di Alessio Sani

Ogni grande progetto imperiale richiede tempo. Roma non fu costruita in un giorno, recita un vecchio adagio, e neanche l’Unione Europea. L’idea di un’Europa politicamente unita è relativamente recente, ma il concetto di Europa ha una storia ben più antica. E’ nell’antica Grecia che il termine inizia a diffondersi, proveniente dal Medioriente. Nell’VIII secolo a.C. i greci ripresero una parola semitica che per i marinai fenici significava “ponente”. Nel mito, Europa è la figlia di Agenore, re di Fenicia, rapita da Zeus che se ne innamorò e la deportò a Creta, dove dalla loro unione nacque Minosse, re civilizzatore e legislatore. Se la dialettica tra Oriente e Occidente rappresentò per i greci un forte fattore identitario, mediato nella prassi storica dalle guerre persiane e poi da quelle alessandrine, subito nell’Antica Grecia prese corpo un’altra dialettica fondamentale, che avrebbe caratterizzato la storia del continente nei millenni successivi: quella tra unità e diversità.

La tendenza all’unità, attraverso forme di pensiero universalista e prassi imperialista (e sempre accompagnata dalla naturale tendenza dell’agire economico) da allora comparve ripetutamente. Prima Alessandro, che pure guardò a Oriente ma riunì sotto la sua egida l’intero mondo greco, poi Roma, nello spazio geopolitico mediterraneo, prepareranno il lascito di questo istinto dello spirito all’Europa.

In età tardo-antica, il testimone venne raccolto dal cristianesimo, che proprio in quei secoli andò delineando la propria dottrina e successivamente avrebbe sancito un primo scisma, quello con l’oriente greco-ortodosso, vicino eppure distante. Il secondo evento che segnò tragicamente la nascita del concetto di Europa come lo conosciamo fu la diffusione imperialista dell’Islam. Il Mediterraneo, improvvisamente, da centro di gravità dell’Occidente, diventò il fronte di un aspro confronto millenario. E’ qua che, probabilmente, va collocata la nascita embrionale del concetto di spazio geopolitico europeo moderno.

Gli storici, a seconda della lente personale attraverso la quale guardano alla storia, tendono a riconoscere più o meno importanza a Carlo Magno. C’è chi considera la rinascita carolingia come un avanzare guardando indietro, a Roma antica (eppure l’eredità romana sarebbe sopravvissuta al Medioevo e ha a tutt’oggi la sua rilevanza), chi la classifica come un miope tentativo d’imperialismo feudale, eppure spesso, nelle cronache dell’epoca, si fa riferimento all’imperatore franco come al “capo d’Europa”. Dunque, almeno negli ambienti colti dell’epoca, lo spazio geopolitico che per noi oggi è l’Europa iniziava a trovare la sua dimensione contemporanea.

Il tentativo imperiale di Carlo ebbe breve vita, così come l’avrebbero avuta tutte le successive riproposizioni di quel tema storico. L’impero romano-germanico degli Ottoni avrebbe gradualmente perso potere, determinando la rottura di quell’asse nord-sud che collegava Roma ad Aquisgrana lungo il quale si sarebbe distribuita la ricchezza della rinascita degli anni dopo il Mille. Un altro Carlo (V), più per meriti dinastici che propri, si sarebbe trovato a governare un impero sul quale “non tramontava mai il sole”, e di nuovo il sogno imperiale di un principe si sarebbe dovuto arrendere alla naturale tendenza dell’Europa, frastagliata geograficamente, a frastagliarsi politicamente. Gli ultimi grandi progetti imperiali furono quelli di Napoleone e Hitler, entrambi provenienti dal cuore del continente ed entrambi destinati ad infrangersi sulle scogliere delle sue periferie.

Oggi ci troviamo di fronte all’ultimo, grande, tentativo di risolvere la dialettica europea tra unità e diversità nell’ottica dell’imperialismo. Un nuovo progetto imperiale, che affonda le sue origini già prima della seconda guerra mondiale, sta per giungere a compimento. Proprio in questi giorni il parlamento italiano ha recepito una direttiva europea riguardante il packaging del tabacco. Si cerca di contrastare la piaga del fumo di sigaretta, dunque immagini di morte sui pacchetti e multe severe per chi li vende ai minorenni. Ora, l’intento in sé è sicuramente positivo, ciò che induce a porsi qualche domanda è il ruolo delle direttive nel progetto imperiale contemporaneo.

Il loro scopo è quello di “armonizzare le legislazioni dei differenti Paesi”. La semantica d’altronde ha la sua importanza. Armonizzare significa, nei fatti, lasciare ai governi nazionali lo stesso grado di autonomia che ha il sindaco in un ambito regolamento dallo Stato, cioè zero sostanzialmente. Le direttive vengono approvate dal Parlamento su indicazione della Commissione, organo dal vago sapore autoritario, sicuramente non particolarmente apprezzato ad ognuna delle differenti latitudini del continente. Le possibilità che il Parlamento sconfessi la Commissione sono scarse. Le possibilità dei cittadini dei vari Stati di fare qualcosa di concreto in merito altrettanto.

Mattarella ha da poco rivolto il solito appello europeista agli europarlamentari italiani a Bruxelles: “L’Europa è il nostro destino, serve più Europa”. Eppure, l’Europa è già il nostro destino poiché è già il nostro passato. Siamo assolutamente ed inequivocabilmente europei, noi italiani come i tedeschi, i francesi e tutti gli altri popoli dell’Unione. Quello che le élites non capiscono è che continuare verso questo modello di unione politica, i famosi Stati Uniti d’Europa, è fallimentare. La storia lo ha già mostrato ripetutamente: l’Europa esiste nelle diversità, e solo quando queste trovano un modo di coesistere pacificamente con l’istinto all’unità il destino può essere roseo.