di Alessio Sani

In questi giorni c’è un video di Massimo D’Alema che è diventato virale sul web. Si tratta di un piccolo frammento di un intervista concessa a RaiNews24 nel quale l’ex premier spiega con grande semplicità come le banche tedesche e francesi siano state le reali beneficiarie degli aiuti europei alla Grecia. Segue poi una lunga sequela di critiche alla linea dell’austerity, della quale D’Alema va da qualche mese predicando il fallimento. Curiosa, date le premesse, la soluzione suggerita: serve più Europa.

In realtà niente di nuovo sotto il sole, dato che l’ex Presidente del Consiglio è da sempre un membro del nutrito think tank trasversale degli euroestremisti, che da almeno vent’anni va diffondendo il culto degli Stati Uniti d’Europa. Il presidente della Fondazione Italianieuropei (nomen omen) è in buona compagnia. Proprio questa domenica, a referendum greco in corso, un altro grande vecchio del pensiero europeista spinto come Eugenio Scalfari ne ha sintetizzato il credo nell’editoriale del grande quotidiano nazionale sul quale scrive. Anche Romano Prodi, figura legata a doppio filo all’euro, è stato riesumato dalla naftalina mediatica degli ultimi anni, rischiando persino di diventare Presidente della Repubblica.

Più volte interpellato sull’argomento, Prodi non ha esitato a ribadire sostanzialmente gli stessi mantra di D’Alema e Scalfari. In sintesi e in ordine sparso: ammissione del fallimento dell’austerity, presa di distanza da essa come scelta di destra in quanto sinistra, spiegazione più o meno erudita del perché si sia arrivati a questo punto, compresa l’analisi dei peccati originali che la moneta unica e l’intera costruzione europea così concepita e realizzata si portano dietro. E già questo è oltremodo curioso, visto che proprio Prodi ha avuto un ruolo cardine nella costruzione di quest’Europa, ossessionato com’era dai conti in ordine. Terminata la pars destruens arriva la pars construens. Investimenti, spesa sociale, cooperazione, solidarietà e così via, e per realizzarla serve più Europa. Servono gli Stati Uniti d’Europa, l’unione federale, che assorba altre cospicue fette di sovranità dai vai Stati per avere il potere di agire più a fondo e più liberamente. Latita a onor del vero una spiegazione di come e perché il peso della Germania, e connessa passione tedesca per il rigore, dovrebbe uscirne ridimensionato e far quindi propendere l’Europa per politiche neokeynesiane equamente distribuite.

Questo porta a un’altra considerazione, strettamente collegata: perché serve l’Europa unita? La risposta più gettonata del think tank euroestremista è che sia l’unico modo per reggere l’urto della globalizzazione. Il mondo sta andando verso un ordinamento basato su grandi stati continentali e le scialuppe europee (gli Stati Nazione citando Scalfari) non sarebbero in grado di competere, di avere il loro posto a tavola nelle cene in cui si discuterà del futuro del globo. Questa è una visione che implica l’accettazione del paradigma della politica come potenza. E se da un lato questo è in contraddizione etica col sistema valoriale del centrosinistra, soprattutto italiano, è ancora di più in antitesi con l’effettiva prassi del centrosinistra di governo. Perché dannarsi tanto per entrare in Europa per motivi di realpolitik se ci si dimentica della realpolitik italiana, della questione del peso politico dell’Italia in Europa?

Le difficoltà dell’economia italiana in un clima di rigore erano preventivabili per ragioni sia strutturali, geoeconomiche, che contingenti. Da Maastricht in poi, l’Italia sapeva che avrebbe dovuto abbandonare le tradizionali politiche di deficit spending keynesiane, oggi invocate dalle stesso Prodi, per di più partendo da una situazione di svantaggio nei confronti delle altre grandi economie europee. Il debito pubblico era più alto, i tassi d’interesse anche, la moneta più debole e più facilmente attaccabile dagli speculatori internazionali. Il ruolo di vero volano dell’economia era sempre stato ricoperto dallo Stato, pur con tutti i limiti della politica italiana. Queste erano cose che si sapevano ma la martellante propaganda neoliberista, sposata dagli euroestremisti, chiedeva avanzo primario, riduzione del debito e privatizzazioni. Lo si è fatto per l’Europa, lo si è fatto per sedere anche in futuro al tavolo dei grandi. Eppure che senso ha avuto se oggi per parlare della crisi greca si incontrano Merkel e Hollande, ed a invitare Renzi non ci pensano neppure? Che senso ha invocare gli Stati Uniti d’Europa, per ritrovarci ad essere il loro Arkansas?

Sostanzialmente, si è ceduta sovranità senza ottenere nulla in cambio, nessuna tutela reale degli interessi italiani all’interno degli interessi europei che andasse al di là delle parole. Di fatto, consapevolmente o meno, i vari euroestremisti, in larga parte confluiti nelle file dei vari contenitori di centrosinistra, hanno approfittato del parafulmine mediatico berlusconiano per imporre autocraticamente un’Europa nella quale l’Italia è destinata ad essere periferia.

Lo stesso metodo di costruzione dell’Europa, approfittando delle crisi e delle emergenze per invocarne di più come panacea di tutti i mali, è estremamente pericoloso. Un progetto così ambizioso non può realizzarsi bypassando la volontà popolare. Quando il 30 ottobre 1992 il parlamento italiano ratificò Maastricht era in carica un governo tecnico, il governo Amato, e si era in pieno scandalo Mani pulite. I voti favorevoli furono 403, 46 i contrari e 18 gli astenuti, si opposero solo due residuati di un mondo che fu. Votò contro il Msi: “Il trattato è un mostriciattolo giuridico e costituzionale che non salvaguarda gli interessi nazionali”, disse Mirko Tremaglia. E anche Rifondazione comunista: “Nasce un’Europa autoritaria decisa dalle banche centrali e dalle strutture militari”. A ventitré anni di distanza la Storia ha dato ragione a entrambi, eppure gli euroestremisti perseverano.