Passi che a risolvere i brogli della politica, siano i medesimi cortigiani che le riservano costantemente servigi e cortesie. Si sorvoli che la necessità di soluzioni cozzi con l’evidenza dell’inadeguatezza da cui queste nascono, perché marchingegnate da chi ha contribuito ad appiccare l’incendio delle problematiche. E si ometta pure che il tentativo di appianare determinate circostanze oscilli tra lo sconcerto e il ridicolo. Persino Ezra Pound sarebbe risultato petulante, nella generosa prosperità della sua letteratura. “I politicanti sono i camerieri dei banchieri”. Anche se, avessimo avuto il privilegio di nominarci suoi contemporanei, probabilmente l’affresco dell’Italia odierna non avrebbe avuto tonalità così politicamente imbarazzanti. E fatali, ripugnandosi all’olezzo delle cruente cronache. Nella ostinata difesa del padre Pierluigi, Maria Elena Boschi appare come un’assonnata vestale, piuttosto che rassomigliare ad una procace e serafica domestica.

Le speculazioni della Banca dell’Etruria vanno oltre la ponderabilità di un’analisi: si cristallizzano nel limbo della dis-etica, rimanendo succubi della loro scelleratezza. Prima ancora di tampinare il profitto, la finanza azzanna, strema, e sbrana, chiunque le si pari dinnanzi. Quando non riesce a sfinire, logora mente ed anima, abbandonando la vittima nella solitudine della disperazione. Il commissariamento di Visco e di Padoan della conglomerata ove Boschi pater ha cotto succulenti e redditizi intrallazzi economici, subisce lo smembramento della sua serietà slacciando il nodo scorsoio di Luigino D’Angelo. L’impiccagione del pensionato di Civitavecchia ha deliberato che le fatiche lavorative ed affettive di un uomo sopravvissuto alla turbolenza di quasi tre quarti di secolo, occorrano ad omaggiare l’altare del lucro. Il boia è il decreto “Salva banche”, camuffato dall’innocente e onirica bellezza di un Ministro – non ce ne voglia la Boldrini – forse istituzionalmente immaturo per comprendere la drastica portata di bislacche disposizioni.

Il macabro epilogo di un creditore tradito dalla smania di proventi, demarca il confine della vergogna, e traccia il limite dell’ammissibile. Il suicidio di D’Angelo cela molto più di quanto possano indignare un lurido conflitto d’interessi e una malandata manovra di Palazzo. L’ennesima manifestazione del tirannico potere bancario, non ha soltanto stroncato l’esistenza di un 68enne: ha palesato l’inadeguatezza di un sistema immutabile. È la sconfitta di una rappresentatività che si vanti d’essere democratica, che badi alla tutela della propria comunità, e si preoccupi delle vite di chi la compone. Non avventando l’efferatezza della sua avidità contro le ignare sorti dei cittadini.