Il bipolarismo ha fallito. Per lo meno, nelle sembianze con le quali si è mostrato all’opinione pubblica dalle prime battute del ’90. La strutturazione di un impianto partitocratico che poggiasse su due capostipiti reggenti si è arenata con l’avvento e il consequenziale consolidamento di un approccio pubblico che ha sfiorato a ventaglio il nervo scoperto della democrazia rappresentativa: la creazione di due possenti aree che sapessero contendersi il governo. In un fedele rifacimento all’organizzazione statunitense e nel massimo rispetto della turnazione. Ossia, un coattivo adattamento della consueta ed imperante dottrina a stelle e strisce e la rassicurazione che repubblicani mondani e democratici artificiosi dovessero ciclicamente e reciprocamente consegnarsi il testimone.

Intere legislature, improbabili esecutivi e parlamenti illegittimi hanno dimostrato la totale inadeguatezza di un sistema di rappresentanza fondato sull’inamovibilità di due scialbi blocchi, zelanti nel promuovere corruttela e malaffare, ma meno prodighi nella conduzione di una morale di mandato. Dunque, la “destra” e la “sinistra” sono i due atti di un’unica sceneggiata, redatta per confondere lo spettatore e sottrargli il costo del biglietto, senza che, però, lo spettacolo venga allestito. Perché sono interscambiabili, sono il riflesso omogeneo di un’eterodossia di facciata, però mai effettiva. Ovviamente, “destra” e “sinistra” nostrane non hanno nulla a che spartire con la nobiltà dei concetti teorizzati in secoli di filosofia e di letteratura: la “destra” dell’incoerenza e dell’inciucio degli Scilipoti, dei Razzi, degli Alfano ed oggi dei Salvini non ha nulla a che spartire con quella identitaria, così come la “sinistra” delle tartine al caviale dei Civati, dei Cuperlo e dei Vendola è lontana parente delle piazze gremite per le battaglie sociali. Non è demagogia, e nemmeno populismo: è semplice saturazione.

Il cittadino non gode più del privilegio d’essere il delegante, bensì è scaduto a mezzo per riconoscere idoneo a legiferare un fantoccio di apparato, paracadutato a Roma grazie al consenso del direttivo di un partito. Dal 1994, ci hanno indotto a credere che il problema fosse Berlusconi, benché la sua attività governativa esprima – meglio di qualsiasi inchiesta giornalistica – l’immobilismo di questo su temi delicati quali conflitto di interesse, leggi ad personam e scudo fiscale. Berlusconi è stato, piuttosto, la colte per mascherare con insulsa retorica le magagne di un circuito interamente colluso. Di opposizione, in questo Paese, non se n’è mai vista. Un’opposizione che non si limitasse alle schermaglie dialettiche in un’aula d’Emiciclo in stile Finocchiaro e Bondi, ma che andasse a fondo ed analizzasse i cavilli di un emendamento, le criticità di un disegno di legge, le distorsioni di una mozione. Nel recente decennio, la casta romana ha deviato l’opinione pubblica con le orge di Villa San Martino e l’impudicizia etica del Berlusca, mentre Bruxelles diramava che lo Stato italiano divenisse un suo esattore dell’imposte e Francoforte e la tecnofinanza burocratica unionista ci privava della nostra sovranità.

I sepolcri imbiancati dell’antiberlusconismo non hanno certo prodotto prosperità e sviluppo: le vicende di Massimo D’Alema sono pronte a confermarlo. Prendendo spunto dalle considerazioni che negli ultimi anni si sono susseguite – secondo cui Berlusconi si sia alimentato di un antagonismo, nella teoria, perenne ed acerrimo, ma inconsistente, inefficace e, per giunta, a lui proficuo, nella pratica -, le indiscrezioni trapelate sulle relazioni del Baffo nazionale aiutano a riflettere sull’agire di colui che, sin dai suoi primi gemiti di vita pubblica, non ha mai nascosto di voler guadagnarsi il primato del fantomatico polo di centrosinistra e di battersi per una società egualitaria. Per opporsi alla rivoluzione liberale di Silvio e per porre al centro del dibattere istituzionale la ricostituzione di una classe operaia – tutelata dalle disposizioni parlamentari – e la conseguente salvaguardia dei diritti dei lavoratori. A distanza di più d’un decennio, in D’Alema di “rosso” è rimasto soltanto il vino offertogli dalle cooperative, in abbinamento a cospicue somme di denaro, che pone il Presidente del Consiglio della Guerra del Kosovo su un piano analogo a quello berlusconiano, ove le cene eleganti vengono sostituite da sontuosi finanziamenti alle fondazioni a cui era affiliato e lo spumante subentra alle danzanti cortigiane di Arcore. Sempre con la politica depredata della sua principale funzione – garantire ed incrementare il benessere collettivo, tramite un’integerrima e corretta amministrazione – e riciclata come immune ed insindacabile status sociale individuale.