Con il terremoto nell’Italia centrale si è riproposta la stessa situazione vissuta all’Aquila e altrove nel nostro paese; appelli alla solidarietà, contributi individuali e privati di varie associazioni, fondi benefici per la ricostruzione, derrate di alimenti e di prodotti di vario genere accumulati per le vittime del terremoto. I media hanno dato ampio risalto a tutto questo invitando a contribuire a questa sorta di gara di solidarietà. Può essere sicuramente apprezzabile dal punto di vista umano il desiderio sincero di molti di aiutare le popolazioni colpite, ma sul piano economico esso è assimilabile al tentativo di svuotare il mare con un secchiello. Se si esclude la gestione dell’emergenza immediata, di cui si occupa Protezione Civile, resta non solo il problema della ricostruzione e del sostegno, anche finanziario, da dare alle persone coinvolte, ma da approntare gli interventi necessari per rendere sicure le abitazioni in tutta Italia. Soprattutto questi ultimi sono quelli economicamente più onerosi eppure i più importanti, perché eviterebbero nuove tragedie, sebbene mediaticamente meno appariscenti.

Bisogna essere brutalmente onesti: nonostante la copiosa retorica dei giorni trascorsi, nel contesto politico-economico attuale l’Italia non è in grado di provvedere all’opera di messa in sicurezza e di coordinare un piano nazionale di edilizia antisismica. Purtroppo questo semplice fatto non sembra essere chiaro. Numerose organizzazioni e persino partiti politici si sono spesi per organizzare collette e raccogliere fondi. C’è chi ha addirittura proposto di destinare il ricavato dell’Enalotto a questo scopo. Dovrebbe sorprendere che il settore privato debba prestare o donare soldi allo Stato perché questi provveda a quella che è una sua prerogativa. Invece tutto ciò passa come un fenomeno del tutto normale ed è accettato dai più. Si è purtroppo assuefatti all’idea dell’abdicazione dello Stato e alla supplenza del privato benefico a questa mancanza. Si crede che lo Stato non disponga di denaro sufficiente; ma non si tratta di un problema di denaro, di fondi e di finanziamenti. Il vero problema è piuttosto, lo si accennava, la cornice politico-economica nella quale si trova l’Italia, che rappresenta la Spada di Damocle che pende sugli italiani.

Alcuni sono arrivati a invocare l’istituzione di una tassa speciale per il terremoto, soluzione questa, come tante altre, di scarsa efficacia e che non fa che rimandare la vera questione: i vincoli al bilancio statale posti dall’Unione Europea e da una certa letteratura e pubblicistica economica ormai smentita dai fatti, oltre che dalla teoria. Non è possibile finanziare un poderoso intervento, come quello finalizzato ad abbattere il rischio sismico sul nostro territorio, se non con una spesa pubblica in disavanzo. Tagliare altre voci per dirottare fondi verso l’emergenza mediaticamente più eclatante significa semplicemente spostare il problema da una parte all’altra, non risolverlo. Questa spesa, cui solo lo Stato può far fronte, può avvenire però in una cornice del tutto diversa da quella attuale.

La crisi economica tutt’ora in corso, la cui fine viene periodicamente annunciata e puntualmente rimandata dalla stampa, e che si trascina ormai da quasi un decennio, si è cronicizzata nell’area euro. Si è visto quanto siano fallimentarie tutte quelle soluzioni che affidano la ripresa ai mercati, alla “mano invisibile” che per una sorta di miracolo immanente dovrebbe inspiegabilmente invertire il ciclo dell’economia. Figuriamoci quanto sia possibile, in queste condizioni, pensare a investimenti onerosi su larga scala come quelli che riguardano il rischio sismico. L’Italia ha un’unica possibilità: tornare all’emissione di una moneta nazionale (non si possono controllare le finanze pubbliche senza controllare la moneta) seguire la Gran Bretagna sulla via della fuga dal naufragio europeista, abbandonare i dogmi liberisti che finora hanno dettato l’agenda politica e adoperare la leva fiscale attraverso un’espansione mirata della spesa pubblica per provvedere a tutte le necessità – non ultima la sicurezza abitativa – che incombono.