Il quindici di febbraio di tre anni or sono l’equipaggio dell’Enrica Lexie, nave militare italiana, sparò contro un peschereccio indiano, scambiato per imbarcazione pirata data l’alta densità di episodi di quel tipo che avvengono in quelle acque, uccidendo due pescatori indiani. La petroliera fu richiamata in porto dallo stato del Kerala, lì posta sotto sequestro e i due fucilieri Salvatore Girone e Massimiliano Latorre accusati di omicidio e trattenuti in loco.

Il caso iniziò a farsi spinoso quando si verificò una discordanza nelle due versioni: l’Italia sosteneva che la sparatoria fosse avvenuta in acque internazionali e quindi la competenza a giudicare gli atti perpetrati dalle navi italiane spettasse a lei. Di contro l’India rispondeva che l’atto fosse avvenuto in acque indiane, attribuendosi l’autorità di giudicare. Questo problema ha costituito per parecchio tempo il nodo principale dell’intera vicenda in questione, sopratutto dopo la bocciatura, da parte della suprema corte indiana, del tentativo di arbitrato raggiunto tra la nostra nazione e i familiari delle vittime (e definito anticostituzionale). Inizialmente si desiderava evitare, da parte italiana, il ricorso all’intervento del tribunale internazionale del diritto del mare e le ragioni sono molteplici.

In primo luogo si sarebbe incorsi in un clamoroso fallimento diplomatico con conseguenti seri danni di immagine: essendo l’India uno dei cosiddetti «Paesi Emergenti» perdere una controversia contro di esso avrebbe significato fare una grande figuraccia a livello internazionale; ad aggravare il tutto va aggiunto il non rispetto, da parte dell’India, dell’immunità funzionale di cui godono i marò (ovvero un particolare status giuridico che si concede a organi o corpi di emanazione statale, e che rende immuni le persone fisiche davanti alla legge, facendo cadere le responsabilità ultime sullo stato di cui essi sono emanazione)

Dal punto di vista geopolitico l’intero caso si rivela essere un importante mattone nella costruzione della credibilità internazionale indiana ma, nel contempo, una bomba alla nostra perché se è vero che la potenza dell’India si trova a essere, insieme a quella degli altri  «Brics», in fase ascendente, per l’occidente e per il nostro paese si tratta di un periodo di debolezza e di diminuzione della già bassa influenza sullo scacchiere mondiale e, una situazione come questa, peggiora e basta i già fragili equilibri di potere.

Quello a cui si cercava di non mirare si è inesorabilmente palesato e l’Italia ha invocato l’intervento della corte di Amburgo. Ciò ha prodotto, in piena aderenza con lo stile delle nazioni unite, una paralisi delle procedure fino a nuovo ordine e il divieto, per ambo le parti in causa, di intraprendere nuove azioni di natura giudiziara riguardanti la vicenda. Nonostante gli equilibri e le situazioni che sono mutate nel corso di questo triennio è ancora possibile una soluzione diplomatica ed essa è da preferirsi a quella adottata adesso. I vantaggi di una risoluzione di questo tipo sono indubbi e molteplici: in primo luogo si rischierebbe un minore danno di immagine da ambo le parti e si scongiurerebbe questa imbarazzante situazione di paralisi che ha indotto molti ad ipotizzare l’intervento di un ente esterno o di uno stato terzo (un po’ come a dire che i due Stati sovrani in questione non sono in grado di giungere ad una soluzione da soli), con tutte le conseguenze di discredito sulle due potenze).

In secondo luogo, se la cooperazione funzionasse, si potrebbero creare delle basi per una collaborazione a livello economico e magari, poiché in politica i nemici di oggi sono gli alleati di domani, una successiva alleanza strategica.

Il terzo punto a favore di questa soluzione, almeno da parte italiana, è l’interesse economico: molti settori produttivi italiani, in primis quello degli armamenti, hanno come mercato di sbocco quello indiano e, visto che si tratta spesso di industrie statali, sarebbe rovinoso se i rapporti interstatali fossero ai ferri corti. Questo caso è, dunque, molto più delicato e complicato di quanto si possa pensare e, nella situazione di incertezza che lo avvolge l’unica sicurezza è che i marò passeranno il Natale in India.