di Alessio Sani 

Federico Pizzarotti è stato un pioniere. Salito alle luci della ribalta due anni e mezzo fa, ha da poco tracciato il bilancio di metà mandato. Primo sindaco di capoluogo del Movimento, è stato investito dalla grande responsabilità che un’elezione inaspettata comporta. Scelto da un collettivo di movimentisti eterogeneo per estrazione sociale e soprattutto politica, ha in buone parte deluso le altissime aspettative che lo accompagnavano. La maledizione del potere che sovente accompagna la figura del capo in Italia non lo ha risparmiato. Spesso e volentieri è stato assediato da una cittadinanza troppo pigra per impegnarsi attivamente in politica ma non per tirare le pietre di una simbolica lapidazione. Le manie di protagonismo su scala nazionale manifestate dal Primo Cittadino non l’hanno certo aiutato.

Recente è la contestazione per i tagli nel sociale, prima al sostegno agli studenti disabili (la ritirata è stata tempestiva), poi per l’annunciata chiusura di un asilo comunale. La colpa delle scelte, ovviamente, è stata rapidamente scaricata su Matteo Renzi e il Patto di Stabilità. Lo scaricabarile è stato il gioco prediletto del Sindaco anche per la questione inceneritore, una delle poche capace di mobilitare trasversalmente la cittadinanza, e forse in questo caso non a torto. Altre scelte poco popolari, come la differenziata porta a porta e i consigli di quartiere per i quali ha votato il 2% scarso degli avanti diritto, sono state invece difese a spada tratta dall’amministrazione, con un modo di fare a metà tra il Matteo Renzi e il cavallo da tiro paraocchiuto.

Il vero problema del sindaco tuttavia (poco amato in città come attestano le recenti elezioni regionali, dove la contrazione dei voti pentastellati è stata evidente), è stata l’incapacità di mantenere il contatto con la base degli attivisti. Obbiettivamente, non era un compito facile. Destreggiarsi tra signoraggisti convinti, paladini della differenziata, anti-incenerini e generici scoglionati dalla politica era impresa titanica. La scelta del sindaco è stata quindi quella di scegliersi la sua base. Non più il Movimento di Grillo ma il movimento di Pizzarotti. Autorinchiudersi nella torre d’avorio del potere assieme ai consiglieri eletti e a pochi altri accoliti ha sancito la prima spaccatura. Niente “uno vale uno”, niente richiesta di aiuto alla base per risolvere i problemi, al sindaco è sembrato meglio procedere a testa bassa e di testa propria.

Parallelamente il buon Federico ha portato avanti una strategia di più ampio respiro, nazionale. Gli attacchi a Grillo si sono intensificati fino a culminare nella Leopolda degli espulsi, in un pallido tentativo di emulazione renziana. Emulazione che a onor del vero ha interessato anche il linguaggio del sindaco, tutto preso dalla retorica del fare (spesso solo a parole) come il Premier. Il complesso di Edipo di Pizzarotti è evidente, così preoccupato di mostrarsi come il sindaco politically correct di tutti da esser diventato il sindaco di nessuno e soprattutto non di Grillo.

Il risultato è stato spaccare il Movimento cittadino, che adesso si trova tripartito tra grillini radicali, filopizzarottiani e moderati non schierati. Tre Movimenti per una città sola, risultato della cronica carenza di organizzazione interna dei 5 Stelle. In questo senso, ha mancato Grillo, deciso a mantenere un’orizzontalità estremista che sta allevando troppe serpi in seno. La vera sfida sarebbe stata, e forse sarà, quella di trovare una forma di strutturazione nuova, alternativa a quella dei partiti tradizionali, realmente capace di selezionare una classe dirigente, un’élite, degna di tale nome. Scegliere di non scegliere è stato un errore che Grillo sta pagando in parlamento come in città. Forse il Direttorio dei Cinque è una scelta in tal senso, forse per Parma è semplicemente troppo tardi.