Le accuse di “populismo” sono generalmente usate contro gli oppositori quando è nell’interesse dei poteri costituiti attuare degli interventi impopolari e antipopolari. Eppure, i più grandi populisti – proprio per questo mai popolari, cioè si appellano al popolo senza essere a favore del popolo – sono proprio quei dirigenti che oggi controllano le leve del governo e quel ceto intellettuale che ha influenza nei media. Essi infatti non esitano, quando possono, a eccitare le pulsioni più irrazionali della comunità contro gli interessi di quest’ultima e per il beneficio di certi gruppi di interesse. Lo si è visto nella campagna per il prossimo referendum sulla modifica della Costituzione: nonostante la contrarietà della quasi totalità dei più importanti tecnici del settore, nonostante una forte opposizione sia in Parlamento che nella società civile del tutto trasversale rispetto agli schieramenti, il governo ha deciso lo stesso di procedere “forzando” il processo legislativo, con una maggioranza parlamentare semplice e giungendo così alla necessità di una conferma referendaria. A livello “popolare”, nonostante una campagna a tappeto, la società italiana è divisa in tre tronconi, tra favorevoli, contrari e indecisi. Nel caso la modifica della Costituzione fosse approvata, anche se il referendum garantirebbe la correttezza formale del processo, si avrebbe una nuova Legge fondamentale dello Stato scritta da una minoranza (non eletta per questo scopo e che quindi ha agito in modo antidemocratico) contro la maggioranza (probabilmente, considerando anche chi si astiene) o comunque contro una larga fetta della società. Il che è in piena contraddizione con il concetto stesso di Costituzione. I poteri internazionali stanno intervenendo pesantemente sul dibattito pubblico per cercare di condizionare il voto. Banche d’affari come J. P. Morgan, prestigiose testate legate ai poteri finanziari e l’ambasciata americana hanno preso posizione a favore del ‘sì’, con un grave atto di ingerenza negli affari di un Paese.

In questo scenario “bellico”, che vede una costellazione di poteri cercare di imporre la riforma antipopolare, i propagandisti del ‘sì’ si rivolgono al popolo attraverso una poderosa macchina mediatica che cerca di produrre consenso attraverso una retorica e stilemi comunicativi che non reggerebbero a una semplice decostruzione logica, ma che riescono ad avere un’ottima presa sul pubblico. Mentre i sostenitori del ‘no’ in genere cercano di spiegare le loro ragioni con argomenti razionali (potendo anche contare sui maggiori costituzionalisti) i fautori della riforma adoperano slogan e tecniche comunicative che hanno a che fare più col marketing che con una disamina critica della questione. Tutti gli slogan, a ben vedere, si riducono a uno solo: “Bisogna cambiare!”. Questo messaggio pubblicitario fa appello a un fattore soggettivo e a uno oggettivo. Quello soggettivo è la ricerca, tipica della società postmoderna, non del progresso, così come è stato concettualizzato dall’Illuminismo fino al Novecento, ma del “nuovo”, di un cambiamento delle forme fine a se stesso che non corrisponde a un mutamento della sostanza. Il “cambiamento”, così come si è delineato, è un concetto estetico più che politico: bisogna cambiare, non per un’intima esigenza della società, non perché le forme tradizionali siano diventate all’improvviso inadeguate, ma per una preferenza soggettiva del moto rispetto alla stasi. Ciò che è in movimento è bello, ciò che è fermo è brutto.

Il fattore oggettivo, invece, che i “riformisti” (come amano definirsi, e questa parola va presa alla lettera: designa coloro che ri-formano, mutano continuamente la forma) cercano di sfruttare a loro vantaggio è un diffuso malcontento popolare, le cui cause spesso non vengono colte con la necessaria lucidità, dovuto all’instabilità sociale creata proprio dal moto perpetuo delle “riforme” e all’interesse dei poteri finanziari di abolire tutto quel complesso di tutele pubbliche che garantivano i settori medio-bassi della società. Non essendo chiara (perché viene oscurata dalla propaganda e coperta dal “rumore” dei media) la ragione di questo malcontento lo si può usare per auspicare un cambiamento generico (connettendosi con la tendenza soggettiva di cui si è detto sopra) e terrorizzando le persone con la retorica del’“immobilismo”: “se non si cambia, quindi se non approvate le nostre proposte, rimarrà tutto com’è, e voi non volete che questo accada”. Tuttavia la verità, come spesso succede, si nasconde nel non-detto; il moto perpetuo delle “riforme” (termine che ha un significato del tutto diverso da quello che poteva avere in Italia in passato) in realtà muta soltanto l’apparenza: esso va nella stessa direzione di ciò che ha prodotto la condizione di ingiustizia sociale diffusa; non ne elimina e non ne contrasta le cause, ma le alimenta. Il moto, come la stasi, di per sé non è né buono né cattivo. Buono e cattivo può essere soltanto il contenuto specifico del processo che esso sottende.

Purtroppo la retorica del moto perpetuo è stata interiorizzata, spesso inconsciamente, anche dalle forze di opposizione della società. In merito alla riforma della Costituzione, ad esempio, anche i contrari sono giunti a proporre delle modifiche alternative, per sfuggire all’accusa di “immobilismo”, finendo però per cadere nel medesimo circolo vizioso. Perché, invece, contro il moto inerziale del “nuovo” a tutti i costi, contro tutte le pessime riforme degli ultimi anni (non solo quella renziana, ma anche quella del Titolo V, ad esempio) non ci si richiama ai principi e agli articoli della Carta del ’48, così come è stata elaborata sulla base di una procedura sicuramente più consensuale e legittima di quella attuale? Contro gli “innovatori”, cioè coloro che vogliono rinnovare illimitatamente le strutture dello sfruttamento e dell’ingiustizia che producono l’attuale malcontento, occorre richiamarsi ai principi della nostra tradizione politica, che oggi vengono sbrigativamente liquidati, e sulla base di essi, semmai, proporre una riforma autentica, non della Costituzione o delle Camere, ma della società, tale cioè da porsi in contrasto con le policies (la parola inglese non è casuale, perché si tratta di interventi diretti da un consesso esterno alla legittimazione popolare e alla nazione) sin qui attuate – quali la privatizzazione delle funzioni pubbliche, l’aggressione ai diritti del lavoro, la liberalizzazione dei mercati – e a sostegno delle classi impoverite, in aperto conflitto con la finanza e il ceto dirigente con essa colluso.