di Attilio Di Sabato

L’intuizione geniale di Marshall McLuhan fu quella di paragonare il nostro pianeta a un piccolo villaggio dove tutti bene o male si conoscono. L’ossimoro ” Villaggio Globale” è oggi alla base della nostra concezione di mondo. Prima la radio, poi la televisione e ora internet hanno permesso a generazioni, distanti migliaia di chilometri, di conoscersi e di mescolarsi. Attraverso la comunicazione ogni piccolo villaggio (nazione) sulla terra non ha più confini mediatici, ma coincide con il globo. Un’unione sulla quale poggia la coscienza globale. Eppure se i confini della comunicazione sono ormai abbattuti, non si può dire ciò di altri confini: sociali, economici, politici. Dunque riproponiamo l’ossimoro, bene accolto dai frontmen della politica odierna, in una nuova veste: villaggio globale sì, ma con quartieri ricchi e poveri.

Nel “can can” mediatico attuale, la strage di Charlie Hebdo ha messo l’accento su quello che è già un grosso problema: l’immigrazione. La recente ondata di terrorismo ha spazzato via questo tabù; fino ad ora da parte dell’Unione Europea non si era mai pensato a un progetto comunitario per risolvere la questione. Né intellettuali né politici hanno cercato di portare l’opinione pubblica ad un serio dibattito. Vediamo opporsi linee politiche (se così possono essere definite) nelle quali la destra vuole chiudere le frontiere e la sinistra, invece, vuole spalancare le porte del continente. Dietro questa dicotomia si è accodato un tifo da stadio per ambo le parti, un tifo assordante che contribuisce all’immobilità del processo di risoluzione del problema. Di certo non possiamo chiuderci a riccio, ma nemmeno possiamo ospitare interi continenti sui nostri territori. Dopo l’atto terroristico in Francia, molti hanno tuonato contro il trattato di Schengen, accordo che garantisce la mobilità in Europa, proponendo di modificarlo. Il buonismo di altri porta, invece, a conclusioni utopiche. Celata dietro quest’immaturità politica c’è un certo establishment al quale conviene la mediocrità che circonda tale discussione.

Molti ci speculano su e c’è chi subdolamente si sfrega le mani. Si mira a favorire l’immigrazione per deprezzare il costo del lavoro, ciò velocizza la “cinesizzazione” del lavoro che è un meccanismo già in moto a causa della concorrenza spietata da parte delle nazioni emergenti. Salari troppo alti incidono nei profitti degli imprenditori, investitori e in generale dei capitalisti. Molti grafici, impugnati dalle correnti liberiste più sfrenate, indicano il costo del lavoro in Italia “troppo alto”, il quale influenza negativamente le prestazioni economiche e finanziarie delle aziende. In realtà il costo del lavoro in Italia è in media con l’UE, al disopra dell’Est – Europa, ma inferiore a quello di Germania, Francia e Regno Unito. La sola flessibilità non riesce a rendere competitiva la nostra economia, si punta perciò ad abbassare i salari che recentemente hanno avuto un brusco arresto. La competizione tra immigrati e “autoctoni” è quindi feroce, la moltiplicazione di manodopera a basso costo obbliga alla diminuzione dei salari in generale. Un altro problema è il livellamento etnico in corso, continuando di questo passo nel 2050 la popolazione europea sarà per metà composta da immigrati. Il sogno di ogni grande capitalista, il progetto di ogni multinazionale: convertire la popolazione mondiale in miliardi di consumatori privi di identità e coscienza proprie. Oltre ad un blocco indistinto di consumatori, le tensioni sociali saliranno alle stelle poiché la macchina dell’integrazione può funzionare correttamente solo con (relativamente) piccoli numeri.

In questo momento storico, l’immigrazione si riversa nel centro del potere mondiale: l’Occidente, specialmente l’Europa. Certo noi le nostre colpe le abbiamo, e non poche, ma ora ci troviamo ad affrontare un immenso flusso migratorio che tendenzialmente fa vacillare il sottile equilibrio del Vecchio Continente. Abbiamo dapprima destabilizzato il resto del mondo e ora ci chiediamo il perché di queste ondate di gente che chiedono una qualità della vita decente. Abbiamo assalito interi paesi privatizzando i loro settori, soprattutto quelli energetici, e ci chiediamo ancora come si può essere così poveri avendo così tante ricchezze nel sottosuolo. Avevamo parlato di quartieri ricchi e poveri facendo il paragone con alcune parti del pianeta, per esempio, Europa e Africa. Dobbiamo porci delle domande: può il centro (economico) del mondo ospitare l’intera periferia? E cosa ne sarà della periferia? Per salvare gli attuali equilibri economici, sociali e culturali serve agire alla fonte del problema. A nostro avviso, è necessario prima di tutto riconvertire intere aree del globo in nuovi centri di aggregazione. Non solo distribuire “democrazia” a suon di bombe, ma distribuire anche ricchezza. Il villaggio globale deve intavolare un serio dibattito su questa tematica e le classi dirigenti, specialmente quelle europee, devono iniziare ad affrontarlo, senza far finta di distogliere lo sguardo. Se un villaggio è, allora questo è un problema di tutti.