di Emanuele Mastrangelo

C’è chi ha paragonato la foto del piccolo siriano annegato sulla spiaggia di Bodrum a quella di Kim Phúc, la ragazzina vietnamita ustionata dal napalm e immortalata in uno scatto divenuto iconico. Ci si è appellati al diritto di cronaca e al dovere di informazione per giustificare l’esibizione di quella macabra immagine. Si è invocato lo scopo superiore: “scuotere le coscienze”, utilizzandola come dito puntato contro un’Europa che chiude le proprie frontiere e il proprio cuore, e sopra quella barriera scivolano e muoiono i più indifesi e gli innocenti.

Capita spesso a chi fa informazione e divulgazione il dilemma sul pubblicare o non una immagine particolarmente cruda. Quella citata all’inizio di Kim Phúc, per esempio, parlando della guerra del Vietnam. Oppure questa foto raccapricciante, scattata da Kōyō Ishikawa il 10 marzo 1945, che illustra l’orrore dei bombardamenti incendiari durante la Seconda guerra mondiale. È giusto mostrare queste cose? È giusto verso i lettori ma soprattutto verso le vittime immortalate in quegli scatti? Non si sta approfittando di quelle orrende disgrazie per fare giornalismo, passando sui cadaveri, sul sangue e sul dolore?

Il dilemma è legittimo e lacerante. Il buon divulgatore, il buon uomo di informazione (non useremo apposta il termine “giornalista”, visto il discredito in cui è caduta la categoria) se lo pone e si risponde: “sì, è giusto”. La foto di Kim Phùc ha rappresentato una svolta nella storia della guerra del Vietnam, ha veramente mosso le coscienze e mostrato al mondo – e più ancora agli americani – quale fosse il vero volto della guerra che “l’arsenale delle democrazie” stava combattendo in Indocina. Questo è un caso in cui “una immagine vale più di mille parole”. La foto di Ishikawa, come tantissimi altri scatti ripresi durante e dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, racconta il lato impresentabile delle “liberazioni”, ciò che c’era davvero dietro la vittoria finale “della democrazia e della libertà” nel 1945. Mostra cosa voglia dire morire bruciati vivi investiti da una folata di aria a 800° durante una tempesta di fuoco, in una sorta di nuova nube ardente di Pompei ma creata dall’uomo. La foto del piccolo Aylan ha raccontato qualcosa? Ha detto al mondo qualcosa di più della sua tragica morte, annegato durante il tentativo di raggiungere clandestinamente le coste greche? No.

Al contrario di Kim Phùc, la cui sofferenza ha aperto gli occhi al mondo, Aylan ha sortito l’effetto inverso. Non ha raccontato la tragedia della Siria, ha semmai alzato una cortina fumogena. La foto del piccolo Aylan non ha parlato agli intelletti, ha parlato alle pance. Nessuno ha sentito il dovere di approfondire ciò che ha condotto quel povero bambino a morire annegato. Tutti hanno solo gridato istericamente “i bambini! Nessuno pensa ai bambini?” spegnendo il cervello e lasciando gridare solo gli istinti per riflesso condizionato. Come tanti cani di Pavlov.

La foto di Aylan non è lo scatto eccezionale da premio Pulitzer come quella di Kim Phùc. La foto di Aylan è – in maniera raccapricciante – la foto giusta al momento giusto per una certa campagna politica. In questi giorni si è deciso di mettere sotto accusa i paesi che difendono le proprie frontiere, come l’Ungheria, e la stampa a reti unificate ha lanciato l’offensiva mediatica che deve coprire e mistificare la realtà geografica, politica e giuridica dietro storie strappalacrime (la madre che partorisce in stazione a Budapest, i bambini a cui hanno messo in mano cartelli con scritto “We want Germany”, i camion pieni di cadaveri trovati casualmente…). La foto di Aylan riguarda la guerra in Siria – scatenata dall’Occidente, dalla Turchia, dagli arabi wahhabiti e da Israele contro il legittimo governo Assad – ma è diventata l’immagine-simbolo della crudele “Europa che alza i muri”. Essa, insomma, non racconta più nulla della realtà dietro di sé, ma ha la funzione di foto propagandistica. Quando il mondo vide la povera Kim Phùc fuggire ustionata dal napalm si chiese se quella dell’America in Vietnam fosse davvero un bellum iustum. Ora che il mondo vede il povero Aylan annegato su una spiaggia turca non si interroga su perché una famiglia venga strappata alla propria casa e spinta alla morte, ma si abbandona a isterismi, indignazioni da tastiera, lamentazioni da prefica. Cerca il capro espiatorio (per la maggioranza inebetita, “i muri” alzati dagli “egoismi” europei, da Orban e Cameron; per una minoranza un po’ meno rimbambita, coloro che hanno voluto la guerra civile siriana) per esorcizzare l’orrore della foto e cercare di purificarsi dalla contaminazione etica di quell’immagine.

Il risultato dello sfruttamento mediatico della morte del povero Aylan è dunque esattamente l’opposto di ciò che hanno ottenuto altre immagini iconiche degli orrori della guerra. Non ha risvegliato le coscienze, le ha ottenebrate. Non ha fatto informazione, ha fatto propaganda. Non ha spinto a un dibattito, ha scatenato isterismi autoreferenziali. L’impaginazione che ne ha fatto “Repubblica” è la cifra della vicenda: il piccolo siriano morto accanto a una reclame a tutta pagina con una modella seminuda in lingerie provocante. All’Occidente servono i Due Minuti d’Odio, all’Occidente non serve pensare, ma avere riflessi condizionati, all’Occidente serve l’ignoranza che è forza. E nel frattempo tutto il meccanismo cieco e idiota del capitalismo consumistico – ciò che ha davvero ammazzato quel ragazzino – può andare avanti in tutta tranquillità.

Giornalisti, siete degli avvoltoi.