La cultura ha goduto nel capitalismo moderno avanzato, per un certo numero di anni, di una parziale autonomia. In questo ambito è stato possibile per alcuni gruppi sociali elaborare ed esprimere un dissenso nei confronti del potere. Caratteristica di questa fase del capitalismo è la politicizzazione dei conflitti, la concezione dello Stato come mediatore tra le diverse istanze e la partecipazione dei diversi gruppi alla dialettica amministrativa. Gli intellettuali si sono posti come forza trainante dei gruppi sociali di opposizione, e hanno svolto il ruolo di “avanguardia del dissenso”, più o meno tollerati dal sistema di potere. Nel capitalismo postmoderno, invece, scompare del tutto l’autonomia della cultura. Gli intellettuali vivono una fase di disincanto ideologico che li porterà dalla posizione di avanguardia dissidente a quella di “teologi” del potere. Questo risulta evidente soprattutto nei paesi dell’Europa occidentale e in particolare in Italia. L’intellighenzia assume il compito di ricerca di legittimazione del potere e non più, come in passato, di critica.

Questo processo riguarda la più generale condizione della postmodernità. Da un lato si assiste alla crisi delle “grandi narrazioni” e in particolare del marxismo, dall’altro alla rinuncia allo statalismo e i conseguenti processi di privatizzazione e decentralizzazione.I postmodernisti si pongono in rottura con la tradizione filosofica e con la teoria politica che finora avevano abbracciato. Contestano qualsiasi pretesa di “totalità” del sapere e di “guida” della filosofia. Il pensiero, come scriveva Vattimo attingendo da Heidegger, deve essere ripensamento, andenken; un pensiero “debole” che si pone come unico progetto non una nuova “fondazione” ma quello di riscoprire le “tracce” di ciò che è stato ignorato dalla totalità, quindi “Identificare il nuovo con l’altro, come altra cultura – sia esso la cultura di civiltà diverse o di differenti giochi linguistici o anche mondo virtuale contenuto nelle tracce della nostra tradizione che non sono mai divenute dominanti […]” questo avrebbe permesso di “preparare così una umanità ultrametafisica”1. La postmodernità prometteva, attraverso la rinuncia a concetti “forti” (l’essere, la verità, la totalità) di affrancare la parte dominata; un “affrancamento” che però non si compiva sotto le insegne di un’epica storica, ma precisamente attraverso la rinuncia ad essa.

La decostruzione postmoderna esalta la differenza, che dichiara essere stata per così dire “violentata” dalle pretese totalizzanti delle narrazioni del passato, tanto quelle legittimanti, tanto quelle emancipative. Questa “promessa” in effetti tradisce la postmodernità stessa che l’ha partorita, perché implica un’idea di futuro che da essa è negata, ricondurre l’ignoto (secondo Lyotard la scienza postmoderna è “discontinua, catastrofica, non rettificabile, paradossale” essa “non produce il noto, ma l’ignoto”2) sotto la sicurezza del noto, o comunque del conoscibile, per quanto precario esso sia, che rivela il permanere, rinnegato, di un’anima moderna. L’imprevedibilità della differenza, che il postmoderno dovrebbe liberare, viene fatta rientrare in un paradigma che tenti di assicurarne le potenzialità emancipative nascoste, per quanto inconfessate. L’esigenza negata del pensiero di ricondurre il reale alla totalità, si riaffaccia come il “convitato di pietra” della postmodernità, il permanere di un’anima moderna che è sconfessata, contrariamente ai presupposti del pensiero postmoderno che invece dichiara di accogliere la differenza. La differenza oggi si presenta come il perdurare del moderno nel postmoderno. Il tentativo del postmoderno di negare il moderno, la nota davvero dissonante, è anch’esso moderno, è anch’esso riconducibile alla tendenza tutta moderna della ricerca di un nuovo ordine attraverso la “ripulitura” dalla scorie3.

Del resto, come si spiegano alcuni “ritorni”, come quello di una certa religiosità (si pensi agli immigrati musulmani in Occidente che non rinnegano la propria fede e la vivono intensamente) la riscoperta di ideologie politiche che si pensavano sepolte (rivoluzionarie ma anche reazionarie) il “revival” del nazionalismo diversamente declinato e finanche un certo cospirazionismo ingenuo che imperversa nella rete? Che cosa rappresentano se non il permanere di un’anima moderna che non può essere considerata “superata” – pena il tradimento degli stessi presupposti postmoderni – che si riaffaccia e reclama, in modo anche incoerente e grezzo, di essere riaffermata? È questa la vera autentica differenza dell’epoca postmoderna, perché l’unica che segna un reale scarto rispetto a quest’ultima.

Il postmoderno è una continua negazione del moderno, come si trattasse di scongiurare una possibile rottura di un equilibrio precario. Sentiamo dire ogni giorno che le ideologie sono archiviate per sempre (una pretesa di eternità molto poco “debole”) avvertiamo l’insofferenza con cui si cerca di ricacciarle nell’oblio, ogni qual volta ricompaiono. Gli intellettuali postmoderni si sono assunti una funzione (spesso inconsapevole) apotropaica. Si tratta di scongiurare il ritorno del discorso emancipativo. Scoraggiare qualsiasi resistenza, cancellare ogni residuo dell’ordine moderno. Pretesa impossibile, perché la postmodernità per sua natura è instabile, non può affermarsi definitivamente, non può stroncare il nemico (lo stesso concetto di “nemico” per essa è problematico da formulare).

Il regista Nanni Moretti nello scorso decennio disse di desiderare una sinistra “moderata e intransigente”. Con questa frase intendeva marcare la connotazione antiberlusconiana della nuova sinistra postmoderna italiana, ma con ciò nello stesso tempo cancellare ogni residuo ideologico, qualsiasi sedimento metanarrativo, in altre parole distanziare la sinistra postmoderna da quella moderna. La stessa categoria di “sinistra”, però, diventa pericolosa, perché inevitabilmente richiama Marx, Gramsci e Togliatti, seppure per semplice genealogia, e quindi anch’essa va liquidata in un anonimo concetto di “democrazia”. L’intellettuale postmoderno è afflitto da un doppio cruccio. Da un lato deve conservare un barlume di autonomia, per lo più apparente, rispetto al potere. Dall’altro però, nella sua nuova funzione, deve legittimarlo. Deve quindi innestare un’apparenza di autonomia su una reale dipendenza: ciò gli impone un recupero del discorso emancipativo. Ma come può reclamare un’emancipazione in assenza di una reale autonomia? Come può sussistere un discorso emancipativo nel postmoderno, che ne è precipuamente la negazione? Esso non potrà che essere un’apparenza, un simbolo, un simulacro. Eppure, seppure come mero simbolo, continua a sopravvivere: il moderno continua a far sentire la sua presenza attraverso la sua assenza, come esigenza inespressa e incolmabile del postmoderno.

Il secondo decennio del ventunesimo secolo non è stato una conferma del precedente e degli ultimi anni del secolo scorso. Esso manifesta gli indizi di una crisi. Una crisi che, per certi versi, è connaturata alla postmodernità, perché essa è stata un crollo del moderno, ma senza la possibilità di fondare una nuova epoca. Doveva segnare la differenziazione e la decentralizzazione. Ma la prima è solo superficiale, perché l’individuo, adeguandosi alla richiesta di flessibilità del sistema, deve lasciar “sbiadire” la propria personalità, deve cancellare ciò che c’è di durevole e perciò le differenze si assottigliano e l’omologazione si presenta come il vero volto della differenziazione postmoderna. La decentralizzazione si è avuta solo rispetto alla politica e allo stato, non rispetto all’economia. Al contrario si conferma la concentrazione del capitale, come era stata descritta da Marx. I gruppi di potere assommano funzioni, le multinazionali estendono il loro controllo sui mercati di tutto il mondo e inglobano altre aziende, la ricchezza si concentra in poche mani come mai è accaduto nella modernità. La tecnica mette il potere nelle condizioni di esercitare un controllo ancora più capillare sulla società. Il mercato globalizzato doveva segnare la fine dello Stato-Nazione. Proprio nella patria dei nazionalismi, nella Vecchia Europa, si esprimeva il progetto di una federazione sovranazionale che avrebbe dovuto mettere fine alle tensioni e ai conflitti fra stati. Lungi dal far ciò, li ha invece rinfocolati, dando una sanzione giuridica allo sfruttamento di un paese sull’altro (a tal proposito si pensi non solo alla guerra finanziaria della Germania contro la Grecia ma anche ai rapporti neocolonialistici dell’Unione Europea con i paesi africani). Ma la guerra allo Stato-Nazione in nome di una federazione cosmopolita, si è rivelata molto più autocratica e violenta di ogni singolo stato. Il potere postmoderno non si decentralizza, ma si trasferisce dalle amministrazioni politiche ai grandi gruppi economici mondiali. Ricompare, quindi, l’istanza di sovranità e la nazione moderna si mostra più ostinata di quanto si pensasse.

Lo sfruttamento economico, l’impoverimento, la polarizzazione della società, sono fenomeni che fanno la loro ricompara e il fantasma di Marx si aggira ancora per l’Europa, seppure, anche qui, non come presenza (almeno non ancora) ma come mancanza. Invece di negare il moderno (o forse proprio nel tentativo di negarlo) il postmoderno finisce per riconfermarlo. Nonostante gli intellettuali si affannino a scongiurare l’assenza-presenza del moderno, essa si profila ogni volta nuovamente all’orizzonte.
Ovviamente il postmoderno non potrà sparire senza lasciare traccia e il moderno non potrà semplicemente ripristinarsi. La sfida che il perdurare di quest’ultimo lancia al primo non è un puro residuo del passato. Al contrario è estremamente avanzata: il moderno si riconfigura come mancanza, come vuoto lasciato dal postmoderno che questo non può riempire e che, quindi, esige una nuova sintesi dialettica quale solo la storia potrà rivelare.

1 G. Vattimo, P. A. Rovatti, Il pensiero debole, Feltrinelli, Milano, 2011, p. 27.
2 J. F. Lyotard, La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano, 2015, p. 109.
3 Sulla modernità come “ripulitura” e perseguimento di un ordine nuovo contrapposto al vecchio si veda: Z. Bauman, Il disagio della postmodernità, Bruno Mondadori, Milano, 2007, pp. 11 -12.