Qualche giorno fa, dopo la sospensione forzata dell’attività, ha riaperto la Borsa di Atene il cui titolo ha subito un crollo spaventoso. Secondo lei Alexis Tsipras ha fallito? E’ stato schiacciato dal peso di quella che chiamano “ex troika”?

Di certo da parte sua c’è stata l’intenzione di dare un messaggio di sinistra di ostacolo a questo sistema politico sofisticato che prende le sembianze della troika attraverso la quale il capitale ottiene la propria rappresentanza politica, quindi come organizzazione internazionale, e cerca di ottenere quello che può. Quando si dice che le politiche di austerità hanno fallito, si commette l’errore di interpretare l’ atteggiamento della Troika come il tentativo di salvare la Grecia.  Ma non c’è mai stata questa intenzione. L’ obbiettivo classico della Troika, basta leggere i trattati, è quello di salvare il capitale dai propri falimenti mediante salvataggi pubblici. Contemporaneamente, poi, si tenta di fare approvare agli stati in crisi le riforme che indeboliscono il potere contrattuale dei lavoratori. In questo senso, la lotta tra Troika e Stati cela una lotta di classe.

Quindi Tsipras ha fallito?

Ha fatto diversi errori, ma il suo governo ha mandato un grande messaggio politico: ha messo a nudo questo sistema. Con l’ultimo accordo che ha raggiunto non poteva fare altrimenti, avendo ricevuto l’ ultimatum della BCE e  a quel punto o hai un sostegno esterno oppure non ce la puoi fare. Quindi,  attualmente, il  conflitto è tra Troika (quindi creditori) e Stati. Ma, sebbene alla base vi sia un debito perpetuo, non significa che domani uno stato come la Grecia non possa esercitare un maggiore potere di contrattazione per rinegoziare l’accordo.

Ha perso, Tsipras, certo. Ma la Grecia ha segnato da sola una strada. Quello greco è stato l’ unico governo di sinistra di tutta Europa. Perché la troika non è altro che un sistema di potere formato dalle elité dei Paesi dell’ eurozona. E quando la troika va a “ricattare” la Grecia lo fa anche a nome nostro, perchè l’Italia è formalmente membro di questa organizzazione.

Ci guadagnamo  come cittadini?

No. Spesso si confonde l’Unione Europea con la Troika. La prima è un organizzazione internazionale che ha due trattati fondamentali. Ma, a un certo punto, un’ oligarchia europea ha creato un’altra organizzazione: la troika che si è politicamente strutturata in modo permanente con il trattato Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) che conferisce agli Stati finanziariamente più forti dei poteri speciali non contenuti nei trattati dell’Ue. Secondo me quello tra Troika e Ue è il più grande “conflitto di interessi” mai sperimentato a livello europeo. Nel libro, infatti, spiego come il tramonto dell’UE sia stato già di fatto decso mediante la creazione della Troika. L’ Ue è rimasta come sistema di governance della crescita economica, ma il governo della crisi è stato dato alla troika. Quindi studiando bene i trattati ci si rende conto che ci sono problemi di conflitto perché i paesi dell’ eurozona possono sì stipulare accordi internazionali, ma non possono violare i trattati fondamentali. In realtà problemi di violazione ci sono. Questo ci fa capire che l’economia e i mercati si servono del diritto per consolidare il proprio potere.

Abbiamo compreso che questo è un sistema strutturato male, caratterizzato da contradizioni. Secondo lei imploderà su sè stesso o verrà semplicemente modificato dagli Stati?

Secondo me siamo in una fase di transizione.  E, posto che il regime alla base dell’Ue  è già fallito, tramite i trattati internazionali (tra cui anche il TTIP) si sta creando un sistema di governo oligarchico alternativo che può sopravvivere anche al di fuori dell’ euro. Uscire dall’ euro non significa uscire dalla Troika.  Non serve uscire soltanto dall’euro, piuttosto andrebbe ristrutturato un modello di governance.

Questo vale anche per il meccanismo del Fondo Monetario Internazionale?

Si. Infatti nel secondo dopoguerra gli Stati Uniti e la comunità internazionale si sono dotati di uno strumento: il FMI. Cioè di un’organizzazione che ha avuto fra i suoi obiettivi quello di  intervenire laddove si verificano crisi finanziarie, applicando un certo modello di risoluzione come quello che stiamo attuando in Europa:  assicurare e garantire il rientro dei capitali accollando il costo alla collettività e iponendo le politiche di austerità. Ricordiamoci che le prime politiche di austerità le abbiamo vissute a partire dall fine degli anni ’70. E siccome l’ Europa aveva basato la creazione dei trattati fondamentali dell’Ue sul paradigma della crescita, non si era sostanzialmente preoccupata di prevedere meccanismi di aggiustamento di crisi strutturali, relegando una loro eventuale gestione a norme speciali che le consideravano come eventi eccezionali. Noi non avevamo un nostro meccanismo di risoluzione, e quando e subentrata la crisi avevamo a disposizione due opzioni, o rivolgerci direttamente al fmi o creare una organizzazione simile (la Troika/Mes).

Quindi la soluzione all’attuale sistema economico in vigore in Italia e Europa, caratterizzato dalla presenza ingombrante degli Stati Uniti e dell’Ue nell’economia degli Stati , qual è?

La questione non è solo economica, ma anche politica e giuridica. Oltre la questione monetaria, va affrontata la questione del modello di sviluppo delle multinazionali e delle banche, ovvero dell’attuale struttura dei mercati finanziari ed economici globalizzati. Per tale ragione è necessario ampliare il dibattito e non discutere solo di euro. E poi, ripeto, bisogna prendere coscienza del fatto che c’è in atto una lotta di classe di portata internazionale.

Ma cosa intende lei per lotta di classe?

Che il capitale che ha ottenuto la propria rappresentanza politica con gli accordi internazionali stanno attaccando i  diritti dei lavoratori. In mezzo ci sono gli Stati che stanno perdendo potere di rappresentanza.

Quindi chi deve tutelare i lavoratori di fronte al capitalista?

Le leggi,  la contrattazione collettiva, cioè lapolitica e i sindacati.

Però le leggi le fanno il Governo e il Parlamento.

Le dovrebbe fare una rappresentanza politica di sinistra.

Secondo lei lo Stato Nazionale può essere oggi il mezzo per scardinare questo sistema economico-politico?

Si. Se siamo in grado di strutturare al nostro interno un modello economico e finanziario democraticamente sostenibile. Dobbiamo ssere capaci di fare anche autocritica. La crisi finanziaria iniziata nel 2007 ha fatto emergere squilibri interni che la politica non ha mai affrontato.

Oggi molti trattati internazionali sono la voce del padrone, bisogna ritornare ad una comunità internazionale nella quale ci sia il rispetto degli stati e delle costituzioni nazionali. Siamo ad un passo da ammettere che gli stati non sono più sovrani, e tutto ciò significa andare a scardinare i principi di base della comunità internazionale che si basa sul principio di indipendenza e sovranità. E quando accade questo chi ti dice che domani non andremo a scardinare altro?