Gli studenti universitari italiani non sanno esprimersi in italiano, né con la voce né con la penna. Questo l’allarme lanciato da 600 professori universitari e intellettuali italiani circa una settimana fa in una lettera al governo, un appello accorato a intervenire per fermare questo declino della nostra lingua. Nel testo si legge che moltissimi ragazzi che arrivano all’università “scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente, […] con errori appena tollerabili in terza elementare”. Addirittura pare che alcune università siano costrette ad attivare dei corsi di recupero di lingua italiana per cercare di porre rimedio a una situazione che col passare del tempo peggiora sempre di più.

“Siamo convinti che l’introduzione di momenti di seria verifica durante l’iter scolastico – si legge a conclusione del testo – sia una condizione indispensabile per l’acquisizione e il consolidamento delle competenze di base. Questi momenti costituirebbero per gli allievi un incentivo a fare del proprio meglio e un’occasione per abituarsi ad affrontare delle prove, pur senza drammatizzarle, mentre gli insegnanti avrebbero finalmente dei chiari obiettivi comuni a tutte le scuole a cui finalizzare una parte significativa del loro lavoro”.

“Siamo convinti che l’introduzione di momenti di seria verifica durante l’iter scolastico – si legge a conclusione del testo – sia una condizione indispensabile per l’acquisizione e il consolidamento delle competenze di base. Questi momenti costituirebbero per gli allievi un incentivo a fare del proprio meglio e un’occasione per abituarsi ad affrontare delle prove, pur senza drammatizzarle, mentre gli insegnanti avrebbero finalmente dei chiari obiettivi comuni a tutte le scuole a cui finalizzare una parte significativa del loro lavoro”.

C’è da chiedersi se però i professori abbiano bussato alla porta giusta, rivolgendosi a un governo che annovera tra i suoi membri personaggi come Beatrice Lorenzin, ministra della Salute priva di qualsivoglia laurea nonché Valeria Fedeli, ministro dell’Istruzione dai capelli color del fuoco, che pare non abbia nemmeno la maturità ma ciononostante la competenza per amministrare licei e università. Ma al di là di questo, l’attuale esecutivo avrà sicuramente a cuore la questione, e fornirà senza dubbio una risposta pronta e tempestiva. E il governo del buon Paolo Gentiloni, sul solco del governo Renzi, si sta effettivamente adoperando per innalzare il livello della scuola nel nostro Paese: è nota la notizia resa nota nemmeno un mese fa dal ministro Fedeli, che ha annunciato che dal prossimo anno scolastico per essere ammessi agli esami di maturità basterà la semplice media aritmetica del 6 (alla determinazione della quale concorrerà anche il voto di condotta), e non, come adesso, la sufficienza in tutte le materie. Non solo, sarà anche eliminata la terza prova e all’orale non sarà più prevista la tesina, che verrà sostituita da una relazione sulla propria esperienza scuola-lavoro, magari svolta in un fast food della catena Mc Donald’s.

Secondo il ministro Valeria Fedeli, siccome “Così avviene in altri paesi europei”, allora è giusto debba andare così anche da noi.

Secondo il ministro Valeria Fedeli, siccome “Così avviene in altri paesi europei”, allora è giusto debba andare così anche da noi.

Ecco quindi che in un futuro molto prossimo un ragazzo che all’università venisse redarguito da un professore per qualche sonoro strafalcione grammaticale commesso in un esame scritto potrà legittimamente giustificarsi dicendo che al liceo in italiano aveva 4, ma visto che in educazione fisica andava forte e al Mc Donald’s era bravissimo a friggere le patatine è stato ugualmente ammesso alla maturità con la media del 6, potendo così poi approdare all’università. Viene da ridere a pensare che i professori e gli intellettuali italiani abbiano rivolto la loro richiesta di aiuto a un governo che avalla simili provvedimenti, forse non essendosi resi conto, sepolti tra i polverosi tomi accademici, che il degrado culturale in cui versano i giovani è dovuto in parte non trascurabile proprio alle scelte dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni, e l’attuale non pare essersi posto in controtendenza rispetto ai precedenti.

A fornire una chiave di lettura alternativa è stato invece il professor Paolo Mottana, ordinario di pedagogia alla Bicocca di Milano che nel suo blog afferma:

“La mia non è un’invettiva. La questione non esiste se è considerata solo dal punto di vista della scrittura e della grammatica. C’è un problema molto più grande che riguarda la cultura contemporanea. (..) “Una volta c’era l’idea dell’università come un posto iper-selettivo ma oggi non è più cosi. Ora abbiamo un’università di massa, sempre più alla ricerca di studenti. Fanno affluire un’enorme massa di studenti e poi non ci si può aspettare che siano pronti per un tipo di cultura che è quella di 30-40 anni fa quando gli atenei erano meno frequentati.”

Ma la colpa non è ovviamente soltanto della politica. È anche degli stessi giovani, che si sono piegati a una società che non ha più bisogno dei libri, non sa cosa farsene (secondo l’Istat nel 2015 solo il 42% degli italiani ha letto almeno un libro negli ultimi 12 mesi); una società che tra smartphone e social network tarpa sempre di più le ali alla lingua italiana, costretta dagli spazi angusti del web a orridi tagli e mutilazioni. Da ciò deriva una sempre minore padronanza con la lingua italiana, e a sempre maggiori errori ortografici, grammaticali, lessicali.  Sul web la responsabilità di questo va anche in capo alle numerosissime realtà di informazione qui fiorite negli ultimi anni, realtà che alle volte hanno dato visibilità e diffusione a testi pieni di brutture linguistiche. Non è infatti difficile navigando tra i numerosissimi blog e giornali online di cui è costellata la galassia internettina di trovare veri e propri orrori: uno fra tutti l’uso dissennato della punteggiatura, e il conseguente diffusissimo uso di mettere virgola tra soggetto e verbo, stratagemma che per molti “scrittori” conferisce maggior serietà e solennità all’enunciato, ma che in realtà è uno dei più gravi errori che si possano commettere nella redazione di un testo.

Quante persone leggono in Italia? I dati forniti dall'Istat parlano chiaro.

Quante persone leggono in Italia? I dati forniti dall’Istat parlano chiaro.

Oppure, altro stratagemma “giornalistico” apportatore secondo molti di incisività per sottolineare un qualche concetto, l’uso smodato di periodi acefali, privi di una proposizione principale che conferisca loro un senso, bruttura diffusissima di cui il periodo che state leggendo è un’ottima esemplificazione. C’è poi un’altra tendenza che sta dando il suo grosso contributo all’impoverimento dell’italiano e degli italiani, anche questa in qualche modo proveniente dal web, ossia quella di sempre più persone, soprattutto giovani, a imbastardire le proprie frasi con continui e ridondanti ricorsi a anglicismi, forestierismi ed esotismi vari, molti dei quali puramente superflui e gratuiti, nonché ridicoli: work station, know how, feedback, problem solving, storytelling, millenial. L’ironia vuole che poi queste stesse persone che mescolano in continuazione due lingue diverse dimostrino in molti casi di non avere vera padronanza né dell’una né dell’altra.

Quando Matteo Renzi scrisse "Cultura umanista" al posto di "umanistica", sollevando le critiche del web.

Quando Matteo Renzi scrisse “Cultura umanista” al posto di “umanistica”, sollevando le critiche del web.

Quelli portati sono solo alcuni degli esempi che ha prodotto un uso indiscriminato e sragionato del web, ma il discorso comunque si ricollega alla parte iniziale riguardante ciò che avviene nelle scuole, perché in qualche maniera bisogna ammettere che è un cane che si morde la coda: ragazzi che nelle scuole non ricevono più un’istruzione di livello elevato e che poi che magari si laureano e vanno a ricoprire posizioni di rilievo senza essere in grado di esprimersi nella propria lingua; ragazzi che con i social network mettono in rete i propri strafalcioni linguistici che magari vengono presi per buoni da altri ragazzi ugualmente poco padroni del proprio idioma natale, in un circolo che non ha un vero inizio e una vera fine. L’avvertimento lanciato dai 600 professori è allarmante, e se certamente la nostra lingua essendo viva cambia in continuazione e non dobbiamo ostinarci a fare i parrucconi ancorati a dogmi linguistici obsoleti, dobbiamo anche essere consapevoli che qui siamo oltre il semplice margine di vitalità della lingua, e stiamo cadendo, anzi scandendo, in un vero impoverimento culturale, linguistico e umano. Sul fatto che i nostri politici siano all’altezza di un compito come porre un freno a un tale decadimento, o che ne abbiano interesse, nutriamo i nostri dubbi.