Forse è troppo presto per affermare che Dublino sia andato distrutto, ma l’intesa raggiunta dal Consiglio europeo nei giorni scorsi lascia intravedere una speranza per il nostro Paese. I Ventotto dell’Unione si divideranno infatti in quote proporzionali i richiedenti asilo giunti in Italia e Grecia: 40mila persone nei prossimi due anni, 20mila più tardi. Si tratta di un primo passo importante, potenzialmente capace di segnare un’epoca. Se l’Europa si facesse carico di una politica davvero condivisa in tema di immigrazione potremmo parlare di una nuova fase della vita comunitaria. Ad oggi questo traguardo appare ancora distante, ma un primo passo è stato fatto. L’entusiasmo del Premier Renzi e di Federica Mogherini appare forse eccessivo, ma è bene ricordare che anche il Presidente del Consiglio ha affermato che ”c’è ancora moltissimo da fare”.

L’immigrazione rimane tema caldo, anzi caldissimo, anche per le alte sfere europee. Il mancato aiuto dell’Unione nei confronti dei Paesi membri più colpiti dai flussi migratori è stato per anni uno dei punti nevralgici del discorso politico comunitario. Eppure l’intesa appena raggiunta non può essere considerata appieno un successo per quei Paesi – come Italia e Grecia – che negli anni hanno subito sulla propria pelle l’indifferenza d Bruxelles. Occorre infatti ricordare che i 40mila migranti al centro dell’accordo europeo sono richiedenti asilo politico, il cui numero in Italia nel 2014 è aumentato del 143% (la media europea è del +44%). Per altro, il numero di 40mila dovrà essere diviso con Atene, e frazionato ulteriormente in un biennio.

Certo è che persiste il problema dell’immigrazione di massa. Ad oggi le potenze del Vecchio Mondo riescono solo a tamponare un fenomeno che non si riesce a risolvere alla radice. L’eredità di decenni di dominio coloniale è ancora pesantissima, specie nel continente africano, dove peraltro le multinazionali continuano a sfruttare a livelli inverosimili il territorio. L’impoverimento di enormi aree del pianeta e la grande asimmetria di benessere tra il mondo industrializzato e quelle regioni definite come Secondo o Terzo Mondo continuano a persistere, nell’immobilità più assoluta da parte dell’Europa.

Eppure sbaglia chi parla di “accordo truffa”: ci troviamo piuttosto davanti all’apertura di una piccola breccia in un muro che appare ancora molto stabile, ma non più indistruttibile. L’intesa di Bruxelles ricorda all’Italia che la via della diplomazia è ancora il sentiero migliore per chi vuole ottenere risultati a livello europeo. Le istituzioni italiane – negli ultimi anni sempre meno credibili sia all’interno che all’esterno del Paese – sono ancora in grado di ottenere risultati importanti sul tavolo di gioco europeo, ma per continuare ad essere vincenti dovranno dimostrare di poter giocare un ruolo ancora fondamentale per l’Unione Europea tutta.

Se si vorranno fare altri passi in avanti verso la definizione di una politica condivisa in tema di immigrazione bisognerà sempre più allontanarsi da quel ruolo di Stato-fantoccio che da troppi anni continuiamo a giocare in Europa: puntare sui nostri cavalli di battaglia sarà un ottimo punto di inizio, dimostrare di essere in grado di agire in autonomia l’obiettivo di lungo periodo. Nel frattempo occorrerà lavorare affinché il piccolo successo di oggi diventi una ferma conquista nel prossimo futuro.