommaso Campanella e Tommaso Moro teorizzavano nelle loro utopiche proiezioni di Mondo. Indubbiamente “il genere umano […] è tenuto a dedicarsi alle scienze”, ma fin quando “la misura di tutte le cose è la pecunia”, non si riuscirà mai “ad attuare un regime politico basato sulla giustizia o sulla prosperità”. Dunque, si scorge l’inefficacia di una bieca strategia di canalizzazione dei consensi, spesso utilizzata da odierne realtà collaterali ai sistemi di potere. Una tattica improntata sul folclore, e particolarmente consueta fra le fila dei vassalli dello status quo e dei galoppini dell’associazionismo di pressione.

Benché si defilino dal rispondere di eventuali coinvolgimenti in talune pratiche, le conglomerate LGBT hanno fondato la loro protesta sull’annientamento mediatico di qualsiasi tesi fungesse da contraltare alle proprie. Non soltanto riuscendo ad asserragliare l’autonomo agire della politica e il libero elaborare dell’opinione pubblica, ma giungendo addirittura ad ammaestrare la giurisprudenza, a seconda delle necessità di turno. Cercando riscontro nelle cronaca odierna, risalta la condanna inflitta all’Italia dalla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo, in relazione al riconoscimento delle unioni omosessuali: “violazione della vita privata e famigliare”. Un dirimere molto più affine alle disposizioni dittatoriali, piuttosto che conforme alla dinamiche democratiche. In pratica, il Governo italiano, in parallelo al legiferare del Parlamento, dovrà ribattere efficientemente (e pedissequamente) alla coazione dell’Unione Europea. Che, nella deficienza del suo operato, non si accorge di incrinare ulteriormente la credibilità intellettuale dei sostenitori delle coppie omosessuali.

Tralasciando l’inattuabilità della sentenza della Corte – perché si rendano fattibili i suoi dettami, bisognerebbe rivoltare la Costituzione e ridefinire il concetto giudiziario di “Famiglia” -, battersi con vigore per comprimere degli orientamenti sessuali nell’ordinarietà sociopolitica di un Paese, assume le sembianze di una lotta ideologica, e non di una concreta volontà di raggiungere un equilibrio di civilizzazione, in grado di conciliare e di non osteggiare. La tutela lobbistica delle minoranze – improntata sul profitto, e non sull’attivismo per la garanzia di un interesse – è riuscita ad ingerire nella Corte europea e, consequenzialmente, a circuirla, sulla base della pretestuosità del buonismo pressapochista e del conformismo à la mode. In un approccio filosofico, si potrebbe definire il periodo contemporaneo come un lussurioso e dissoluto agglomerato consociativista di omologazione coercitiva, oscillante tra l’opportunismo politico e giuridico di cavalcare l’onda della convenzione, e l’incosciente (?) mobilitazione delle associazioni LGBT, che non comprendono – oppure non gradiscono comprendere – la bramosia di introiti degli enti costituiti per la difesa dei loro diritti. E addio Campanella, Moro, e teoretica cantando!