Storicamente molte immagini e fotografie sono state assurte a simboli, positivi o negativi,  acquisendo un valore assoluto e universale. Possiamo pensare a casi recenti, come il bambino siriano morto sulla spiaggia di Bodrum, diventato il simbolo della sofferenza dei migranti in fuga dal conflitto in Siria, oppure sempre il bambino di Aleppo, seduto in un’ambulanza coperto di polvere e sangue, divenuto simbolo della sofferenza del suo popolo. La naturale empatia che suscita in noi l’immagine di un altro essere umano, permette alla sua raffigurazione di trasformarsi in un simbolo efficace e duraturo. Questo passaggio naturale si può far risalire a tempi passati, come l’onnipresente ritratto dei dittatori in ogni luogo dei loro paesi. Pensiamo alla Corea del nord che idolatra ogni effige di Kim Il-Sung o di Kim Jong-Il, alla Cina di Mao, o ancor prima alla venerazione di Mussolini o Hitler nei regimi fascista e nazista. I leader dei popoli hanno sempre compreso la potenza dell’immagine simbolica, utilizzandola per identificarne un’ideologia e propagarla con facilità. Un pratica millenaria riconoscibile senza sforzo anche all’impero romano o quello egizio.

In tempi moderni, in cui l’immagine diventa file, e viaggia con grande velocità e “viralità”, l’utilizzo dei simboli acquisisce un potere comunicativo ancor più grande

Se l’attenzione alle immagini è ridotta a pochi secondi, l’identificazione simbolica aiuta a veicolare i messaggi in maniera efficace in un etere digitale, molto più che un articolo di giornale. Ecco quindi, che i simboli non solo vengono utilizzati, ma reinterpretati o alterati, tutto per poter arrivare in maniera più immediata alle persone. Il caso ultimo più esemplificativo è l’utilizzo dell’immagine simbolica di Ernesto “Che” Guevara da parte dei giovani padani, per la promozione della Lega a Genova. L’immagine nera in campo rosso, è stata cambiata con un verde e accompagnata allo slogan: “A Genova la rivoluzione ha cambiato colore!”.

Il "Che" nuova icona della Lega Nord a Genova.

Il “Che” nuova icona della Lega Nord a Genova.

Un simbolo notoriamente associato a posizioni politiche di sinistra, usato da un partito ideologicamente opposto, riesce comunque a indirizzare il suo messaggio in maniera diretta. L’immagine del “Che”, nata da una posterizzazione fatta da Giangiacomo Feltrinelli su una fotografia di Ernesto Guevara, è diventata un simbolo di rivoluzione. Non stupisce, ne può indignare, che i giovani padani utilizzino il simbolo per la loro comunicazione. È la natura stessa di un simbolo, la sua universalità nel valore assoluto. Quello che veramente deve indurci ad una riflessione è: quanti simboli vengono utilizzati per farci acquisire dei messaggi in maniera semplice e subliminale? La simbologia risale alla più primitiva forma di comunicazione visiva ed è parte di un percorso che ha evoluto la nostra cultura. Se nel terzo millennio chiunque può modificare un simbolo a colpi di photoshop, allora dovremmo imparare che la simbologia deve lasciare spazio all’approfondimento, visivo e non. I simboli non sono proprietà di nessuno, al pari ad esempio della lettera “A” o del Pi Greco; nell’attuale cultura visuale ipertrofica, fanno parte del nuovo alfabeto e conta solamente cosa comunicano e non come vengono utilizzati. Prepariamoci al prossimo “Che”, che potrebbe essere di ogni colore possibile.