Russia, Siria e altri Paesi del contesto eurasiatico operano interventi militari e trattative di pace finalizzate ad una strategia risolutiva di respiro mondiale, contemporaneamente trovando nuove modalità di controllo e contenimento dei “virus” terroristici nei rispettivi territori. Di fronte al pericolo di una diffusione capillare del fondamentalismo l’Italia agisce prudentemente, tuttavia senza efficaci azioni mirate che possano sbaragliare la minaccia. Il governo italiano, (com’è lecito che sia per la grande originalità artistica che contraddistingue il proprio Paese), non rafforza l’apparato militare, né aumenta le persecuzioni nei confronti degli obiettivi sospetti come in altri stati, sarebbe troppo scontato. La somma strategia dei cari governanti consisterebbe, invece, nel chiudersi fra le austere stanze del parlamento per studiare a tavolino le cause e la soluzione del problema. In preda all’orgoglio e al narcisismo intellettuale, il presidente Renzi non poteva che introdurre i lavori della commissione, la quale salverà eroicamente i cittadini italiani dalla furia jihadista. Dal momento che la moltitudine di abili sociologi e studiosi di tutta Italia (tra l’altro già arrivati ad un’analisi approfondita e abbastanza omogenea della jihad) non soddisfava la lungimirante leadership dello stivale, si è pensato bene di investire tempo e danaro per una ricerca fondamentalmente inutile.

La commissione sarà indipendente e proseguirà i lavori per un lasso di tempo pari a 120 giorni, ma nella sua composizione non è magicamente prevista la presenza di uno studioso islamico, l’unico elemento che potrebbe apportare un contributo intellettuale significativo. E’ invece presente un “imparziale” docente dell’Università di Padova, Stefano Allievi, legato al Partito Democratico, dunque una personalità incline a pubblicare lavori accademici in linea con l’operato del governo. Fra gli altri nomi, Benedetta Berti, ricercatrice all’Institute for National Security Studies di Tel Aviv, Carlo Bonini, giornalista de “La Repubblica”, Manuela Caiani, docente alla Scuola Normale Superiore di Firenze, Lucio Caracciolo, direttore di Limes, Massimo Recalcati, psicoanalista, e tanti altri nomi del mondo giornalistico e accademico italiano. Trattasi di un team multi sfaccettato, senza dubbio ricco di professionisti notevoli, le cui energie verrebbero sprecate per un lavoro già portato a termine da chi ha vissuto quotidianamente, o in maniera episodica, il mondo terroristico.

Quanto alle possibili cause, è evidente che l’attuale crisi economica abbia generato un crescente disagio sociale ed emarginazione, in un tessuto collettivo nel quale i valori che caratterizzavano la cultura occidentale hanno perso vitalità, lasciando il cittadino in balia dell’incertezza e di un’aurea nichilista che permea l’atteggiamento comune. La stessa mentalità moderna, la quale osteggia gli identitarismi ideologici e culturali in nome delle idee individuali, ha sì contribuito alla tutela della libertà di pensiero, ma accelerato il processo di de-idealizzazione umana. Di fronte a questo vuoto esistenziale, culturale e valoriale, un’ideologia fortemente identitaria quale lo Stato Islamico, (che non costituisce un movimento religioso), trova consenso tra i più deboli, ma anche fra la gente comune, stanca dell’assenza di sicurezza e punti di riferimento istituzionali.

La conclusione alla quale i sociologi italiani perverranno potrà anche essere “utile”, tecnica e professionale, tuttavia sarà inefficace se prima non verrà effettuata un’indagine speculare della debolezza delle armi culturali che oggi possediamo, dell’inconsistenza etica che impedisce all’uomo europeo di comprendere le proprie contraddizioni, prima di quelle terroristiche. L’Italia di oggi, come l’intero continente, soffre dei sintomi di questa sindrome nichilista: potrà avere al suo seguito uomini in armi e i migliori esperti in psicologia sociale, ma ciò sarà inutile se prima l’uomo non contemplerà sé stesso davanti a un temibile specchio.