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Gli odiati voucher non nascono con il Jobs Act come qualcuno crede, ma nel 2003 con la Legge Biagi, che ne regolamentava l’utilizzo solo in alcuni campi, solo sotto i Governi Monti, Letta e Renzi sono stati poi estesi fino a diventare strumento universale di retribuzione del lavoro occasionale. In otto anni il loro utilizzo è aumentato di 250 volte, sostituendo perlopiù il lavoro stabile e il lavoro precario. Si capì fin da subito che i voucher non aiutavano a far emergere il lavoro nero, dunque lo scopo per cui erano nati non ha portato i suoi frutti, anzi. Tanto che i voucher hanno finito per precarizzare posizioni lavorative prima stabili, erodendo le occasioni di impiego e mortificando le velleità occupazionali di moltissimi under 35 in interi settori, specialmente del terziario. Tito Boeri, presidente dell’INPS ha dichiarato che i voucher rappresentano “la nuova frontiera del precariato”.

Roma 15/06/2016, accordo fra INPS, Agenzia delle Entrate e Legapro, per il versamento contributivo dei calciatori di categoria. Nella foto Tito Boeri

Tito Boeri

Il Manifesto ha pubblicato le prime quindici società che utilizzano i voucher, proprio in base ai dati della Cgil: Best Union, Stroili e Game Stop Spa sono stati nel 2016 i primi tre della classifica, se si guarda agli importi staccati. Compaiono poi realtà importanti come McDonald’s, Manpower Adecco e Juventus. Best Union Company è una società specializzata in biglietteria e organizzazione di eventi: 3.123.980 euro l’importo lordo dei voucher e 4.356 prestatori; Stroili è un catena di gioielleria: 2.948.410 euro di voucher usati per 1.840 prestatori; Game Stop Italy è una catena di vendita di videogames ed ha usato 2.398.410 euro di voucher per 1.370 prestatori. Ecco, le altre società presenti nella top ten, secondo la classifica pubblicata dal Manifesto: Teddy Spa, Winch srl, Chef Express, Cigierre compagnia generale di ristorazione, Sisa Entertainment, Juventus Fc Spa, Mc Donald’s Developments Italy, Manpower, Camporosso, Dip Diffusione Italiana preziosi, Adecco Professional solutions.

La verità è che i sindacati con a capo Susanna Camusso hanno saputo giocare bene le loro carte e che la fobia per il referendum della ditta Gentiloni/Renzi ha ucciso i voucher. Le parole del premier sono state inequivocabili: “Lo abbiamo fatto nella consapevolezza che l’Italia non ha certo bisogno nei prossimi mesi di una campagna elettorale su temi come questi”, ha detto Gentiloni al termine del Consiglio dei Ministri. La verità è che l’Italia ha proprio bisogno di discussioni politiche su temi così importanti, il lavoro su tutti.

Conferenza stampa Gentiloni sui voucher

I sostenitori del voucher “libero” sostengono che con questa decisione si sia data una grossa mano al lavoro nero e che chi adottava pratiche elusive tramite il voucher si sposterà senza grossi problemi su altri strumenti, arrivando allo stesso risultato: basterà passare a un finto part time, un lavoro intermittente irregolare, una collaborazione fittizia per continuare a nascondere un rapporto di lavoro subordinato ordinario. Certo che se però si ragionasse così allora le leggi non avrebbero senso di esistere. È evidente che lo scopo dello stato è quello di tutelare i suoi cittadini, dai lavoratori ai datori di lavoro e che ragionare mettendo in discussione le leggi contestando il fatto che si possano sempre trovare strumenti “diversi” rende il tutto molto poco serio. Avevamo già provato a raccontarvi della pericolosità del sistema dei “lavoretti”. Il governo sembra averci visto lungo e l’abolizione dei voucher sembra essere il primo passo verso l’introduzione dei mini jobs tedeschi. In Germania riguarda già 4 milioni di lavoratori, eppure nasceva con l’intento di regolarizzare i cosiddetti “lavoretti” che vengono svolti per arrotondare. Il timore è che il mondo del lavoro post voucher possa diventare anche peggiore di quanto già non fosse. Con il sistema dei mini jobs, il datore di lavoro può preferire assumere due o tre dipendenti a 450 euro, invece che uno solo, ma regolare. Il tutto aggravato dal fatto che non esiste una legge sul salario minimo orario e neanche un reale riconoscimento delle tutele per maternità, malattia o infortuni per il lavoro occasionale. Se non fosse per questo, sarebbe quasi auspicabile la proposta che fece Ezra Pound nei sui scritti di economia, in cui prevedeva una reale piena occupazione e benessere solo nel caso in cui tutti lavorassero meno ore per far lavorare tutti quanti. Il problema è che dovrebbero farlo tutti non solo pochi e soprattutto Pound non prevedeva l’equazione meno ore e meno retribuzione uguale meno tutele.

Dalla Germania alla Francia. Per le famiglie, si vorrebbe seguire il modello francese, dove il sistema del lavoro accessorio è gestito da una piattaforma telematica alla quale si possono iscrivere sia le famiglie sia le aspiranti tate, colf e badanti. Con questo mezzo c’è la possibilità di pagare direttamente on line il servizio e di avere anche garanzie sulle persone che si vogliano contattare. In Italia ci sono diversi servizi privati che svolgono già questo servizio, ma in modo settoriale, come ad esempio “Le Cicogne”, piattaforma online di babysitter. L’Inps sarebbe pronta a gestire un servizio del genere. Ma ci sarebbe bisogno di fondi pubblici per coprire non solo i costi della piattaforma, ma anche una parte dei contributi pagati dalle famiglie, anche in questo caso non minimi come per i voucher, ma paragonabili a un contratto normale. Eppure non si spiega in che modo questo sistema impedisca al datore di lavoro, seppur appartenente alla categoria “famiglia”, di tenere personale in casa per anni senza mai regolarizzarlo. I due interventi (mini jobs e piattaforma per famiglie) potrebbero viaggiare su binari diversi: il primo con un ddl da presentare presto; quello per le famiglie con la legge di bilancio, che invece va approvata entro fine anno. Quindi aspettassero ad esultare i sindacati e i lavoratori, l’abolizione dei voucher è l’ennesimo cambiamento messo in atto con lo scopo di non cambiare nulla.