Il loro libro inchiesta sul caso Forteto, uscito l’anno scorso, i giornalisti fiorentini Francesco Pini e Duccio Tronci l’hanno intitolato “Setta di Stato”. E non a torto. Le vicende confuse e impenetrabili di questa realtà sperduta nelle vallate del Mugello, in provincia di Firenze, sono troppo poco note all’opinione pubblica rispetto alla gravità della ferita che hanno lasciato in Toscana: tuttora aperta e sanguinante. Un vortice senza fine di abusi sessuali perpetrati a danno di minori disagiati; inseriti all’interno di una comunità nata per aiutare e sostenere, e progressivamente plasmata dai suoi vertici fino a diventare una realtà dove non era permesso niente: tranne soddisfare la libidine. Negli anni il Forteto, nell’altra sua veste di cooperativa agricola (rinomata per i formaggi e i prodotti tipici) è diventato anche una macchina ben oliata da quasi 20 milioni di euro di fatturato. E Politici (quelli dell’irriducibile Toscana rossa), giudici del tribunale minorile, sedicenti giornalisti, medici, operatori dei servizi sociali e perfino dirigenti ASL non hanno tardato nel cogliere l’occasione per prendere una fetta della torta. E’ una storia particolare quella del Mugello: dove l’immoralità va di pari passo con l’illegalità, e la capillarità si traduce in un muro di connivenze.

Tutto inizia nel 1977. L’azienda agricola viene fondata nei pressi del comune di Barberino (poi si sposterà nel 1982 tra i comuni di Vicchio e Dicomano) per iniziativa di due uomini che si avvalgono di falsi titoli di studio in psicologia: Rodolfo Fiesoli e Luigi Goffredi. Il primo, detto il Profeta, sarà il capo indiscusso della struttura nonché principale attore delle atrocità commesse negli anni; l’altro, per tutti l’ideologo, ha il merito di aver applicato la controversa teoria della “famiglia funzionale”: un termine coniato, di fatto, ex novo e attorno cui ruota gran parte della filosofia legata all’educazione dei minori e degli affidi. Nella famiglia funzionale solo l’elemento nominale uomo-donna è in comune col concetto tradizionale. L’accostamento tra due soggetti avviene a tavolino e di conseguenza la conoscenza reciproca è superficiale, svincolata dalla sfera dell’affettività, ritenuta addirittura nociva. Tutto si concentra in un compito da svolgere: l’educazione alternativa, senza residui del «fardello della materialità sessuale». Sulla scia di idee del genere il tribunale cominciò ad affidare alla comunità ragazzi provenienti da sgradevoli situazioni di vario tipo (esempio: con genitori tossicodipendenti). Ogni rapporto eterosessuale era accuratamente evitato e messo al bando. Questi sistemi «rieducativi» nel tempo hanno trovato spazio su libri pubblicati da autorevoli editori, sono stati dibattuti (con entusiasmo) in conferenze e convegni, finanziati da enti locali, osannati da intellettuali, politici, magistrati, psichiatri. Un miscuglio di Freud e don Milani, che fin da subito ha intrecciato profondi legami con quella corrente mai veramente definita qual era il «catto-comunismo».

Il 30 settembre 1978 Fiesoli viene arrestato, su disposizione del magistrato Carlo Casini, per abusi sessuali. Fu la prima avvisaglia degli scempi commessi all’interno di quelle mura; ma fu anche la prima volta in cui l’ideologia e le trame settarie si rivelarono più forti del potere giudiziario. Dopo poco venne infatti rilasciato, salvo poi essere condannato – sempre su iniziativa del caparbio Casini – nel 1985, assieme all’amico Goffredi, per maltrattamenti e atti di libidine nei confronti dei propri assistiti. A far sprofondare il caso venne in loro aiuto Gian Paolo Meucci: da tutti riconosciuto, con merito, come padre del diritto minorile italiano (e grande amico del prete di Barbiana). La presa di posizione di Meucci, che all’autorevolezza personale univa l’assoluta deferenza nei suoi confronti da parte dei colleghi, portò la condanna a cadere, senza effetti pratici. Ebbe allora inizio il dominio incontrastato del Profeta sul territorio. A fare “merenda” al Forteto passavano tutti: da quelli col potere di far arrivare nuovi ragazzi a chi stringeva rapporti personali a vario titolo. «Qui comando io», avrebbe detto a una neuropsichiatra nel corso di una riunione coi servizi sociali.

In maniera inversamente proporzionale a quanto già all’epoca si sapeva – ma si taceva – il Forteto acquista prestigio, e la cooperativa (con circa 130 dipendenti) aumenta progressivamente il proprio peso di milione in milione. E’ un dominio assoluto: fuori se ne cantano le lodi, dentro si stuprano i bambini; allontanandoli sempre più dai genitori naturali e traviandoli mentalmente: molti, in più occasioni, diranno poi di aver considerato normale il fatto di essere usati, ripetutamente, per soddisfare sessualmente le madri e i padri assegnati dal sistema della famiglia funzionale. Nel 1997 Fiesoli, mentre qualcuno comincia ad alzare la voce, risulta ancora a capo della comunità, col tribunale pronto a spedire i minori nella struttura senza nessuna remora: fino al 2009 ne furono mandati almeno 60. Nel 1998 la Corte europea dei diritti dell’uomo riceve la richiesta di ricorso contro l’Italia e, in particolare, contro l’operato del tribunale dei minori di Firenze, da parte di due madri a cui era stato imposto di interrompere ogni relazione coi figli. Le donne denunciarono trattamenti violenti e inumani nei confronti dei minori, con una scolarizzazione pressoché inesistente. Il 13 luglio del 2000 la Corte di Strasburgo, per la questione,  condannò infatti  lo stato italiano a pagare una multa di 200 milioni di lire come risarcimento dei danni morali. Ma non successe nulla neanche quella volta: le relazioni di chi si esprimeva sul Forteto abbondavano di ottimismo, ne esaltano i meriti e tutti, dai politici minori a quelli che poi sarebbero entrati nei palazzi, giravano la testa.

 Sul Forteto si sono fatti nomi celebri, molti dei quali militavano in quel cumulo di partiti nati dopo la svolta iniziata nell’89 col sostanziale scioglimento del PCI (dall’Ulivo ai Ds, fino, ovviamente, al Pd). Fiesoli aveva la stima di chi nella, o per la, Regione, nel bene e nel male, lavorava: e nel caso contrario se la creava. Nel novembre 2011, al TEDxFirenze, intervenne a Palazzo Vecchio parlando della sua visione dell’educazione minorile e di come attivarsi nelle scuole per esportarne i metodi: presenziava e fu ringraziato personalmente l’allora sindaco Matteo Renzi. Un mese dopo, per le incessanti accuse, viene arrestato per atti di pedofilia. Nella relazione finale della commissione d’inchiesta della regione Toscana (15 gennaio 2013) vengono elencati i nominativi alcuni dei politici, o anche magistrati e professionisti, che a livello locale e nazionale, avevano frequentazioni con la comunità. Si legge: «Per fornire un’idea di massima del fenomeno tentiamo di ricostruire dalle testimonianze ascoltate un elenco dei personaggi che, a vario titolo e con differenti modalità, passano al Forteto: Piero Fassino, Vittoria Franco, Susanna Camusso, Rosi Bindi, Livia Turco, Antonio Di Pietro, Tina Anselmi, Claudio Martini, Paolo Cocchi, Michele Gesualdi (presidente della provincia di Firenze), Stefano Tagliaferri (ex presidente della comunità montana del Mugello), Livio Zoli (sindaco di San Godenzo e Londa), Rolando Mensi (sindaco di Barberino di Mugello). E poi i magistrati del tribunale per i minorenni di Firenze, a cominciare dai presidenti che si sono succeduti (Francesco Scarcella, Piero Tony, dal sostituto procuratore Andrea Sodi, i giudici Francesca Ceroni e Antonio Di Matteo e il giudice onorario Mario Santini). Frequenta il Forteto Liliana Cecchi, allora presidente dell’Istituto degli Innocenti di Firenze, ma anche molti medici tra cui Roberto Leonetti (responsabile dell’unità funzionale salute mentale infanzia-adolescenza per la zona Mugello). Non mancano i professionisti: volti noti come i giornalisti Rai Betty Barsantini e Sandro Vannucci, ma anche avvocati come Elena Zazzeri, presidente della camera minorile di Firenze».

Dal ’97 al 2010, la comunità ha ottenuto contributi diretti per un milione e 200 mila euro. Inoltre, i sospetti sull’utilizzo di fondi europei mai sono stati chiariti, né smentiti. Il 17 giugno 2015, dopo i lavori d’indagine della prima commissione d’inchiesta, e le coraggiose testimonianze delle vittime, la sentenza di primo grado fissa una condanna a 17 anni e mezzo di reclusione per il Profeta, 8 per Goffredi, e via via a scendere per gli altri componenti di quella che ormai è unanimemente riconosciuta come una setta. 16 imputati su 23 ricevono un verdetto accusatorio. Le motivazioni sono chiare: «Le perversioni del Fiesoli e compagni, note agli altri imputati, sono state di volta in volta avallate, tollerate, giustificate come la prova della piena dedizione al prossimo, come la dimostrazione pratica e concreta di un aiuto al superamento della materialità, come un suo momento personale di sofferenza nel compimento dell’atto, per aiutare il “beneficiato”. Chi ha reagito, chi ha protestato, chi ha contestato è stato emarginato, isolato, escluso, denigrato e, finalmente, allontanato». Il vecchio fondatore, in virtù dell’età e in attesa del completamento dell’iter processuale, è ancora oggi a piede libero. E proprio il 26 aprile (tra meno di una settimana) si terrà il processo in appello: un nuovo step per confermare o ribaltare il giudizio su una realtà terrificante.

 Negli ultimi mesi il dibattito non si è affatto spento e si è discusso sul ruolo della cooperativa.Nel 2013 il Governo Letta mandò due ispettori ministeriali per esprimersi sulla situazione del Forteto. Fu stesa una dichiarazione con cui si consigliava esplicitamente il commissariamento per la commistione con l’associazione (non più comunità). Nel frattempo, però, cadde il Governo, la scelta non fu più presa in considerazione e addirittura la precedente documentazione venne dichiarata nulla. La stessa commissione istituita si espresse a favore per «l’intollerabile legame tra la parte produttiva-cooperativa e quella degli affidamenti di minori e disadattati». Nell’estate del 2015, dopo la sentenza, con tutta una serie di distinguo il Partito Democratico prese posizione. La mozione, inizialmente rinviata, a firma di  Deborah Bergamini (Forza Italia), che chiedeva una risoluzione definitiva della questione, e maggiore attenzione, viene affossata. Gli interessi politici prevalsero su quelli umanitari. Le opposizioni ringhiarono: «La decisione del Governo è sconcertante: non ha alcuna logica, alcuna sensibilità e alcun senso politico. Il Parlamento aveva il dovere di assumersi la responsabilità, a nome di tutto il Paese, di fronte alle vittime di violenze e vessazioni che si sono protratte per 30 anni».

E’ nata poi una seconda commissione d’inchiesta, per far luce sulle responsabilità politiche ed istituzionali e cercare di disvelare trame oscure di certezza comprovata. Ma essendo regionale, e non parlamentare, senza quindi prerogative coercitive contro chi alle indagini doveva e poteva collaborare, ha potuto finora osare poco per squarciare il velo che opprime la storia. In una successione di audizioni in cui dimenticanze e vuoti di memoria si susseguono a ritmo costante. Intanto, tra aprile e marzo 2016, è nata una diatriba tra vittime, che rivendicano giustizia e urlano (spesso inascoltate) contro chi vuole svincolarsi dalle proprie responsabilità, e i dipendenti esterni e i membri del Cda della cooperativa: convinti di un’innocenza che nel migliore dei casi sembra essere omertà. La stessa forza regionale sorta per ricomporre il mosaico, oggi si sta sfaldando tra le invettive dei membri più attivi (tutti appartenenti alle opposizioni) e l’inerzia del Pd – che presiede, paradossalmente, la commissione – e in fondo non vuole arrivare, cosciente che gli scheletri nell’armadio porterebbero su binari pericolosi: perché, inevitabilmente, dal Mugello a palazzo Chigi il passo è breve. E senza dubbio pericoloso.

Di fronte a tutto ciò (nella minima parte in cui è possibile riassumere la vicenda, senza approfondirla), si pone una domanda: quando si comincerà, concretamente, a considerare il Forteto per quello che è? Ovvero un’onta nazionale, nata e cresciuta all’ombra di una politica moralista e autoreferenziale che ora teme la verità su una realtà prima osannata e difesa a spada tratta. Se la libertà di stampa, d’espressione esiste, significa anche, e soprattutto, questo: ricordare al Governo ciò di cui non vuol parlare. Dalle parti di Stampubblica, dove il pluralismo si dice ma non si fa, arriveranno mai editoriali e inchieste per scrivere, con forza, che chi doveva garantire è stato complice?