Della politica si possono dare molte definizioni, tutte corrette a seconda del punto di vista dal quale la si guardi. Parlando di mass media, la si può intendere come la capacità di veicolare un messaggio. La correttezza, tecnica o morale, del messaggio, la sua consistenza, il suo “peso ideale”, lo sforzo mentale con cui quel messaggio è stato costruito e la sua effettiva capacità di interpretare i bisogni e le paure dei cittadini e di rispondere ad esse, in sintesi la sua scientificità analitica, sono tutti aspetti che da questo punto di vista passano in secondo piano. Sul piano della comunicazione l’importanza è tutta della capacità di far arrivare a destinazione il pacco, indipendentemente dal suo contenuto, che potrebbe pure essere (e nella maggior parte dei casi è) un gatto di Schrödinger. Tante più persone vengono colpite dalle frecce dei giornalisti che scrivono di politica, dalle comparsate del politico in televisione o dalle sue twittate, tanto più esse si troveranno invischiate in una rete di rapporti virtuali con esso, formandosi una loro opinione e decidendo se supportarlo o meno. Buona parte della scelta avviene su basa emotiva e, probabilmente, valutando di più la persona sulla base dell’empatia emotiva che il contenuto difficoltosamente veicolato.

Un fattore che diventa dunque fondamentale nel gioco della politica è quello dell’impacchettamento della notizia, sostanzialmente il compito dei media e, in ultima analisi, di chi i media li costituisce fisicamente, cioè i giornalisti. Il modo in cui si discorre di un candidato, il modo in cui lo si intervista, le domande che gli si fanno e financo le parole, l’accurata scelta delle parole, esse stesse veicolo di visioni del mondo, che compongono le domande o gli editoriali costituiscono l’imbellettamento o l’abbruttimento del messaggio (e dunque del politico stesso). Sia chiaro, anche l’abbruttimento ha capacità di fascinazione, per una fetta di elettorato costituito da bastian contrari a priori, ma spesso delimita un riquadro più stretto rispetto alla maggioranza della cittadinanza, che preferisce i candidati più mainstream. Si dice spesso che le elezioni le decidono i moderati e purtroppo è vero, e ai moderati l’abbruttimento non piace.

Tornando alla questione dei mass media, è chiaro come questi costituiscano di fatto l’opinione pubblica. Quella forza intangibile e inafferrabile che però è in grado di orientare il dibattito, di sceglierne i temi, di cavalcarne fino allo sfinimento alcuni, di giudicare le risposte, dunque i contenuti, degli attori sul palcoscenico. L’intera opera di regia e di successiva critica della pièce è nelle mani dei media. Quando mai un cittadino comune ha l’opportunità di rivolgere una domanda a Renzi o Salvini? E se per caso questi incontrasse il leader del carroccio ad una festa tutta polenta e sole delle Alpi in Val Camonica, qual sarebbe la visibilità che otterrebbero la sua domanda e l’eventuale risposta?

L’evidenza di questo fenomeno è particolarmente forte negli Stati Uniti, dove la corsa alle Presidenziali è ancor più personalizzata che in Italia. La stragrande maggioranza dei media americani è “da moderatamente a decisamente” liberal. Questo significa la solita tutela degli interessi delle corporation (che controllano li stessi media) in ambito economico, dunque liberismo sfrenato (pare quasi di assistere alle lezioni cattedratiche della scuola di Chicago) e la contemporanea distrazione di massa cavalcando allo sfinimento il ronzino dei temi sociali (affirmativeactions, gender gap e tutti quegli anglicismi ai quali ci stiamo abituando), chiaramente sempre analizzati e proposti con un’ottica liberal. Questo forte bias, presente anche in medias res, come nei dibattiti per le primarie repubblicane, è tale da aver generato miracolosamente, nonostante le chiare difficoltà determinate dall’imperare del capitale nel mondo dei media, una risposta di “popolo”, cioè il rifiuto dell’informazione mainstream da parte di una consistente fetta di elettorato conservatore (che si abbevera ad alcune micro-testate online fortemente conservatrici, nate da questa domanda) e, perlomeno, un’auto-interrogazione da parte degli stessi media liberal, che si sono ritrovati a domandare a loro stessi perché fossero così liberal pur continuando ad esserlo.

Un esempio italiano potrebbe chiarire meglio la situazione al di qua dell’oceano. Immaginiamo un Formigli, o chi per lui, interrogare Salvini e Renzi a Piazzapulita sulla questione migranti. La domanda, quasi sempre, è qualcosa del tipo: “Come risolvere questa tragedia?” (intesa come la “loro”, dei migranti, tragedia) o qualcosa di simile che ponga l’accento sul lato umano, qualcuno direbbe buonista, della questione. E questa è una domanda liberal. Alla quale Renzi potrebbe rispondere sfoderando tutto il suo campionario di luoghi comuni buonisti (fondati, per carità) e alla quale Salvini sarebbe costretto a rispondere muovendosi in un campo minato, accettando, probabilmente per ingenua incapacità, la forma mentis di chi pone la domanda. E se le parole scelte fossero invece ben diverse? Se la domanda fosse: “Come porre fine a questa invasione?”, non sarebbe Renzi quello in difficoltà, e Salvini quello invitato a nozze? Eppure, nella grande maggioranza dei programmi televisivi, degli editoriali più o meno autorevoli dei quotidiani, nei corsivi, addirittura nella mera cronaca (che questo dovrebbe essere, cronaca), il bias dell’informazione invade l’imbellettamento del messaggio politico.

A maggior ragione oggi, con l’annunciata fusione del gruppo Espresso col gruppo Itedi, il pensiero unico del politicamente corretto paventato da Tocqueville già nella prima metà dell’Ottocento pare avere la strada spianata verso il completo controllo dell’opinione pubblica. Per paradosso, un baluardo del pluralismo in Italia rimane Berlusconi, che in un periodo di attivismo politico personale relativamente scarso lascia spazio a disamine “alternative” nei suoi media. Quello stesso Berlusconi accusato per anni di conflitto d’interessi da quei media controllati da un De Benedetti, invischiato nel Pd fino al midollo, che ha sempre avuto l’intelligenza e l’opportunità di non esporsi in prima persona, godendo di comodi paravento. Forse, guardando sia alla situazione americana, dove il solo Murdoch con Foxnews sopravvive a destra del “moderatamente liberal”, e alla situazione italiana, aveva ragione Mussolini quando, intervistato da Emil Ludwig, disse: ”Con la libertà di stampa i giornali pubblicano solo ciò che vogliono veder stampato le grandi industrie o le banche, le quali pagano il giornale”, rivendicando l’autentica libertà data dalla censura fascista. Ognuno tira acqua al proprio mulino e, se si controllano i media, si controlla l’opinione pubblica in un modo talmente subdolo da preferirne, forse, il controllo palese, almeno si giocherebbe a carte scoperte.